Cuba e la diplomazia dell’Ebola: i suoi medici fanno scuola e forse romperanno anche il blocco USA

L’impegno internazionale di L’Avana nelle missioni umanitarie è un fatto storico, che però è riuscito a sorprendere di nuovo con il lavoro fatto contro l’ebola: i suoi medici sono arrivati per primi, in maggior numero e sono rimasti più a lungo nei luoghi dell’epidemia, strappando applausi anche negli Stati Uniti. Sarà ora di togliere l’embargo?

Camici d'assalto: medici cubani in missione umanitaria contro l'ebola (foto: la rete)

Camici d’assalto: medici cubani in missione umanitaria contro l’ebola (foto: la rete)

Aeroporti chiusi, panico dilagante, psicosi di massa: durante la peggiore emergenza virus degli ultimi tempi, una piccola isola dei Caraibi è riuscita a dare la risposta più efficace, mandare i suoi dottori in prima linea nella lotta contro l’Ebola. Con l’invio di 256 tra medici, infermieri, chirurghi, pediatri (e altri 200 già in viaggio), Cuba ha fornito all’Africa Occidentale più dottori di qualsiasi altro paese.

L’unica organizzazione che può paragonare i suoi sforzi a quelli di L’Avana è la francese “Medici senza Frontiere”, che ha sul campo più di 200 specialisti e 3mila lavoratori locali. Gli Usa hanno mandato 3 mila militari (l’Inghilterra 750), nessuno dei quali fornisce assistenza medica, concentrandosi però nella costruzione delle unità di trattamento per l’Ebola.

Cuba, che può contare su una solida base di 83mila medici professionisti – una delle proporzioni medici/abitante più alte del mondo – ha mandato le sue truppe addestrate a servire gli altri, come recita l’incisione sul muro della scuola di medicina più prestigiosa dell’Avana pronunciata da Fidel Castro: “Questa sarà la battaglia della solidarietà contro l’egoismo”. E non a caso il 12 settembre il ministro della Salute cubano ha annunciato l’invio di professionisti per contenere l’epidemia.

Da allora, Cuba ha inviato squadre per fornire un’assistenza medica il più completa possibile. “L’ora del dovere” l’ha chiamata Fidel, in un articolo pubblicato sul Granma, in cui il lider maximo esaltava le gesta del suo paese di fronte all’emergenza Ebola. Agli editoriali di Fidel, si sono uniti alcuni tra i quotidiani più importanti del mondo – compreso il NYT -, che hanno cominciato a dare rilevanza alle gesta del governo cubano. Molti analisti hanno visto in questi avvenimenti una possibile apertura di Cuba, e soprattutto degli Stati Uniti, a un dialogo dopo più di 50 anni di embargo. E sebbene nessuno parli apertamente e gli Usa non abbiano accettato formalmente di lavorare con L’Avana, il segretario di Stato John Kerry ha lodato Cuba per i suoi sforzi in Africa Occidentale e l’ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite, Samantha Power, ha dichiarato di esserle “grata”  per la risposta all’emergenza virus.

Non è la prima volta che l’isola corre in aiuto di altri paesi in emergenza sanitaria, anzi nel tempo è diventata la prima a rispondere alle crisi internazionali. Nella sua costituzione, datata 1976, l’assistenza medica universale è considerata un diritto umano. E infatti nel Pakistan distrutto dal terremoto nel 2005 e nell’Haiti messa in ginocchio da un terremoto nel 2010, i medici cubani sono intervenuti immediatamente (vale la pena ricordare anche l’assistenza portata negli anni ’70 e ’80 Sud Africa, Algeria, Zaire, Congo e Ghana). Secondo le stime, 50mila dottori sono al lavoro nelle baraccopoli e nelle aeree rurali in molte nazioni in via di sviluppo e circa 30mila medici si trovano in Venezuela, seguendo l’accordo di aiuto reciproco stipulato dall’allora presidente Hugo Chávez.

Inoltre, Cuba ha visto in quest’emergenza un’opportunità non solo per confermare la sua fama internazionale di nazione che porta soccorso ma anche, appunto, per cominciare un lento riavvicinamento con gli Stati Uniti. Ad aprile, il presidente Usa, Barack Obama, e il suo pari cubano, Raul Castro, saranno seduti per la prima volta alla stessa tavola durante il Summit delle Americhe che si terrà a Panama: la diplomazia dell’Ebola potrebbe quindi rappresentare il seguito dell’amichevole stretta di mano che i due presidenti si sono scambiati a dicembre scorso al funerale di Nelson Mandela. E forse un altro passo verso la fine dell’embargo.

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica Sera

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