mercoledì 24 mag 2017

Qualificazioni #Russia2018: alla ricerca dell’Argentina perduta

L’albiceleste pareggia 0 a 0 in casa del Paraguay, raccogliendo un solo punto in due partite. Poco gioco e ansia da prestazione per la banda del Tata Martino, che sembra aver smarrito strada e personalità. Mentre il Brasile rivede la luce con il Venezuela, l’Uruguay travolge 3 a 0 la Colombia e il Cile la spunta per 4 a 3 in Perù

Risultato bloccato: tra Argentina e Paraguay finisce zero a zero nelle qualificazioni per #Russia2018 (foto: la rete)

Risultato bloccato: tra Argentina e Paraguay finisce zero a zero nelle qualificazioni per #Russia2018 (foto: la rete)

Una sconfitta e un pareggio, nessuna rete all’attivo, 1 punto conquistato su 6 disponibili, penultimo posto in classifica provvisoria dietro a Uruguay, Ecuador e Cile (6 punti), Paraguay (4), Brasile e Colombia (3). Se in quanto a risultati il cammino dell’Argentina verso il mondiale russo del 2018 non poteva cominciare peggio, il principale problema della banda allenata da Gerardo Martino sembra essere ancora una volta l’assenza di gioco e di un’organizzazione in grado di supplire alla mancanza di Leo Messi.

Tanto ieri notte contro il Paraguay, come nel deludente debutto casalingo con l’Ecuador, è infatti emersa una frustrante e sproporzionata differenza tra le potenzialità individuali degli albicelesti schierati in campo (o seduti in panchina) e il livello espresso dal collettivo. Velocità nell’assolo dei singoli ma non nella rotazione della palla, affondi individuali pericolosi ma sporadici, fretta nel concludere dal limite dell’area, tendenza a cercare la prodezza personale piuttosto che il compagno smarcato.

Anche coloro che dopo le finali di Rio e Santiago del Cile si sono dilettati nel bocciare Messi – ricordando con una classica metafora culinaria dello slang argentino che gli mancasse ancora un “colpo di forno” per arrivare al punto Maradona – hanno potuto constatare, in queste due prime giornate di qualificazioni, come l’assenza della Pulce diventi purtroppo determinante per l’economia della Selecciòn, sopratutto al momento di costruire il gioco e avanzare nella metà campo avversaria. La mancanza di un piano B all’indisponibilità forzata del genietto del Barça si è dunque palesata, dando ragione a quei pochi – prontamente accusati di antipatriottismo – che alla vigilia del mondiale brasiliano e della Coppa America avevano avuto il coraggio di esprimere i loro dubbi al riguardo.

Per scelta tecnica, necessità o pressione, allo stadio Defensores del Chaco di Asunciòn – dal nome della guerra combattuta con la Bolivia nel 1932 – il Tata Martino aveva provato a rimescolare le carte: dentro Pablo Zabaleta (recuperato in extremis) al posto di Facundo Roncaglia sulla destra, Ramiro Funes Mori centrale insieme a Otamendi (Garay è negli USA per veder nascere la figlia), Matias Kranevitter al posto dell’affaticato Biglia e Tevez centravanti affiancato da Lavezzi e Di Maria.

Le sortite offensive di Spaghetto, come viene chiamata l’ala del PSG per il suo fisico longilineo, destabilizzanti al principio, hanno però finito con il diventare prevedibili quando non accompagnate a dovere dal centrocampo, dove questa volta la lampadina di Javier Pastore, con la maledetta 10 sulle spalle, non è rimasta accesa a lungo. Buona la prestazione di Tevez, messo KO da una gomitata al setto nasale e sostituito dall’esordiente assoluto Paulo Dybala: dopo un benvenuto criminale dei marcatori avversari, il gioiello bianconero ha la sua chanche su assist di Di Maria al minuto ’70, ma il destro finisce alto.

Se è vero che il futbol è pasiòn, non sono mancate gelosie degne di una telenovela sudamericana: sulla panchina dei padroni di casa, l’ex goleador di Fiorentina, Napoli e Inter, Ramòn Diaz, argentino snobbato dalla propria nazionale sia come giocatore (in quanto estraneo al clan maradoniano dell’86 e del ‘90) che come allenatore, nonostante i ripetuti successi alla guida del River Plate, dove ha visto crescere alcuni dei nuovi innesti albicelesti come Kranevitter e Funes Mori. «Risultato giusto» commenterà sornione alla fine, pur sapendo che i suoi avrebbero potuto essere più maliziosi e freddi sotto porta.

Sulla (ormai scottante) sponda opposta invece, Gerardo Martino, che in Paraguay ricordano con affetto per aver guidato la nazionale alla rinascita, raggiungendo i quarti di finale al mondiale sudafricano e la finale di Coppa America l’anno seguente. Prima del fischio d’inizio, una processione di giocatori dell’albirroja lo omaggia con un caloroso abbraccio, dimostrando una gratitudine che in casa, per il momento, stenta a guadagnarsi, alla pari di suoi illustri colleghi quali Marcelo Bielsa (suo padre calcistico), cacciato dopo l’eliminazione a Giappone-Corea 2002 e venerato in Cile, e Nestor Pekerman, considerato il responsabile dell’eliminazione a Germania 2006 e adorato in Colombia. Nemo propheta in patria.

Prossimi appuntamenti in chiave mondiale fissati per il 13 e 17 novembre contro Brasile e Colombia: mentre la trasferta con i cafeteros si giocherà nella tropicale Barranquilla, l’AFA valuta l’ipotesi di spostare la sfida casalinga di lusso con i verdeoro di Dunga dal consueto stadio Monumental di Buenos Aires a una località dell’entroterra del paese, in cerca dell’appoggio e dell’entusiasmo che nella capitale sembra scarseggiare.

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