<b>PURO FUTBOL:</b> Tevez miglior sudamericano 2013. Un bomber sul piede di guerra

La rubrica di calcio sudamericano più letta in Italia sceglie l’Apache come miglior latino dell’anno: nato in un quartiere difficile, da una famiglia problematica, Carlos Tevez ne è uscito rigando dritto e pensando sempre e solo a una stessa cosa: la sua maglia da calcio

Palleggi al Fuerte Apache, dove il calcio è una religione (foto: Pangea News)

Palleggi al Fuerte Apache, dove il calcio è una religione (foto: Pangea News)

Buenos Aires – «La prima regola di Fuerte Apache è che bisogna portare rispetto a chi lavora come a chi ruba, ma chi ruba deve rapinare le banche, non rubare alle vecchiette, altrimenti non vale niente. La seconda è che non si può toccare la donna di un carcerato, né la famiglia di un lavoratore. La terza è che non si vende droga, sennò i ragazzi con la pistola ti fanno smettere subito». Esteban Rodriguez parla dal soppalco di un bar del centro di Buenos Aires. A 50 metri da lì c’è un cinema in cui proprio stasera danno la prima di un film in cui è il protagonista. Nel cast compare con il nome di Esteban L’Asso, il nome d’arte con cui è diventato famoso nel mondo del rap.

Esteban è nato a soli 10 km dal centro, ma a 2 anni luce dai tacchi, le cravatte e gli orecchini di perle che circolano alla première. È nato a Fuerte Apache, un quartiere che le mappe stradali segnano come barrio Esercito delle Ande, ma che si è guadagnato questo soprannome da territorio indiano perché si trova appena un passo oltre la frontiera, dove la città ormai è diventata periferia, dove finiscono le passeggiate e iniziano le scorribande e dove le auto di lusso durano giusto il tempo che impiega il ragazzino che l’ha appena rubata a schiantarla contro una colonna o farsela riprendere dalla polizia.

Alle porte di Fuerte Apache c’è un cabinotto della Gendarmeria, il corpo che pattuglia i confini nazionali. I palazzoni orizzontali si chiamano “strisce”, quelli a tre piani, “monoblock”, e le torri invece sono dette “nodi”. Insieme fanno un labirinto di vicoli impantanati, tunnel coi graffiti e passerelle di acciaio a 20 metri d’altezza, da cui si esce solo rigando dritto, oppure morti o in manette. Esteban ce l’ha fatta. La musica l’ha salvato ed è contento, perché uno dei suoi vecchi amici ha rigato dritto anche più di lui ed è arrivato molto più lontano.

Carlos Tevez ha iniziato a giocare a calcio nel Santa Clara, una delle tre o quattro squadre infantili del Fuerte. Era il 1988, aveva quattro anni e si chiamava ancora Carlos Martinez, perché all’epoca era solamente il figlio non riconosciuto di un criminale, che gli aveva concesso il suo stesso nome, Carlos, ma non il cognome, e di una madre problematica che era riuscita appena a dargli il latte. L’anno seguente al suo esordio ci fu una sparatoria. Carlos il vecchio si prese 23 colpi e, dopo il funerale, suo fratello Segundo Tevez si prese cura del nipotino rimasto orfano, come se fosse uno degli altri quattro figli. Poco tempo prima, Carlitos era in casa solo con i suoi fratelli e si era rovesciato addosso una teiera d’acqua bollente, in una giornata di cui porta ancora i segni sul collo.

Oggi vuole un bene dell’anima a questo zio che l’ha tirato su. Gli ha comprato un appartamentino in un quartiere pacifico di Buenos Aires, dove può stare tranquillo con la zia. «Fin da quando era bambino, ha sempre avuto in testa una cosa sola: la sua maglia da calcio». Se lo ricorda bene Didì Ruiz, che fondò una squadra di pulcini chiedendo in prestito il campetto alla parrocchia di Santa Clara e ricevendo in regalo un piccolo campione. Lui voleva solo dare un posto sicuro a qualcuno delle migliaia di bimbi che ogni giorno, tutto il giorno, giocano a calcio sui marciapiede del Fuerte, non si aspettava mica di vincere 6 campionati di fila, tutti a diverse giornate dal termine.

«Non c’era solo Carlitos», racconta il vecchio allenatore dall’appartamento del Nodo 2 che divide con una famiglia numerosa e le coppe di latta ammaccata che ha vinto con quella mitica classe ’84. «Nella stessa annata furono 3 i giocatori contrattati da squadre di Primera Division e lui fu solo il terzo ad andare via». Il primo fu Yair Rodriguez, scelto dall’Independiente di Avellaneda e oggi nel centrocampo del Dalmine, Serie C locale. Poi toccò a Dario Coronel, detto Cabaña, voluto dal Velez Sarsfield e ricordato come il giocatore più forte che abbia mai pestato i campi dei palazzi. «Cabaña è stato il migliore – garantisce Esteban L’Asso, che era suo buon amico – univa le doti tecniche di Redondo a quelle di Mascherano, chiedetelo a chi vi pare» ed ha ragione, perché tutti dicono lo stesso.

Con Tevez facevano la coppia d’attacco del Santa Clara il sabato e quattro volte alla settimana in allenamento, poi, giocoleria sul cemento fino a sera. Quando ebbero messo in bacheca un bel numero di trofei, ricevettero la sfida del Club Parque, il Real Madrid del campionato pulcini. Nel corso degli anni hanno vestito le casacche bianco-verdi del Parque più di 270 giocatori poi diventati professionisti. Tra loro, ci sono per esempio i nomi di Nicolas Cambiasso, Fernando Gago, Juan Pablo Sorin, Juan Roman Riquelme, Federico Insua, Fernando Redondo e Fabricio Coloccini. Per giocarci contro, bisognava per forza organizzare un’amichevole, visto che la Federazione Argentina Calcio Infantile (FAFI) li aveva espulsi dal campionato perché erano troppo forti.

«Io non volevo giocare – racconta Didì – ma i ragazzi hanno insistito tanto, che ho dovuto cedere». All’epoca Parque aveva in difesa Walter Garcia, che dopo essere passato per il Catania e il Rubin Kazan oggi gioca nell’Independiente Rivadavia, in Serie B, e Nicolas Pareja, il centrale del Siviglia. Ma il più forte era una mezza punta che tutti chiamavano El Gringo, lo straniero, e di cui oggi più nessuno ricorda il nome. «Prima della partita Carlitos e Cabaña sono venuti e mi hanno detto: Non ti preoccupare Didì, abbiamo un piano per fare fuori il Gringo. Io gli ho chiesto se volessero giocare a calcio o cosa, ma non era facile convincerli. Così, quando mancavano circa 15 minuti alla fine, il Gringo e Tevez si sono scontrati su uno stacco di testa, solo che dall’altra parte arrivava anche Cabaña. Con la botta gli hanno fatto saltare via un dente ed è uscito in barella. Alla fine abbiamo vinto 6 a 4».

Dopo la gloria nel Santa Clara, le strade dei due amici sempre in eterna competizione si separarono. Cabaña fu scelto dal Velez e Carlitos dall’All Boys. Vide il suo talento Norberto Propato, detto il Tano, l’italiano. Raccontano che girasse i sobborghi con un una macchina scassata, passando in rassegna i campi di terra in cerca di promesse. Lui dice di aver visto Tevez per la prima volta quando aveva 5 o 6 anni, scalzo, giocando a calcio con una pietra, e di aver capito subito che c’era del buono. Da quell’amore a prima vista dovette però passare molto tempo, perché lo zio Segundo, ormai diventato babbo di fatto, non lo voleva lasciare andare. «Poi, in un momento in cui la loro situazione economica non era delle migliori, sono riuscito a convincerlo». O forse, fu Carlitos a farlo.

«Tornavamo da una discoteca mezzi ubriachi e incrociavamo Carlos alle sei del mattino. Facevano due chiacchere e poi ognuno per la sua strada. Noi a letto e lui ad allenarsi», dice ammirato L’Asso. Per Tevez All Boys fu il grande salto, chiedeva le monetine per andare in autobus al campo. per Cabaña, invece, Velez fu la certezza che il suo destino era un altro. «Una volta l’allenatore è venuto in macchina fin dentro al Fuerte Apache, un fatto abbastanza insolito per chi non ci abita. Insisteva perché tornasse in squadra, ma non c’era verso», ricorda l’amico. Era già il tempo in cui Dario aveva cambiato il pallone per le pallottole. Era entrato a far parte dei Backstreet Boys, forse la più dura delle trenta e passa bande che negli ultimi vent’anni hanno scorrazzato per il barrio, rapinato banche e fatto a pistolettate con la pubblica sicurezza.

Oggi, dei Backstreet Boys non c’è più nessuno. Alcuni sono morti al Fuerte, altri in carcere. L’ultimo, soprannominato He Man, l’ha ammazzato un ragazzino di 17 anni meno di un anno fa, per vendicare un amico. Cabaña, invece, è morto perché aveva una carta bianca. Quando uccidi un poliziotto, per te c’è una carta bianca. «È la polizia che mette in giro la voce. Uno sbirro va al tabaccaio a comprare le sigarette e dice “stiamo cercando Tizio, ha una carta bianca”. Significa che hai scampato la galera: se ti prendono sei morto», spiega Esteban. Lui c’era il giorno che hanno giocato la carta bianca di Cabaña.

«Stavo camminando per il Fuerte e ho incrociato uno della banda che diceva: “Correte! hanno beccato il Morsi”. Il Morsi era a terra ammanettato, la polizia lo aveva colpito a una gamba e lo prendeva a calci. Gli altri mi hanno detto che Cabaña si era rifugiato in un appartamento insieme a un altro. Io gridavo, non vedevo niente, il monoblock era circondato. Poi c’è stata una sparatoria». Sono passate più di sei ore prima che il coroner venisse a portarlo via. Era il 26 settembre del 2001, non neanche maggiorenne. La leggenda dice che l’ultimo colpo, Dario, l’abbia tenuto per sé, come se fosse stato l’ultimo gol. Il giorno del suo funerale si è sparato in aria a lungo e, in preda all’entusiasmo, la folla ha anche attaccato il sesto commissariato di polizia per rappresaglia, solo perché era il più vicino.

Un anno dopo, Carlos Martinez diventava finalmente Carlos Tevez e firmava un contratto per la squadra dei suoi sogni: il Boca Juniors. «L’avevo visto giocare nel Santa Clara, quando allenavo il Club Parque, ma non avevo idea che avesse fatto apposta a infortunarmi il Gringo», dice Ramon Maddoni, il macellaio che nel 1980 si separò dalla moglie, cadde in depressione, e cercò conforto come allenatore nelle giovanili di una squadretta senza nome, dove scoprì di essere il talent scout più forte della storia del calcio argentino, alle prese con la cantera che più di ogni altra avrebbe inviato campioni sui campi di tutto il mondo.

«Qualche anno dopo lo tornai a incontrare quando allenavo Argentinos Juniors e lui giocava nell’All Boys. Ci segnò due gol contro. Dopo il primo, venne davanti alla mia panchina e mi fece un balletto. Dopo il secondo, si mise a quattro zampe, alzò la gamba e fece finta di farcela addosso come un cane. Io ridevo, ma dentro di me pensavo: questo lo prendo a giocare con me». Come il Tano Propato faticò nel portare Tevez ad All Boys, anche Ramon dovette corteggiarlo. «Non ho voglia di giocare per Argentinos», fu la sua risposta, anche se Argentinos era stata la prima squadra di Diego Maradona, il suo idolo. Quello dell’unico poster, come un altare, che Carlitos teneva nella cameretta del Nodo 1 di Fuerte Apache.

Ciò che ancora non sapeva, però, era che Maddoni era passato al Boca e allora non ci fu più bisogno di insistere. «Quando ho iniziato ad allenare Carlos credevo che gli elementi fondamentali di un giovane giocatore dovessero essere due: la capacità di calciare bene con entrambi i piedi e un buon colpo di testa. Lui mi ha insegnato che in tutto sono quattro, c’è anche il ritmo e l’aggressività».

Il primo gol con la 10 del Boca Carlitos lo fece al San Lorenzo un giorno di fine agosto del 2002. Lo lanciarono in contropiede da metà campo, driblò il terzino destro con uno stop d’esterno e poi infilò il portiere sul primo palo. Quando la Bombonera esplose, capì che ce l’aveva fatta, era entrato nell’Olimpo del calcio. Quel che segue è storia nota: vennero il Corinthians, il West Ham, il Manchester United, il City e ora anche la Juve, ma per quanto Carlos si sia allontanato da casa, il barrio gli è rimasto sempre addosso.

Nel luglio del 2008, quando era allo United già da un anno, uno dei suoi fratelli e suo cognato rapinarono un furgone portavalori. Dopo l’arresto, tentarono addirittura di coinvolgerlo, dicendo che l’appartamento che era servito da covo, l’aveva affittato lui. Quando era già passato al City e segnò nella Supercoppa d’Inghilterra del 2012 contro il Chelsea, sollevò la maglia bordeaux e mostrò la scritta Fuerte Apache. Nel bene o nel male, questa è la sua vita e lui non l’ha mai nascosta. Sul Nodo 1, dov’è cresciuto, adesso hanno fatto un graffiti enorme con la sua faccia. Poi, quando torna in Argentina, la prima cosa che fa è andare al Fuerte a giocare una partitella con gli scugnizzi, lui conosce la strada per uscire dal territorio indiano e ci tiene a fargliela vedere.

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Guerin Sportivo

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