<b>PURO FUTBOL:</b> l’esilio dorato di Sergio Romero, dalla finale mondiale alla tribuna

Continua il viaggio di Pangea tra i diamanti grezzi sudamericani, nel calcio europeo. Oggi tocca all’eroe di Argentina-Olanda, che non trova un posto da titolare, ma che comunque pagato profumatamente. Sono i paradossi di un portiere alto quasi due metri chiamato “Il Piccoletto”, nato ai confini col Brasile e cresciuto in Patagonia, che, in bilico tra basket e futbol, scelse di usare le mani in uno sport in cui è d’obbligo pensare con i piedi

Il biglietto ha funzionato: Romero festeggia un rigore parato all'Olanda, nella semifinale di Brasile 2014 (foto: la rete)

Il biglietto ha funzionato: Romero festeggia un rigore parato all’Olanda, nella semifinale di Brasile 2014 (foto: la rete)

San Paolo del Brasile, 9 luglio 2014, semifinale mondiale Argentina-Olanda. «Oggi ti mangi il mondo, oggi ti converti in un eroe»: Mascherano stringe tra le mani la faccia scura e barbuta di Sergio Romero che annuisce con gli occhi bassi, come un bambino al cospetto di un padre severo. Di lì a poco El Chiquito – “Il Piccoletto”, come lo chiamano in patria – camminerà su e giù per la linea di porta leggendo e rileggendo un bigliettino nascosto nel guanto sinistro: non indicazioni sui rigoristi olandesi ma una dedica amorosa della prorompente showgirl Eliana Guercio, sua moglie, conosciuta proprio in Olanda ai tempi in cui difendeva la porta dell’AZ Almaar, agli ordini di quel Luis Van Gaal che nel 2007 lo aveva portato in Europa prelevandolo dal Racing di Avellaneda e che ora siede sulla panchina degli Orange.

Romero ipnotizza Ron Vlaar e Wesley Sneijder e l’Argentina raggiunge la finale di un mondiale dopo 24 anni. Chiquito las pelotas – “Piccolo un paio di palle” – commenterà l’indomani il quotidiano sportivo Olé, mentre La Naciòn svelerà la storia del ragazzino che avrebbe potuto essere cestista e che al canestro preferì un paio di guantoni da portiere. Nato nel 1987 in provincia di Misiones, alla frontiera con il Brasile, si trasferisce con la famiglia nel profondo sud dell’Argentina, a Comodoro Rivadavia, centro petrolifero più vicino alle Malvinas che a Buenos Aires, spazzato dal vento antartico e bagnato da un Atlantico scuro e gelato.

È il più giovane di quattro fratelli, l’unico a non raggiungere i 2 metri d’altezza – motivo sufficiente a ribattezzarlo Chiquito – e ai tuffi tra i pali alterna la passione per il basket, dimostrando talento da vendere in entrambi gli sport. A 15 anni entra nella rinomata Academia del futbol del Racing di Avellaneda, a 4 mila chilometri da casa, e un anno dopo, complice le lusinghe di Enrique Tolcachier, attuale presidente della Lega Nazionale di Pallacanestro, è sul punto di tornare in Patagonia, vicino alla famiglia, per debuttare come pivot nella massima serie, sul parquet del Comodoro Rivadavia. Seguendo i consigli paterni Chiquito resiste alla tentazione, e nel 2008 è nella nazionale che vincerà l’oro olimpico a Bejing, in Cina, al fianco di Messi, Di Maria, Agüero, Mascherano e Lavezzi, la generazione dorata che arriverà a un passo dal sollevare la Coppa del Mondo 2014.

Castellamare di Stabia, Stadio Romeo Menti, 18 agosto 2012: Sergio Romero cammina su e giù lungo la linea di porta con addosso la maglia della Sampdoria, è il terzo turno della Coppa Italia e i blucerchiati di Ciro Ferrara, neopromossi in A, perderanno ai rigori con la Juve Stabia. Chiquito, arrivato a Genova l’anno prima, è stato titolare in B con 24 gol subiti in 29 presenze, e la presidenza dei Garrone decide di riconfermarlo nonostante l’esoso ingaggio di quasi un milione e mezzo di euro, strappato dal suo procuratore Mino Raiola. Con un passivo di 39 reti in 32 partite la cessione diventerà però inevitabile: un anno in prestito al Monaco di Ranieri, come riserva del croato Danijel Subasic – in panchina al mondiale – per un totale di 9 presenze e 7 gol subiti, con una papera clamorosa in Coppa di Francia contro il Guincamp, a solo 2 mesi dalla partenza per il Brasile.

Il CT albiceleste Alejandro Sabella non si spaventa e non cede alle pressioni di chi gli chiede di schierare un estremo difensore che almeno non abbia passato l’ultima stagione in panchina: dopo aver disputato come titolare il Mondiale 2010 e la Coppa America 2011, Romero diventa uno degli eroi popolari argentini alla pari del generale Mascherano, contendendo il Guanto d’Oro della Fifa al tedesco Manuel Neuer.

I paragoni con Sergio Goycochea, incubo di Donandoni e Serena nella maledetta semifinale di Italia ’90, si sprecano: mentre “Goyco”, per scaramanzia, urinava in campo coperto dai compagni prima dei rigori con Yugoslavia e Italia, il piccolo Romero, più romanticamente, leggerà e bacerà il biglietto della sua amata, la stessa a suggerirgli, fin dal 2 a 1 d’esordio con la Bosnia, di non tagliarsi più quella barba che lo rende un po’ più uomo. I nostalgici vedono invano il riflesso della cabala di Mario Kempes, che nel ’78, una volta abbandonati i baffi su ordine di mister Menotti, cominciò a segnare senza più fermarsi.

Benfica, Liverpool, Manchester United: dopo l’exploit brasiliano il brutto anatroccolo sembra sul punto di diventare finalmente cigno, ma l’alto ingaggio stabilito dal suo manager – intorno ai 2,5 milioni di euro – diventa un ostacolo insormontabile e controproducente: finito il prestito al Monaco non resta che tornare a Genova, dove Mihajlovic ha però deciso di puntare sui fondamentali di Emiliano Viviano e, in caso di necessità, sulla flemma carioca di Angelo Da Costa. Chiquito sarà la terza scelta, con scarse possibilità di entrare in campo e tanto meno di svincolarsi dal club, almeno fino al mercato di gennaio.

Bizzarro destino quello del portiere, scriveva Galeano, martire confinato nella propria area, che aspetta da solo, tra i pali, la sua fucilazione. Con uno stipendio annuale da 1,7 milioni di euro, che pesa da solo quanto un terzo dell’intera rosa blucerchiata, Romero è diventato così’ il quarto portiere più pagato della Serie A dopo Buffon, Diego Lopez e Handanovic, condannato a una panchina, o meglio a un esilio in tribuna, paradossalmente dorato.

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