<b>PURO FUTBOL:</b> il calcio orrizzontale della Democrazia Corinthiana

In Brasile correvano i tempi della tirannia, ma anche i tempi in cui un filosofo poteva diventare un campione di calcio. Socrates e il suo Corinthians volevano rivoluzionare il mondo partendo dai campi di gioco e quando si resero conto che stavano scrivendo la storia, capirono che vincere o perdere non era poi così importante

Socrates e il Corinthians: in contropiede sui tempi che corrono (foto: La Rete)

Socrates e il Corinthians: in contropiede sui tempi che corrono (foto: La Rete)

Incapace di riprodurre una qualsiasi forma di autogestione, secondo molti opinionisti il calcio è un esempio classico di dittatura all’interno dello sport. I calciatori, che somigliano molto a un popolo, sono al servizio di un capo, l’allenatore, che decide con insindacabile intransigenza delle loro sorti. Al di sopra di essi il vigile presidente, col potere di licenziare per puro capriccio. Ma come accade con tutte le tenaci certezze, ci fu un momento in cui il calcio mutò la sua indole autoritaria e si trasformò in pura Democrazia. Accadde nella prima metà degli anni ’80 in Brasile, in un piccolo quartiere della periferia di San Paolo chiamato Bom Retiro, dove la buoncostume era di casa fra operai e braccianti. Qui, quegli stessi lavoratori immigrati che la sera dovevano guardarsi dalla polizia, fondarono dopo aver visto all’opera un team amatoriale inglese lo Sport Club Corinthians Paulista, per contrapporsi alle squadre elitarie del centro. Era il 1910.

Il giocatore che ha maggiormente incarnato lo spirito e i valori della squadra, eretto a simbolo eterno dai torcedores corinthiani, come si chiamano i tifosi del Timao, è senza dubbio Socrates. Chiamato così dal padre dopo aver letto La Repubblica di Platone, Socrates si iscrive alla facoltà di Medicina nel 1971. Contemporaneamente, la passione per la filosofia e le idee di libertà e uguaglianza crescevano in lui. Ma il dottore amava soprattutto le piccole squadre di futebol, nelle quali vedeva molte analogie con le prime organizzazioni sindacali inglesi e quando fu davanti alla fatidica scelta fra il calcio e la medicina, scelse il primo, con l’intento di rivoluzionare la società partendo dallo sport.

   Gambe lunghe come un airone che gli valsero il soprannome di Magrão, agile come una gazzella e due piedi fin troppo piccoli per la sua altezza (che a malapena lo ancoravano a terra), Socrates era un centrocampista votato al palleggio e con una visione di gioco eccezionale, che gustava proiettarsi in avanti alla ricerca del gol ed armare i compagni con i suoi celebri colpi di tacco. Socrates non fu il miglior verdeoro di tutti i tempi, forse neppure il miglior giocatore corinthiano, ma di sicuro, come ricorda Pelè, è stato «il più intelligente giocatore brasiliano di sempre».

   A distanza di anni le repressioni subite dalla popolazione povera brasiliana non si erano attenuate fra torture, esili politici e soppressione di ogni forma di dissenso, complice la dittatura militare che accompagnò il Paese nel ventennio ‘64-‘84. Una “dittablanda”, come amava chiamarla il generale cileno Pinochet nella macabra gara a chi mieteva più vittime, ma in prima fila con i suoi gorilas, così come vengono chiamati spregiativamente i conservatori in America Latina, nell’Operazione Condor che seminò il terrore in tutto il continente.

   A volte però ci sono dei momenti in cui le persone giuste si trovano nel posto giusto, come un attaccante di razza su un cross in area di rigore. Tra il 1982 e il 1985, ultimi anni di dittatura, insieme a Socrates in quel Corinthians si ritrovarono due giocatori unici nel loro genere: il terzino sindacalista Wladimir e il centravanti ribelle Walter Casagrande (in Italia con le maglie di Ascoli e Torino). Furono loro tre i leader del quadriennio, insieme a Waldemar Pires Matheus, presidente centralizzatore ma tutto sommato buono, e Adilson Monteiro Alves, che di professione faceva il sociologo e che si ritrovò catapultato, senza alcuna esperienza, sulla panchina di una delle realtà sportive più importanti della storia. La conferenza per la presentazione dell’allenatore si trasformò in un’assemblea oceanica che durò sei ore: era l’inizio della Democrazia Corinthiana.

   La Democrazia Corinthiana è un’utopia sociale ancor prima che calcistica, una delle più importanti forme di resistenza che osarono sfidare la dittatura brasiliana . L’idea che portava con sé questo «gruppo di persone che pensava diversamente» era semplice quanto rivoluzionario: dare libertà e far partecipare tutti alle decisioni del club. Da Socrates il fuoriclasse, al terzo portiere, da Adilson all’ultimo magazziniere, tutti avevano il diritto di esprimere la propria opinione, il leader come il gregario.

   Si discuteva e si votava per qualsiasi cosa, nel pieno rispetto degli altri componenti e senza nessuna distinzione, tutti valevano uno e la maggioranza vinceva. Come quando si scelse di stampare il motto “Democracia Corinthiana” sulle magliette da gioco, dopo un dibattito all’Università cattolica di San Paolo al quale parteciparono Socrates e compagni; o quando i giocatori si presentarono in campo con lo striscione “Vincere o perdere, ma sempre con Democrazia”; o ancora quando esortarono il popolo a recarsi alle prime elezioni libere nel 1982. Il noi si era sostituito all’io.

   L’obiettivo era di crescere sempre di più come squadra e di riflesso essere un esempio per tutta la società e con la caparbietà che contraddistingue i rivoluzionari, si ottenne. Veder giocare il Corinthians era come ascoltare della buona samba e infatti non era raro vedere i giocatori entrare in campo sulle note di Gilberto Gil. Vinse anche due campionati paulisti (’82 e ’83), un sogno per una squadra che non era abituata alle glorie e che doveva contendere città e rivalità con il San Paolo, lui sì il team abituato a vincere, arrogante e conservatore, vicino alla dittatura prima e al neo-liberismo poi.

   Il club smise di essere marginale e divenne un simbolo di lotta e progresso. Intellettuali e artisti cominciarono a frequentare Socrates e compagni per il cambiamento che essi rappresentavano nel paese e per le idee che portavano avanti. Le vittorie oltrepassarono il significato puramente sportivo per abbracciare un valore storico. I giochi di potere per eliminare la parte progressista alle elezioni del Consiglio della società il 1° aprile 1985, giorno del 21° anniversario del golpe militare, rappresentarono la fine di quell’esperienza.

   Socrates aveva già lasciato l’anno prima, con lui anche il ribelle Casagrande, e l’esempio di quella “ingenua Comune”, come quella parigina del 1871, si sgretolò. Magrão morì il 4 dicembre 2011 come predisse lui stesso: «Di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il campionato» e i tifosi, in festa, resero omaggio al dottore-filosofo col pugno chiuso rivolto al cielo. La Democrazia Corinthiana portò con sé per quattro anni il sogno di libertà di un’intera generazione, ma soprattutto la consapevolezza che, quando stai scrivendo la storia, essere campioni in fin dei conti è un dettaglio.

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