<b>PURO FUTBOL:</b> Le rivoluzioni del “Pazzo” Bielsa, l’argentino che suonava la Marsigliese

Rosarino come Messi e Che Guevara, giornalaio ossessionato dagli schemi e allenatore filosofo votato all’attacco: la storia del “Loco” che vietò la cioccolata a Batistuta e che un giorno disse: «la verità è di coloro che hanno il potere»

Illuminato da un irriverente follia: Marcelo Bielsa, El Loco, e il calcio (foto: la rete)

Illuminato da un irriverente follia: Marcelo Bielsa, El Loco, e il calcio (foto: la rete)

«Abbiamo quasi trent’anni e non abbiamo ancora fatto niente di niente» disse Marcelo Bielsa al fratello maggiore Rafael nel giorno del suo ritorno in Argentina, dopo quattro anni di permanenza forzata in Spagna. È il 1981, la dittatura militare argentina comincia a mostrare le prime crepe e tra gli esiliati che rientrano in patria c’è anche un giovane avvocato, sequestrato, torturato e interrogato da Leopoldo Galtieri in persona nel 1977, tifoso di quel Newell’s Old Boys dove il più giovane Marcelo si disimpegna come difensore, senza brillare: troppo lento per la Prima Divisione, ha il curioso vizio di dirigere i compagni dentro e fuori dal campo come farebbe un veterano.

Discendenti di una ricca famiglia di giuristi, Rafael e Marcelo viaggiano in silenzio dall’aeroporto di Buenos Aires a Rosario, senza sapere cosa ne sarà del loro futuro. Il primo farà carriera in politica, il secondo sarà, nel ’90, il più giovane tecnico argentino a vincere un campionato di Primera Division, la Serie A locale, guidando lo stesso Newell’s che anni più tardi gli intitolerà il proprio stadio: «Lì ho vissuto le mie più grandi allegrie e lì spero di ritornare, un giorno» ripeterà con amore e riconoscenza ogni volta che sarà necessario.

A 17 anni, dopo un litigio col padre – tifoso del Rosario Central, che mai e poi mai andrà a vederlo giocare e tanto meno allenare – si era trasferito nella pensione del Newell’s, destinata ai ragazzini delle famiglie più umili, dove aveva chiesto e ottenuto di poter dormire insieme alla sua moto, una Zanella 50, parcheggiata di fianco alla sua brandina. Nella scuola del Sacro Cuore di Gesù di Rosario, il futbol professionistico era l’obiettivo e l’unica possibilità di riscatto sociale dei più poveri, mentre la borghesia concedeva ai propri rampolli di calciare il pallone solamente a livello amatoriale, tenendo loro aperte, per il futuro, le porte dei palazzi più importanti: fin dall’inizio il piccolo Bielsa aveva scelto la strada meno battuta, cercando il riconoscimento di coloro che lo fischiavano vedendolo arrivare al campo in jeans e camicia e per questo lo chiamavano “signorino Marcelo”, imitando la governante che lo badava tra le mura domestiche.

«Mi piaceva leggere di Menotti e di Bilardo, ma non potevo comprare ogni giorno i 12 quotidiani che arrivavano a Rosario, così cominciai a gestire un’edicola in centro»: a 25 anni Marcelo Bielsa abbandona il calcio giocato, affitta camere a studenti e stagionali, apre un chiosco di giornali dove poter leggere ogni mattina le notizie sportive e si iscrive all’università per diventare preparatore atletico, mentre uno zio gli invia ogni mese dalla Spagna, su richiesta, decine di registrazioni della Liga.

È in questo periodo, in cui internet è meno di un miraggio, che nasce la sua mania per lo studio di schemi e giocate tramite le ormai vintage cassette VHS: ne porterà oltre 7 mila al mondiale di Corea e Giappone, dove quella nazionale stellare capitanata da Roberto Ayala gli confermerà stima e fiducia nonostante la precoce eliminazione nella fase a gruppi. «I momenti della mia vita in cui sono cresciuto hanno a che vedere con la sconfitta, quelli in cui sono peggiorato, con la vittoria. Il successo deforma, rilassa, inganna, l’insuccesso ci rende solidi e coerenti – spiegherà ai 600 alunni della sua vecchia scuola, durante una conferenza su etica e sport: successo e felicità non sono sinonimi. Il successo è solo un’eccezione, il meglio dell’essere umano si manifesta quando questo lo abbandona».

Vorace, perfezionista e testardo, esigente come un generale e paterno come un precettore dell’epoca classica, capace di motivare ed entusiasmare anche i più scettici, i meno propensi a decifrare il suo lessico complicato e insolito, non darà mai del “tu” ai suoi uomini, che in cambio, in Argentina, lo chiameranno marote, “testone”, nel gergo gauchesco. «Ci mettemmo un anno e mezzo a capirlo» rivelerà Diego Simeone, suo discepolo e mastino di quell’albiceleste esasperata dalla memorizzazione metodica e ossessiva di infinite varianti di gioco: «Il peggio può sempre accadere e per questo bisogna avere una risposta», si giustificava all’epoca il Loco.

«Pretendo che i miei giocatori si argentinizzino per dribblare e che si europeizzino per smarcarsi»: fanatico dell’attacco e del pressing a tutto campo, durante gli allenamenti delle sue squadre invertirà costantemente le posizioni di attaccanti e difensori sviluppando una sua personale versione di “calcio totale” – fisicamente estenuante, secondo i critici – cercando di rimettersi il meno possibile alla sola ispirazione dei singoli fantasisti. «Di Maradona purtroppo non ne esistono più, e noi in Argentina continuiamo a pensare che il futbol si possa misurare secondo quelle che erano le capacità del Diego»: anche per questo disincanto così poco latino, molti in patria lo marchieranno negativamente come “il più europeo degli argentini”, salvo poi rivendicarlo una volta giunto al successo, condizione effimera e ingannevole ai cui influssi devianti cercherà sempre di rimanere immune.

Nel 1988, all’alba della sua carriera, aveva viaggiato in lungo e in largo per il paese con una Fiat 147, percorrendo 25.000 kilometri in due mesi e mezzo, con l’obiettivo di cercare talenti senza aspettare che questi comparissero per magia nei principali centri di osservazione delle province di Cordoba e Santa Fe. Il risultato: la creazione di una rete, tra le selve tropicali del Chaco e le steppe patagoniche, con cui reclutare periodicamente ragazzini da provare nella cantera del Newell’s. Un lavoro epico e inedito, del quale José Pekerman, suo stretto collaboratore e grande estimatore, gli riconoscerà pubblicamente il merito.

Tra gli oltre mille pibes monitorati in quell’anno, anche un goffo Gabriel Omar Batistuta, che lo stesso Bielsa ricorda come gordòn, “ciccione”, quando appena 14enne prendeva d’assalto ogni mattina la sua Citroen sbiadita, in cerca dei cioccolatini che il mister riservava come premio da distribuire ai ragazzi a fine giornata. «Mi fece dimagrire, e quando finì la dieta mi portò nel suo ufficio, sotto la tribuna, e mi regalò un’intera scatola di alfajores, è stato come un padre, il mio primo vero allenatore e il più importante in tutta la mia formazione» si legge tra le pagine di “Io Batigol racconto Batistuta”.

Nel suo libro “La vita in rosso e nero”, dedicato alla storia del Newell’s Old Boys, il fratello maggiore di Bielsa, Rafael, spiegherà come in Argentina il soprannome “pazzo” venga dato a chiunque «non transiti lungo il cammino della maggioranza». «Bielsa non solo non transita nel cammino dei suoi colleghi, ma nemmeno in quello dei suoi compatrioti» rettificherà il giornalista sportivo Ariel Senosian nella biografia Lo Suficientemente Loco, “Pazzo Abbastanza”, titolo preso in prestito da un racconto di Bukowski in cui Chinaski scrive copioni per il cinema pur odiandone il business, nella stessa maniera in cui il DT rosarino vive di calcio ripudiandone determinati meccanismi politico-economici.

In controtendenza con le abitudini dei suoi predecessori infatti, nessun privilegio o esclusiva verrà concessa da Bielsa ai potenti mezzi di comunicazione mainstream argentini, determinanti nell’influenzare l’opinione pubblica, una volta assunta la guida della Selecciòn, e lo stesso Julio Grondona – “il padrino” – paragonerà la sua gestione della nazionale ai governi peronisti del passato, dove per legge, l’inquilino affittuario aveva più privilegi dello stesso padrone di casa.

Rosario, Buenos Aires, Santiago del Cile, Messico, Barcellona, Bilbao o Marsiglia: passionale e romantico a prescindere dallo spogliatoio, il Loco non smetterà di menzionare, in testa alle proprie arringhe, il popolo, el hincha, il tifoso, «l’unico insostituibile del futbol». «Un processo che separa i destinatari dalle decisioni di coloro che governano, è democratico?» chiederà ai giornalisti nel febbraio del 2011, al momento di abbandonare la panchina del Cile per manifesta incompatibilità con l’imprenditore spagnolo Jorge Segovia, nuovo presidente della federazione imposto dal premier Sebastian Piñera e appoggiato dalle influenti aziende sportive gestite dall’allora primo ministro.

Con la celebre sentenza: «La verità è la verità di colui che ha il potere», rescindeva il contratto con la Roja con due anni di anticipo, ribadendo la sua avversione verso il potere economico nel mondo del pallone. L’indomani, con un articolo intitolato “Bielsa, il politico”, l’antropologo Cristian Cabalìn commentava laconico sul portale El Mostrador: «con la sua maniera di intendere la società e le implicazioni del futbol oltre il campo, Bielsa ha dato identità non solo al calcio ma anche ai cileni, dicendoci, in definitiva, che non si può vivere senza libertà né dignità».

LA MARCIA DI BIELSA – VIDEO

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