mercoledì 24 mag 2017

Qualificazioni #Russia2018: senza Messi l’Argentina piange al Monumental

Albiceleste sconfitta in casa per 2 a 0, da un Ecuador superiore in gioco e tenuta fisica. Pessima prestazione dei vicecampioni del mondo e d’America, che perdono subito il Kun Aguero e inseriscono senza successo Carlitos Tevez. Unica consolazione, il cugino Brasile travolto 2 a 0 dal Cile

Il sacco di Buenos Aires: l'Argentina perde 0 a 2 dall'Ecuador nelle qualificazioni per #Russia2018 (foto: Franchi / Telam)

Il sacco di Buenos Aires: l’Argentina perde 0 a 2 dall’Ecuador nelle qualificazioni per #Russia2018 (foto: Franchi / Telam)

Cadaveri eccellenti, quelli del primo turno di qualificazione ai mondiali del 2018 della zona sudamericana. Per la prima volta nella sua storia il Brasile viene sconfitto al debutto (2 a 0 dal Cile, reti di Edu Vargas e Alexis Sanchez) e l’Argentina viene travolta per 2 a 0, di fronte al proprio al pubblico, da un Ecuador che a detta dello stesso Tata Martino «è stato superiore sotto tutti i punti di vista».

Il cammino internazionale dell’abiceleste riprende dunque nel modo in cui si era interrotto il 4 luglio a Santiago del Cile, nella finale di Coppa America: questa volta però, l’impressione è quella di una nave di lusso finita alla deriva. Eloquente l’espressione «ansia e sconcerto» utilizzata da Mascherano nel dopo partita: «Non abbiamo saputo trovare la soluzione, dopo i primi 10-15 minuti siamo stati disordinati».

Erano 22 anni che l’Argentina non perdeva nel suo Monumental: il 5 settembre del 1993 la Colombia di Valderrama e Asprilla schiacciava la nazionale allenata da Basile con uno storico 5 a 0, condannandola allo spareggio contro l’Australia per accedere al mondiale del ’94. Ieri notte, quel fantasma con maglia gialla, pantaloncini blu e fisico africano è tornato in vita, e poco importa se la bandiera e i nomi sono differenti: i fischi impietosi che accompagnano l’uscita di scena dei giocatori sembrano essere gli stessi. Solo Lucas Biglia ha la pazienza di fermarsi per rispondere all’inevitabile domanda del cronista: «Sì, l’assenza di Messi si fa sentire».

Il numero 10 della Pulce, assente per l’infortunio al ginocchio rimediato col Barça, era andato a parare sulle spalle del Kun Aguero, schierato titolare nonostante lo stato fisico precario che lo aveva tenuto lontano dai primi due allenamenti. Ad accompagnarlo nell’undici di partenza, i due angeli dalla faccia sporca, entrambi rosarini: Spaghetto Di Maria a destra, libero di scorrazzare sulla fascia per poi accentrarsi e concludere a rete con il mancino, e Angelito Correa sulla sinistra – il cuore matto dell’Atletico Madrid, classe ‘95 – al debutto nella nazionale maggiore dopo le buone prestazioni nel sudamericano e nel mondiale sub 20.

La lesione muscolare del centravanti del City al ventesimo, lascia spazio a Carlos Tevez, osannato da un pubblico che da giorni ne chiede un impiego più consistente dopo gli scampoli di Coppa America. I microfoni sistemati vicino alla panchina svelano le parole di un Tata Martino visibilmente preoccupato: «Vamos Carlitos, tira su il morale a questa gente».

Arduo compito per l’Apache, che spesso retrocede sulla linea di Javier Pastore per sfuggire alla marca ed impostare la fase offensiva. La difesa a 4 non riesce a contenere le avanzate degli straripanti ecuadoregni: sulla destra il viola Facundo Roncaglia non fornisce la copertura e l’appoggio finora garantito da Pablo Zabaleta, anche lui indisponibile. Tanto i centrali Otamendi e Garay, quanto il giovane cuervo Mas sulla sinistra faticano a marcare, e l’Ecuador non va a segno per pura imprecisione.

Martino richiama i cosiddetti volantes ad aiutare la ripartenza, in particolare Mascherano davanti alla difesa, ma i suoi non riescono a tenere palla, né ad essere propositivi. I lanci lunghi a scavalcare il centrocampo sono un mal presagio di ciò che seguirà nella ripresa, in seguito alla sostituzione di Pastore – migliore in campo nonostante le bastonate – con il Pocho Lavezzi. A ’20 dalla fine, nel momento di maggior pressione dell’Argentina, l’Ecuador va in gol su calcio d’angolo. È il caos. All’arrembaggio disordinato dei padroni di casa, segue il contropiede di un inarrestabile Valencia: l’ala del Manchester United mette in mezzo e Caicedo chiude i conti.

E pensare che la serata era cominciata con una romantica orchestrina di archi e pianoforte a suonare gli inni nazionali e suggerire un’atmosfera di corale armonia. Effimera illusione: l’Argentina è sembrata abbandonarsi all’improvvisazione e all’assolo dei singoli, tra i quali non figurava però colui che quando non risolve i problemi, come nelle ultime due finali perse con Germania e Cile, viene puntualmente rimandato all’esame successivo a furor di popolo: Leo Messi.

Martedì prossimo trasferta ad Asunciòn contro il Paraguay di Ramon Diaz, cliente scomodo reduce da una vittoria per 1 a 0 in casa del Venezuela. Con Aguero fuori gioco e Tevez in pole position, sono in molti a chiedere un’integrazione meno graduale delle leve più giovani: in panchina scalpitano il metronomo del River, Matias Kranevitter (classe ’93), Ramiro Funes Mori, difensore classe ’91, ex River Plate approdato di recente all’Everton, Nico Gaitàn, numero 10 del Benfica cresciuto nel Boca all’ombra di Riquelme, e infine Paulito Dybala, 22 anni tra poco più di un mese. Chissà che dopo il debutto dell’appena ventenne Correa, Martino non decida di buttare nella mischia anche La Joya.  

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