mercoledì 20 set 2017

<b>PURO FUTBOL:</b> Victor Ibarbo, un elettricista sulle tracce di Tino Asprilla

Storia di un centrocampista offensivo che iniziò giocando in porta, ma fu salvato da una pallonata in pieno volto che gli fece perdere i sensi, i guanti e anche la carriera da elettricista sulle precarie linee della Colombia rurale, che un primo destino gli aveva prospettato

La vita va presa di petto: Victor Ibarbo (foto: Vittonetto / Infophoto)

La vita va presa di petto: Victor Ibarbo (foto: Vittonetto / Infophoto)

È bastata una foto in slip sulle coste sarde, scattata da prospettiva ingannevole quando ancora vestiva la maglia del Cagliari, perché il paragone con Faustino Asprilla varcasse la linea di fondocampo e sconfinasse nel sempreverde terreno del gossip. I rotocalchi colombiani, memori dei fiumi di inchiostro versati a suo tempo sulle leggendarie doti extracalcistiche dell’ex attaccante del Parma e della nazionale Cafetera – confermate a microfoni spenti da Buffon e Cannavaro, suoi compagni di doccia a metà anni ’90 – non hanno esitato a coniare il soprannome che Victor Ibarbo si è portato appresso nel suo trasferimento dalla Sardegna al Colosseo, El Tripode, “il treppiede”.

Questione di centimetri, verrebbe da dire, oltre che di tecnica: se da un lato è vero che grazie al suo quasi metro e novanta – di altezza, s’intende – e alle sue lunghe e possenti leve – considerarne due sarà più che sufficiente – il centrocampista offensivo colombiano ha tra le sue armi migliori l’accelerazione palla al piede, spesso e volentieri coronata dal gol, è doveroso precisare che durante i suoi inizi Segundo Victor Ibarbo Guerrero, nato a Cali nel maggio del 1990, la porta avversaria l’ha sempre vista da molto lontano, e per giunta come oggetto proibito.

A 11 anni, per la sua stazza fuori dal comune, al campetto La Carbonera di Tumaco – porto affacciato sul Pacifico al confine con l’Ecuador, dove si trasferisce con la famiglia – lo mandano in porta, a destreggiarsi nel fango prodotto dalle costanti inondazioni frutto di piogge tropicali, alta marea e caos edilizio. Una pallonata in pieno volto sparata da distanza ravvicinata sarà sufficiente a fargli togliere, una volta recuperata conoscenza, la casacca numero 1 del piccolo club El Porvenir, “L’Avvenire”: è il primo corto circuito della sua ancora breve carriera.

Molto meglio seguire il padre e il fratello nella loro ben remunerata professione di elettricisti, piuttosto che aspettare le punture di zanzare e attaccanti in una melmosa area di rigore. Niente di più gratificante che vedersi consegnare una casa buia e vuota ancora in costruzione e restituirla piena di lampadine, di luce e di vita: «Se non fossi diventato un calciatore, adesso sarei un elettricista» risponderà sorridente il placido Ibarbo durante il mondiale brasiliano, deludendo i reporter giunti al ritiro della Colombia in cerca di infanzie difficili e drammi familiari conditi dai consueti aneddoti di guerriglia e narcotraffico che Victor, proveniente da una famiglia di classe media, per sua fortuna non può vantare.

L’illuminazione arriverà all’età di 14 anni, sulle Ande, nelle giovanili del Deportivo Pereira, al centro del “triangolo d’oro” formato da Bogotà, Medellin e Cali: complici i tristi ricordi delle disavventure passate in porta, viene buttato in mezzo al campo dal talent scout Einar Angulo, che incoraggiandolo a continuare sulla strada del fútbol lo segnala al tecnico dell’Atlético Nacional di Medellin, l’argentino nazionalizzato colombiano Oscar Héctor Quintabani. Sarà necessario un intenso cammino di educazione fisica e tattica perché quel diamante grezzo cominci a farsi conoscere come la “Gazzella di Tumaco” per convertirsi poi nella “Pantera nera di Medellin”.

Dopo aver giocato il Campionato Sudamericano under 20 in Venezuela nel 2009, il 27 maggio del 2010, una settimana dopo il suo ventesimo compleanno, Victor Ibarbo debutta nella nazionale maggiore agli ordini di Hernán Darío Gómez. Quattro anni dopo José Néstor Pekerman, alla guida dei Cafeteros dal 2012, lo include nella lista dei 23 in partenza per il Brasile. Per lui, come per il boemo Zdenek Zeman con cui crescerà a Cagliari, esprimerà affetto e riconoscenza per il trattamento “paterno” ricevuto: entrambi gli allenatori sapevano quanto potesse rivelarsi utile avere un elettricista in famiglia.

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