<b>STORIE MONDIALI:</b> la Colombia torna a casa a testa alta, nel ricordo di Andrés Escobar

Vent’anni fa il difensore della nazionale di Valderrama e Asprilla veniva freddato con sei colpi di pistola in un parcheggio di Medellin, per colpa di un autogol ai Mondiali. Oggi, i suoi eredi ne hanno riscattato la memoria col bel gioco e i grandi gol, tornando in patria sconfitti, ma ricevendo un’accoglienza da eroi

 

Capro espiatorio: con lo spettacolo, la Colombia ha espiato la colpa della morte di Andres Escobar (foto: la rete)

Capro espiatorio: con lo spettacolo, la Colombia ha espiato la colpa della morte di Andres Escobar (foto: la rete)

L’aereo in arrivo dal Brasile passa attraverso l’arco d’acqua improvvisato dai pompieri, con gli idranti, sulla pista di atterraggio dell’aeroporto El Dorado di Bogotà. I giocatori seguono il tappeto rosso fino al bus scoperto a due piani che li condurrà per la capitale, invasa da una marea gialla di oltre 120.000 persone. «Benvenuta la nostra nazionale, grazie per le tante allegrie e per insegnarci a sognare» esordisce il presidente Juan Manuel Santos nel parco Simon Bolivar, capolinea della sfilata trionfale. «Grazie per appoggiarci, vi vogliamo bene» risponde James Rodriguez, l’imberbe numero 10 cafetero, in lacrime dopo il 2 a 1 subito a Fortaleza contro i padroni di casa.

Nessuna amarezza in Colombia dopo l’eliminazione dai quarti di finale del mondiale 2014, i primi nella storia del paese, solo qualche rancore sulla stampa locale: «Arbitro spagnolo figlio della gran puttana che ti ha partorito» titolerà il giornale Hoy di Magdalena, sul Mar dei Caraibi, prontamente ripreso dal Marca di Madrid. Sono passati vent’anni e pochi giorni dall’omicidio di Andrés Escobar, il numero 2 di quella nazionale che ai Mondiali statunitensi del 1994 si presentava come la sudamericana favorita insieme al Brasile: O Rey Pelè in persona aveva elogiato il gioco e la mentalità dei cafeteros, dopo il 5 a 0 rifilato nelle qualificazioni all’Argentina, nello stadio Monumental di Buenos Aires.

Come ricorda il documentario “I due Escobar” reperibile in internet, Andrés è uno dei due Escobar famosi in Colombia, insieme al più noto narcotrafficante Pablo: entrambi legati per ragioni diverse al futbol ed entrambi morti ammazzati, a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro. Le loro morti coincideranno con la fine del ciclo dorato del calcio colombiano – narcofutbol per molti – culla di talenti come Carlos Valderrama, Faustino Asprilla e René Higuita.

Per il suo carattere rispettoso e corretto in campo e per il suo modo di trattare il pallone, Andrés era stato battezzato in patria il “Cavaliere del calcio”: nel dicembre del 1989, a Tokio, nella finale di Coppa Intercontinentale vinta dal Milan di Arrigo Sacchi contro l’Atletico Nacional di Medellin, gli osservatori rossoneri vedranno in quel ventitreenne centrale difensivo elegante e sicuro di sé il possibile erede di Franco Baresi. In quello stesso anno, per non essere da meno rispetto ai narcos proprietari di squadre come l’America di Cali o il Millonarios di Bogotà, Pablo Escobar Gaviria, boss del cartello di Medellin, aveva preso in mano il club della città convertendolo in un’infallibile macchina per riciclare denaro sporco, facendone il suo giocattolo personale e cominciando una rapida scalata di popolarità tra le classi più umili, che lo acclamano come il beniamino del popolo.

I giocatori del Medellin, come altre stelle del calcio sudamericano, disputano partite nei campi della sua “Napoles”, la leggendaria tenuta di 3000 ettari popolata da animali esotici, mentre la rivista Forbes lo inserisce nella lista dei 10 uomini più ricchi del pianeta. Plata o plomo – “soldi o piombo” – è la legge, e chi si oppone viene eliminato: l’omicidio dell’arbitro Alvaro Ortega nel novembre dell’89 è un solo un caso tra tanti, nella spirale di violenza che travolge il paese alla fine degli anni ’80. «Il narcotraffico è un polipo che arriva dappertutto, e il calcio non è un’isola» ammetterà poi Pacho Maturana, allenatore del Atletico Nacional dall’87 al ’90 e della nazionale colombiana fino al 1994.

Al mondiale statunitense la Colombia si presenta priva dello storico portiere René Higuita, amico di vecchia data di Pablo Escobar e inventore dell’acrobatica parata nota come “scorpione”, finito in galera con l’accusa di essere stato l’intermediario di un rapimento. Il 18 giugno 1994 i cafeteros perdono il primo incontro con la Romania di George Hagi, e la sera stessa il terzino Chonto Herrera, a cui mesi prima avevano rapito un figlio, riceve la notizia della morte del fratello: il carismatico Andrés Escobar lo convince a non abbandonare la squadra e a restare, perché il secondo match contro gli Stati Uniti è decisivo.

Alla riunione pre-partita il DT Maturana arriva insolitamente tardi, con le lacrime agli occhi: le minacce erano chiare e inappellabili, «se fai giocare Gabriel Barrabàs, la tua famiglia muore». Il paese è allo sbando, la morte di Pablo Escobar, nel dicembre del ’93, ha lasciato un vuoto di potere che bande armate ed esercito riempiono con guerriglia, rapimenti ed estorsioni. Attorno alle partite della nazionale ci sono vertiginosi giri di scommesse, chi investe il proprio denaro non vuole correre rischi e impone le proprie condizioni a chi va in campo. Barrabàs, centrocampista insostituibile di Maturana, insiste per giocare, inutilmente. Guarderà la partita dagli spogliatoi, dopodiché darà l’addio al futbol giocato.

Il 24 giugno 1994 la nazionale scende in campo per vincere, ma la porta degli yankee è stregata. Al minuto ‘33 Andrés Escobar si allunga nella sua area per evitare che il cross di Eric Wynalda arrivi a John Harkes, prendendo in contro tempo il portiere Oscar Cordoba e firmando l’autogol che lo condanna a morte. Il 2 a 1 per i padroni di casa sancisce l’eliminazione della Colombia, che da favorita si trasforma in semplice comparsa. In una lettera aperta pubblicata dal giornale El Tiempo di Bogotà – che sarà il suo testamento – Andrés Escobar parlerà a nome della squadra, ammettendo gli errori e chiedendo scusa, ringraziando la gente e invitandola ad avere fiducia nel futuro, «perché la vita non finisce qui».

Il 2 luglio del 1994, nel parcheggio della discoteca El Indio di Medellin, viene freddato da sei colpi di pistola calibro 38. «Señor autogol», «Maricòn negro, come Asprilla» gli avrebbero detto i boss locali Juan e Pedro Gallòn prima di ordinare al loro autista, Humberto Muñoz Castro, di aprire il fuoco sul giocatore, entrato nella sua auto dopo un diverbio che non prometteva niente di buono. Racconta Maria Ester Escobar, sorella di Andrès, che in uno di quei lampi premonitori che di tanto in tanto attraversano la mente dei bambini, suo figlio Felipe, seduto con lei sugli spalti del Rose Bowl di Pasadena, di fronte all’autogol dello zio dirà: «Mamma, adesso lo uccideranno». Senza saperlo Andrés Escobar moriva quel giorno, mettendo il pallone nella propria porta, nello stesso stadio dove di lì a poco, quel Franco Baresi che sognava di sostituire, avrebbe sbagliato l’ultimo rigore di quel maledetto mondiale.

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