mercoledì 22 nov 2017

<b>PURO FUTBOL:</b> Juan Román Riquelme detto Il Triste, l’ultimo numero 10

Occhi tristi e destro tagliente, idolo delle folle e caudillo dello spogliatoio: storia del fantasista più adorato dai tifosi del Boca Juniors, talento timido e sottopeso cresciuto nei peggiori campi di periferia

Idolo triste di uno stadio in fiamme: Riquelme e la Bombonera (foto: la rete)

Idolo triste di uno stadio in fiamme: Riquelme e la Bombonera (foto: la rete)

Al Boca Juniors lo amano perché è stato, Maradona permettendo, il più grande numero 10 che abbia mai vestito la maglia Xeneize. Non un uno dei tanti talenti partiti giovani per l’Europa e tornati vecchi, acciaccati e appagati: per oltre 12 anni, dal 1996 al 2002 e dal 2008 al 2014, JRR è vissuto alla Bombonera«Lo stadio la mia casa, il campo il mio cortile», diceva – dove ha incantato la folla con tunnel, gambetas, punizioni, “veroniche” sul filo dell’out laterale degne dei toreri più impavidi e assist entrati nel vocabolario calcistico rioplatense con l’aggettivo riquelmianos.

Molto prima che televisioni e sponsor rendessero planetaria l’espressione “no-looking pass”, riferita ai passaggi che Ronaldinho effettuava – platealmente – guardando dalla parte opposta rispetto alla direzione impressa al pallone, Riquelme ripeteva a memoria, senza ostentare, quello che cronisti e ammiratori in cerca di neologismi adatti a descriverne i guizzi, battezzarono pase a ciegas: il “passaggio alla cieca” con cui, grazie al sesto senso che fu di pochi eletti – tra i quali ci permettiamo di nominare Platini e Pirlo – il 10 alzava la testa in prossimità dell’area avversaria per poi muovere la sfera, a destra o a sinistra, anticipando l’arrivo dalle retrovie dell’ala addetta al cross o della punta incaricata di concludere a rete.

Come una lepre nel mezzo della prateria, Riquelme era solito fermare per una frazione di secondo il suo incedere ciondolante e fiutare nell’aria la corsa di un compagno smarcato. Nel gergo argentino, “fare la pausa”: quel momento decisivo in cui il tempo si arresta e la folla sembra percepire la scintilla del genio, l’intuizione elettrica capace di prevedere lo spazio vuoto, il corridoio, la via di fuga, prima che questa prenda forma, reminiscenza di un arcaico istinto di sopravvivenza applicato al fútbol.

Hincha del club fin da bambino, Riquelme è stato, secondo i suoi devoti, l’ultimo dei fantasisti romantici, il capostipite di una razza che, assicurano malinconicamente a La Boca, non tornerà mai più, perché appartenente ad un’epoca ormai lontana fatta di fede e sentimenti: el diez, il numero dieci, simbolo esoterico della perfezione e allo stesso tempo dell’annullamento di tutte le cose, somma dei primi quattro numeri e sintesi, nella scuola Pitagorica, degli elementi naturali e dei principi universali.

Nato il 24 giugno del 1978, alla vigilia della finale mondiale tra Argentina e Olanda, cresce a Don Torcuato, sul Delta del Tigre, reticolo di paludi e canali che fa da preambolo all’estuario del Rio de la Plata. Timido e introverso, viene scoperto da un reduce della Guerra delle Malvinas improvvisato talent scout del Bella Vista, club della periferia nord occidentale di Buenos Aires: Jorge Ramirez aveva notato il suo destro potente, fuori dal comune per i suoi 7 anni, in uno dei tanti potreros del Gran Buenos Aires, il mosaico di terreni incolti e baraccopoli che circonda la capitale.

Un bambino magro e storto con la faccia scura, denti enormi e sguardo sempre basso: «Niente da fare, non vuole venire, è fatto così» gli risponde una mattina il padre, Ernesto Riquelme, sulla porta dell’umile casa di lamiera in cui Romàn correva a nascondersi ogni volta che Ramirez veniva a cercarlo, per cercare di portarlo a qualche provino. A soli 13 anni vincerà la timidezza nelle file del San Jorge, squadra di quartiere impegnata in tornei regolati da scommesse, minacce e pistole, imparerà a battere i rigori e, complici le botte dei veterani, comincerà a dosare i dribbling e a disfarsi in fretta del pallone.

«Non è male, ma bisognerebbe dargli da mangiare», commenteranno i dirigenti della cantera dell’Argentinos Juniors – il vivaio da cui qualche anno prima era uscito un certo Diego Armando – incerti se accettare quel ragazzino dall’aria triste e visibilmente sotto peso che nonostante tutto, una volta in mezzo al campo, aveva l’abitudine di parlare e mettere in riga i suoi compagni con l’autorità di un grande.

Dopo un provino al River Plate che gli costerà i rimproveri della famiglia, di salda fede Xeneize«se giochi per loro non entri più in casa» gli dirà la madre – Carlos Bilardo spinge per averlo in prima squadra al Boca Juniors, dove debutta nel novembre del 1996 con il numero 8. La consacrazione simbolica arriverà l’anno dopo, proprio nello stadio Monumental del River Plate, quando, durante un superclasíco vinto per 2 a 1, sostituisce il quasi 37enne Maradona, giunto all’ultima partita da professionista della sua carriera.

A quella sua abitudine di festeggiare ogni gol segnato portandosi le mani alle orecchie, mimando di ascoltare il furore della “12”, la curva più calda del mondo, si dovrà il soprannome affettuoso di “Topo Gigio”: con i colori del cuore vincerà campionati, Coppe Libertadores e persino un’Intercontinentale, nel 2000, a Tokio, contro il Real Madrid stellare di Vicente Del Bosque. Al momento del fischio finale, nello scompiglio generale, lo scambio di maglia con un furente Luis Figo viene interrotto dal sopraggiungere del DT Carlos Bianchi, suo “padre” calcistico: le televisioni argentine indugiano sull’indispettito portoghese galactico, al quale non rimane che aspettare la fine di quell’abbraccio fraterno prima di poter cedere la propria casacca merengue in cambio di quella azuloro.

«Con il pallone tra i piedi lei è il giocatore più forte del mondo, ma quando non ha il pallone è come giocare con un uomo in meno» gli dirà nel 2002 Luis Van Gaal nel suo ufficio del Camp Nou, il giorno della sua presentazione al Barcellona, davanti a una marea di registrazioni del campionato argentino: dopo una stagione deludente lascerà il posto a Ronaldinho per trasferirsi al Villareal, che con lui e Diego Forlán approderà per la prima volta nella sua storia ad una semifinale di Champions.

Tornato a casa nel 2008, probabilmente influenzato dall’esperienza europea, JRR apparirà più rapido nel distribuire i palloni, evitando di dare riferimenti agli avversari. Il documentario amatoriale Roman X Roman, da poco reperibile sul web, sottolinea intelligentemente la sua evoluzione mediante la colonna sonora che in sottofondo accompagna le immagini d’archivio: se il giovane e imberbe Romàn degli inizi puntava i difensori frontalmente, accennando febbrili finte di destro sui 5/4 sincopati del piano di Dave Brubeck, è sulle variazioni malinconiche e viscerali del bandoneon di Astor Piazzolla che lo si osserva svariare in orizzontale, spesso arretrato sulla linea di centrocampo, con dieci anni in più sulle spalle e un po’ più legato nei movimenti, pesante ma ancora imprevedibile come un calabrone gialloblu che incute rispetto e timore.

Oggi, avvilito dal gioco mediocre e dalle ripetute sconfitte con il River, il popolo della Boca maledice una dirigenza avida e ingrata, colpevole di aver lasciato cadere il proprio beniamino in serie B, tra le file di quell’Argentinos Juniors che pochi giorni fa ha riconquistato la massima serie. Siempre se vuelve al primero amor, cantava Carlos Gardel nel più struggente dei suoi tanghi: la prossima stagione, per la prima volta nella sua vita, JRR potrebbe entrare nella Bombonera da avversario e commuovere, come nessuno prima di lui, quell’arena selvaggia dal cuore debole, che ogni domenica continua a invocare il suo ritorno.

1 commento

  1. Apache scrive:

    Gracias por la nota ! Volvé a casa Román, te estamos esperando.

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