mercoledì 20 set 2017

<b>Puro Futbol:</b> storia di Vidal, il cuore d’oro di Re Arturo

Mohicano, tatuato, arrogante, griffato, rissoso e multato: quante cose si dicono di Arturo Vidal e quante se ne sono dette in particolare negli ultimi giorni. E allora Pangea interviene per riscattare il vero volto di Re Artù, quello che ci ha dato dentro nel calcio per tirare fuori la madre e i fratelli dalla povertà, quello degli autografi venduti per curare il cugino e delle notti in piedi in ospedale, per stare con l’amico che moriva

Santiago del Cile – Jaqueline guarda la televisione e dice: «Mio figlio viene da un altro pianeta, l’ho sempre pensato». Tutto ciò che la circonda gliel’ha regalato lui. La casa nell’elegante quartiere ai piedi della cordigliera delle Ande, il rosario d’oro che porta al collo, l’auto parcheggiata fuori. Ha deciso che sarebbe diventato un campione vedendola tornare stanca dal lavoro: «Facevo le pulizie, stiravo in casa della gente. Quella volta ero sfinita. Lui mi ha tolto le scarpe e ha detto di non preoccuparmi, che presto i soldi non sarebbero più stati un problema». All’epoca Arturo Erasmo Vidal era appena un bambino, ossessionato da una sola cosa: il pallone. «Lo chiamava il “toy”, come se fosse stato l’unico giocattolo al mondo e, quando non ce l’aveva tra i piedi, lo stava cercando». Dopo aver segnato tre gol al Copenhagen in Champions, se l’è portato a casa, mostrando che quell’ossessione non gli è ancora del tutto passata, nonostante abbia già mantenuto la sua promessa.

Squadra di cugini: il campetto del Rodelindo è praticamente il giardino dei Vidal (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Squadra di cugini: il campetto del Rodelindo è praticamente il giardino dei Vidal (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Ne è trascorso di tempo da allora, ma Re Artù non si è dimenticato di nessuno. Leverkusen, Torino: non importa. Appena può, torna a Santiago, a quei sobborghi polverosi della zona sud dove stanno i suoi i 4 fratelli, i suoi mille cugini, i nipoti, gli zii e tutti gli altri amici. Il secondo figlio di Erasmo Vidal e Jaqueline Pardo è nato il 22 maggio del ’87. Suo padre voleva si chiamasse come lui, ma poco prima del parto il nonno materno morì tragicamente. Faceva lo spazzino e restò schiacciato dentro al camion dei rifiuti e così si decise di ricordarlo, battezzando il nipotino col suo nome.

All’epoca la famiglia era ancora unita e viveva nel barrio di La Victoria, il quartiere più popolare tra i quartieri popolari della capitale, nato dalla prima leggendaria occupazione di terre dell’America Latina. Il 30 ottobre del ’57, i Vidal erano tra le 1.200 famiglie di disperati che invasero quei lotti di sterpi, costruendoci una casa con quattro assi e un po’ di lamiera. Quando il papà di Arturo era giovane, a La Victoria si resisteva con le pietre e le molotov ai tentativi di sgombero quasi settimanali e i famosi preti terzomondisti si mettevano in mezzo, a volte a costo della vita, per calmare la polizia. Poi venne il colpo di Stato del ’73 e uno dei generali di Pinochet propose di bombardare quel luogo proibito, in cui si perdevano immancabilmente le tracce dei sovversivi e degli agitatori, ma fu fermato in tempo.

Orgoglio: Erasmo Vidal mostra i ritagli di giornale di suo figlio Arturo (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Orgoglio: Erasmo Vidal mostra i ritagli di giornale di suo figlio Arturo (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

La casa dei Vidal si trova ancora oggi in via Stella Bianca, come quella che brilla sulla bandiera del Cile. Per arrivare al campetto, Arturo camminava un paio d’isolati per Unidad Popular, passava davanti al murales di Salvador Allende e girava l’angolo subito dopo la strada Libertà. Poi tornava a casa sporco, e suo zio Ricardo lo derideva chiamandolo il “Mangiaterra”. «La nonna era il centro della famiglia, cucinava per venti bimbi in un pentolone e la casa esplodeva d’allegria». Luis è cugino d’Arturo e ride se ripensa a quando, adolescenti, andavano alle feste insieme. «Una volta abbiamo addirittura dovuto riportarlo a casa, perché non lo facevano entrare da nessuna parte. E dire che giocava già nel Colo-Colo». Difficile crederci adesso, no? Che la cresta è il look più in voga tra i ragazzi del posto.

El Cacique selezionò Vidal che aveva 12 anni, «prima come centrale e poi come terzino sinistro», si ricorda il papà, che gli insegnò i primi tocchi e i primi dribbling. «Debuttò da titolare il giorno dopo la morte di sua nonna. Venne qui al funerale e poi scese in campo contro l’Antofagasta». Qualche hanno dopo, quando già giocava in quella mitica prima squadra con Alexis Sanchez, Jorge Valdivia e Humberto Suazo, mister Carlos Borghi disse che sarebbe diventato «il miglior libero al mondo». «El Bichi aveva visto giusto, anche se sbagliò ruolo, perché Arturo può giocare in difesa, a centrocampo e in attacco», commenta Juan Antonio Torres, il giornalista che intervistò l’allenatore a suo tempo.

Il santino di Arturo Vidal, veglia sul calendario del Rodelindo Roman (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Il santino di Arturo Vidal, veglia sul calendario del Rodelindo Roman (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Con l’adolescenza venne il momento più brutto. Il padre aveva problemi con l’alcol e i suoi si separarono. Arturo si trasferì con la madre e i fratelli a San Joaquin, un rione non troppo lontano da La Victoria, dove però i miti di quartiere non erano più gli eroi della rivolta, ma quelli del calcio. Nel corso degli anni, uscirono da San Joaquin almeno 47 professionisti. Il primo tra loro, è oggi un brutto ricordo della Nazionale italiana: Leonel Sanchez, che ai Mondiali cileni del ’62 si mise in mostra nella cosiddetta Battaglia di Santiago, per aver steso con un gancio sinistro prima il centrocampista azzurro e oriundo italo-argentino, Humberto Maschio, e poi il difensore Mario David.

Delle stesse parti sono anche Ivan Zamorano, che si trasferì quando aveva cinque anni e che oggi ha fondato in zona una scuola calcio per allontanare i ragazzi dalla droga, la Escuela Bam Bam Zamorano. Luis Jara, detto il “Maradona cileno”. Jorge Toro, che negli anni Sessanta giocò nella Sampdoria, nel Modena e nel Verona, e che nella Battaglia di Santiago segnò da 30 metri il definitivo 2 a 0 cileno. O Fabian Orellena, passato per l’Udinese senza mai scendere in campo e oggi in forza al Celta Vigo. In questo pantheon del futbol e con un astro nascente in famiglia, Jaqueline trovò casa proprio davanti al Rodelindo Roman, la squadretta di quartiere che Arturo chiama oggi «il club del mio cuore, quello che mi ha visto nascere». Il campo fa tuttora da cortile a quell’abitazione modesta ma dignitosa in cui la donna si guadagnò l’ammirazione infinita dei suoi figli, crescendo da sola tutti e quattro.

Per andare ovunque, Arturo doveva prima attraversare una delle due porte del Rodelindo. «Non è un campo da calcio, ma un letto di pietre, in cui uno dei due portieri gioca in un avvallamento e basta tirare alto per segnare», dice divertito don Hernan, vicino dei dintorni e papà di un altro residente illustre di San Joaquin: Alejandro Escalona, che fu protagonista di una breve apparizione nel Torino della retrocessione e poi passato per il River Plate, il Benfica e il Gremio.

Scugnizzi della poblacion La Victoria: crescono con Salvador Allende e Vidal sui muri. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Scugnizzi della poblacion La Victoria: crescono con Salvador Allende e Vidal sui muri. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Con Arturo in squadra, il Rodelindo smise per qualche hanno di temere gli agguerriti derby contro il Juventud La Serena e il Municipal San Miguel. Anche se era stato titolare in Coppa Libertadores col Colo-Colo, Vidal scappava in segreto a San Joaquin, si cambiava la maglia e tornava a correre tra i sassi coi vecchi amici. In un’intervista di sette anni fa, disse: «Il mio potente colpo di testa, l’ho imparato nel Rodelindo». Oggi, la sede è diventata un santuario di Re Artù: poster, foto, autografi, un maxischermo, una griglia e un tavolo da ping-pong, completano l’arredamento di un club in cui la birra e la carne ai ferri accompagnano immancabilmente le dirette sui match della Juve.

Tra Arturo e il Rodelindo l’amore è tale, da sconfinare fino alla sua seconda grande passione: l’ippica. I cavalli della sua scuderia, infatti, vestono gli stessi colori sociali di quella che fu la sua prima squadra: il bianco e il verde. Quando ancora non era l’ammirato proprietario dello Stud Alvidal e dei suoi magnifici sauri da corsa, che scendono in pista adornati con un paraocchi in cui sono ricamate le iniziali “A” e “V”, Arturo fu un semplice ragazzino che guadagnava qualche spicciolo pulendo selle e criniere. In Cile l’ippica è quasi uno sport nazionale e nel Paese si corre il secondo derby del continente americano per importanza, El Ensayo del Hipodromo de Chile, che viene superato solo dal Belmont Stakes di New York.

Ippica per le masse: spettatori del pomeriggio infrasettimanale, al Club Hipico (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Ippica per le masse: spettatori del pomeriggio infrasettimanale, al Club Hipico (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Le famiglie vanno all’ippodromo in macchine stracolme di fratellini e passano le giornate giocando, mangiando e bevendo fino a notte inoltrata. Così facevano e fanno tuttora i Vidal, i Pardo e i loro amici. Arturo fu salvato da una carriera come maniscalco mediocre da don Enrique Carreño, uno dei guru del Club Hipico. Al tempo era il suo datore di lavoro e un pomeriggio lo prese da parte e lo licenziò: «Questa non è roba per te, ragazzino. Tu hai un futuro nel mondo del calcio».

Lui comunque gli diede ascolto solo a metà e, dopo aver vinto 3 campionati con il Colo-Colo, nonché poco prima di firmare quello che nel 2007 lo avrebbe trasformato per un certo periodo nel giocatore cileno più caro della storia (11 milioni di dollari per passare al Bayern Leverkusen), tornò al Club Hipico per comprare il suo primo cavallo: la puledra Bubierca. Ora, che ne ha più di 40, si può dire che abbia «speso molto bene i suoi soldi, anche se per andare in attivo con una scuderia del genere, deve puntare a vincere i grandi classici del turf nazionale, quelli della Triple Corona». Marco Solis, cronista sportivo del quotidiano La Cuarta, lo dice guardando la pista dalla sala stampa dell’ippodromo, lo stesso luogo da cui vide morire uno dei migliori amici di Vidal.

«Nicolas Inda era uno dei fantini più promettenti in assoluto», garantisce. Correva coi cavalli di Arturo, avevano praticamente la stessa età ed entrambi erano stati cresciuti dalla madre. Poi, alle nove di sera del 27 maggio 2011, Nicolas affrontò la sua ultima corsa, la numero 16 di giornata. Era quarto quando Victor Miranda e la sua Nobile Origine caddero all’uscita della curva che dà sul rettilineo finale. Nicolas e Brightly Son stavano subito dietro e li travolsero, poi vennero altri sei cavalli. Brightly si rialzò e tagliò il traguardo “scosso”, Nicolas no. Stette in coma cinque giorni, per la maggior parte dei quali Vidal non si mosse mai dalla sedia fuori dalla sua stanza. «Fu l’ultima persona a vederlo vivo», precisa la mamma Jaqueline e oggi, a volte, quando segna, si porta le mani alle orecchie per sentire il grido del pubblico, come faceva il suo amico dopo le vittorie.

Lo Stud Alvidal, la scuderia di Arturo (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Lo Stud Alvidal, la scuderia di Arturo (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Mentre il talento di Arturo cresceva, le vicende dei Vidal lo tenevano continuamente legato a una realtà a volte dura, ma che lui ha sempre affrontato con coraggio. Qualche anno fa, uno dei più piccoli nella moltitudine di cugini che mangiavano dalla pentola della nonna a La Victoria, scoprì di avere una grave malattia. Angelica, racconta che quello di suo figlio Peter è un raro caso di cancro alle ossa. «Nel momento in cui si è sentito peggio, faceva la chemio e gli stavano per amputare un piede, ho chiamato mio nipote Arturo». Insieme hanno organizzato una festa di raccolta fondi. Vidal si è seduto a un tavolo e ha firmato autografi per tutta la notte. «Li vendevamo per qualche soldo, ma a fine serata avevamo abbastanza denaro per andare avanti».

Palla lunga, stacca il cane: calcio alla poblacion La Victoria (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Palla lunga, stacca il cane: calcio alla poblacion La Victoria (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Oggi Peter sta bene ed è diventato un maestro degli origami. Si muove rapido sulle stampelle nella casa di via Stella Bianca, dove vive con Luis, Angelica e una nutrita popolazione famigliare. Non c’è più lo zio Ricardo, quello che chiamava Mangiaterra il piccolo Arturo imbrattato. È morto affogato nel suo ultimo bicchiere. Quello che l’ha steso su un marciapiede in una notte troppo fredda per le sue vecchie ossa. Con la scomparsa del fratello, però, Erasmo ha preso una scossa e ha deciso di provare a fare bene. Lavora tutti i giorni alla scuderia Alvidal, il pomeriggio da una mano a tener ordinato il Rodelindo e vuole riconquistare la fiducia di quel figlio campione che lo riempe d’orgoglio fino alle lacrime.

«Aspettavamo Arturo per le feste, come sempre», dice circondato dagli amici di suo figlio. Anche prima dei Mondiali, Arturo è passato per l’ultimo brindisi al Rodelindo e poi è partito per il Brasile. «Certo», rispondono gli ex compagni di pallonate, quando gli si chiede se abbiano intenzione di trovarsi al club per vedere la Coppa del Mondo. Sono sicuri che ci saranno, come chiunque può star sicuro che per ogni gol di Re Artù, ci sarà un boato nei sobborghi della Santiago sud. 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista Guerin Sportivo.

Ippodromo di Santiago: lavaggio dei cavalli dopo le corse del sabato (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Ippodromo di Santiago: lavaggio dei cavalli dopo le corse del sabato (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Lascia un tuo commento