<b>PURO FUTBOL:</b> storia di Fredy Guarin e del suo debole per le lentiggini

Il passato del centrocampista nerazzuro risale il fiume di un infanzia di difficoltà e prodigi: la guerra civile in Colombia, il cesto di empanadas con cui si guadagnava da vivere, la sorella morta tra le sue braccia, il soprannome di «Vagabondo» e poi il miracolo di un sussidio per continuare a inseguire il pallone

Cuore vagabondo e un debole per le lentiggini: Guarin (foto: Alberto Lingria/AFP/Getty Images)

Cuore vagabondo e un debole per le lentiggini: Guarin (foto: Alberto Lingria/AFP/Getty Images)

L’adolescenza trascorsa sugli altipiani di una Colombia in guerra con sé stessa, divisa tra le FARC, i gruppi paramilitari e i cartelli del narcotraffico, correndo dietro alla pecosa – “la lentigginosa”, come chiamano in Sudamerica il classico pallone bianco a macchie nere – e sgomitando in mischie fatte di gente sempre più grande di lui.

Come un marinaio uscito dalle saghe del suo conterraneo Alvaro Mutis, il giovane e introverso Fredy Alejandro Guarìn, classe 1986, nel suo costante e testardo sognare una carriera da calciatore, si farà le ossa nei porti fluviali dei tropici prima di prendere il largo con i bastimenti che contano.

Un pellegrinaggio indisciplinato da una scuola di calcio all’altra, risalendo la corrente dell’immenso Magdalena, il fiume che attraversa il Paese per sfociare nelle acque dei Caraibi, in prossimità di Barranquilla. Dalle sponde della natale Puerto Boyacà a quelle di Ibagué, ai piedi del vulcano Tolima, per poi scendere a valle, seguendo il corso del torbido Rio Cauca in cerca di un contratto da professionista.

Nel 2003, appena diciassettenne, gioca ben due mondiali con le giovanili della nazionale: prima l’under 17 nella fresca estate di Helsinki, dove l’aria cristallina della mattina ricorda quella tersa della Cordigliera, poi l’under 20, nello sfarzo profumato di benzina di Dubai. Sulle rive contaminate del fiume Medellìn, alle porte di quella che fu la roccaforte del narco Pablo Escobar, avrà finalmente tempo di crescere e maturare tra le file dell’Envigado, “il vivaio degli eroi”, da dove pochi anni più tardi prenderà il volo anche Jaime Rodriguez, attuale numero 10 del Real Madrid.

Seguendo il romantico protocollo dell’emigrante, le banchine de La Boca e la cantera Xeneize, sul Rio de la Plata, saranno il successivo approdo nonché trampolino definitivo verso le luci del fútbol. Dopo uno scalo a Saint Etienne, lungo la Loira, viene il momento di gettare l’ancora sull’altro lato dell’Atlantico: nella bruma di Oporto ritroverà Radamel Falcao, compagno nella nazionale sub 20, al quale servirà l’assist decisivo nella finale di Europa League 2011 contro lo Sporting Braga.

Veloce e potente, la testa inclinata in avanti e lo sguardo fisso come un felino in caccia: a fianco del Tigre Falcao, diranno in patria, corre finalmente il “Giaguaro di Boyacá”. È la consacrazione di quel ragazzino magro e malaticcio che nel distretto Las Americas di Ibagué chiamavano el langaro, “il vagabondo”, sempre scalzo e ciondolante sul ciglio della carretera, con il sole o con la pioggia, per raggiungere il club Cooperamos Tolima, dove il suo primo allenatore, Johnny Valencia, lo riceveva con una tazza di brodo di gallina, arepas e un paio di scarpe usate.

«Il negro delle empanadas» il suo slogan, quando per arrotondare le misere entrate familiari percorreva in lungo e in largo il barrio con una cesta ricolma di fagottini di carne, fritti con amore dalla madre, Silvia Vazquez, e incautamente abbandonati ai bordi del campetto per giocare un picadito, una “partitella”, al termine della quale la preziosa merce era puntualmente dimezzata, se non sparita.

A Ibagué, nella regione andina di Tolima, i Guarín si erano trasferiti nel 1997, dopo la tragedia familiare che aveva gettato Fredy in un mutismo impenetrabile, dal quale nemmeno il pallone sembrava poterlo distogliere. Il 1° gennaio di quell’anno, a pochi passi dalla loro umile casa nel quartiere Pueblo Nuevo di Puerto Boyacá, la sorellina minore Luisa Fernanda, affetta da meningite, veniva schiacciata da un trattore mentre giocava per strada, e moriva tra le sue braccia.

Doña Silvia giura che sia stata lei, dal cielo, a compiere il miracolo due anni più tardi: un inatteso indennizzo statale di due milioni e mezzo di pesos permetterà a Fredy di viaggiare con la selezione regionale di Tolima in Perù, convincendo i suoi che quel sogno di giocare e vivere di fútbol non era poi così impossibile. Dopo il debutto nel calcio professionistico con la maglia giallo verde dell’Atlético Huila di Neiva, il suo cartellino verrà comprato dal Deportivo Tuluà, militante nella serie B colombiana, e girato all’Envigado di Medellin. Il resto è storia: Buenos Aires, Francia, Portogallo, Italia e un quarto di finale mondiale perso con onore contro i padroni di casa del Brasile.

Alla luce di queste avventure, le nubi che hanno talvolta oscurato il suo passaggio per San Siro non potevano che essere passeggere. Cresciuto remando nelle acque del Magdalena, Fredy “il vagabondo” ha bisogno di sentire l’acqua scorrergli vicino per poter addomesticare a dovere “la capricciosa”, altro sinonimo sudamericano di pelota. Che abbia ancorato la sua zattera nell’Adda, o nel Ticino, o nella confluenza di questi con il Po, con il diradarsi delle nebbie invernali che coprono la Pianura Padana il Giaguaro di Boyacá ricomincerà finalmente a solcare il mare magnum del centrocampo, sfidandone le rapide e risalendone le correnti.

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