mercoledì 20 set 2017

<b>PURO FUTBOL:</b> Gonzalo Higuain, il piede ambidestro de Dios

Cannoniere dal carattere umile, figlio d’arte in una famiglia di campioni, il Pipita Higuain è cresciuto a mollo nel calcio e nel calcio era scritto il suo destino, a discapito di tutte le avversità. Non è riuscito a lasciarlo neanche quando non aveva più voglia di allenarsi. Non sono riusciti a fermarlo nemmeno quando volevano che stesse in panchina.

Higuain: il braccio ambidestro de Dios (foto: Luca Gambuti / Image Photo)

Higuain: il braccio ambidestro de Dios (foto: Luca Gambuti / Image Photo)

Buenos Aires – Nell’ora del dopopranzo in cui i grandi fanno la pennichella e i bimbi si annoiano, le località balneari della costa argentina superano facilmente i 40 gradi. Fu proprio un giorno di questi, precisamente nell’estate del 1996, che due ragazzi si trovarono in mezzo a un campo da basket con la sola compagnia di un pallone e presenziarono a quello che non si sa ancora bene se fu un miraggio o un prodigio. «Scommetto che faccio canestro da qui», disse il più piccolo dei due. Cesar sospettava che Gonzalo volesse metterla dentro coi piedi, ma non immaginava che ci sarebbe riuscito di tacco, perciò disse che ci stava, che gli andava bene scommettere, perché tanto non aveva speranze. Allora l’altro sorrise, l’alzò di punta, la controllò col ginocchio e colpendola col tallone la mandò dentro all’anello.

Fu un fatto così strabiliante che quando Cesar Goldes lo racconta in giro, nessuno gli crede mai e a Gonzalo invece è rimasto il cruccio di non averlo filmato. Per questo ogni volta che ne ha la possibilità, la calcia dentro col dietro dello scarpino. Vuole che tutti lo vedano. Il suo colpo di tacco più famoso l’ha fatto quasi dieci anni dopo. Come numero 19 del River Plate, era il terzo Higuain a vestire la storica banda rossa delle «gallinas». Attorno al 30° minuto, il suo compagno Belluschi si trovò a mettere in area una di quelle punizioni così laterali che le chiamano corner corti. Scelse la via del rasoterra e trovò sul dischetto Zapata, che tirò al volo d’esterno, ma beccò un centrale difensivo.

Gonzalo era girato di spalle, come se l’azione fosse finita e lui stesse tornando verso il centrocampo. Poi, la palla deviata dall’avversario entrò nella sua sfera di influenza. Varcò quell’aura di circa un metro e mezzo che sta attorno agli attaccanti e in cui loro sentono arrivare il pallone come se ce l’avessero irradiata di nervi. Mosse la testa all’indietro e con lei di nuovo il piede. Era lo stesso tallone di quell’estate ’96, ma stavolta tutti i 70 mila spettatori dello stadio Monumental avevano visto di cosa fosse capace e, nel secondo tempo, li scomodò di nuovo segnando anche in contropiede. Era il delirio.

I 15 gol in 41 partite che ha fatto col River sono stati calciati metà con un piede e metà con l’altro. Quei due che fece l’8 ottobre del 2006, non furono importanti solo perché lo portavano ben oltre i 7 che aveva fatto a suo tempo il padre, nei 131 scontri disputati in maglia milionaria, ma anche e soprattutto perché l’avversario era l’odiato Boca Juniors, che prima vinceva e poi perse 3 a 1. Fare due reti in un superclasico è una di quelle cose che in Argentina non si dimenticano mai più. Gonzalo smetteva di essere il figlio di Jorge e il fratello di Federico, e diventava per sempre Higuain. Nel soprannome, al «Pipita» restava il ricordo del nasone del babbo, che i telecronisti avevano battezzato «El Pipa», e poi l’eredità di una famiglia tempestata di stelle dello sport.

Contrariamente a quanto si creda, il primo in quell’albero genealogico di campioni che entrò al San Paolo non fu il ragazzo con la barba sfatta che oggi porta il 9 del Napoli, ma suo nonno Santos Zacarias. Come pugile, Zacarias ha combattuto dai 12 ai 27 anni. Come allenatore, ha vinto due volte il titolo mondiale: prima con Sergio Palma, nei super-gallo, e poi con Martin «La Frusta» Coggi, nei pesi junior welter. In una delle 21 storiche difese del titolo che dovette sostenere, «La Frusta» combattette a Roma. Era il 1987 e Santos invitò in tribuna un connazionale e campione mondiale, perché portasse fortuna al suo pupillo: Diego Armando Maradona. Qualche giorno dopo, Diego ricambiò il favore con due biglietti per la partita del Napoli. Una volta tornato in Argentina, la prima cosa che disse Zacarias fu: «Povero Diego, non lo lasciano neanche camminare per strada».

Se quel giorno gli avessero anticipato che un quarto di secolo più avanti, sarebbe toccata la stessa vitaccia anche a un membro della sua famiglia, forse Santos avrebbe fatto il nome dei figli, Claudio e Alberto, o di uno dei nipotini, Nicolas e Federico. Non poteva immaginare che il prescelto sarebbe stato proprio quello che sua sorella Nancy portava ancora in grembo. Comunque, tutti loro sono stati in qualche modo dei grandi. Il maggiore degli zii, Alberto Zacarias, ha passato tre squadre della serie minori e adesso allena Carolina «La Turca» Duer, campione mondiale dei pesi gallo.

Il più giovane, Claudio, è arrivato addirittura in Primera. Debuttò in quel mirabile ’87 in cui nacque Gonzalo. Quattro anni dopo, segnò anche un gol al River Plate, ma già all’epoca non era più lo stesso, perché gli era successa una cosa brutta. «Gli ultrà avversari avevano messo una bomba carta nella finestra dello spogliatoio e lui si ferì gravemente, lo salvarono per miracolo», racconta José Luis Chilavert, che era il portiere di quel San Lorenzo che schierava Zacarias in difesa. L’8 maggio 1988, la squadra si trovava nella città di Cordoba per giocare i playoff della Libertadores contro Instituto. Con l’esplosione, Claudio alzò il braccio per proteggersi la faccia e i vetri lo colpirono sotto l’ascella. Nove mesi dopo, uscì dall’ospedale e disse di aver perso il 70% dei movimenti della mano: «Posso fare solo una pinza con l’indice e il pollice».

Il riscatto per lui venne soprattutto coi discendenti, i figli del «Pipa» e di Nancy. Nicolas, il più grande, tirò un po’ di boxe, poi vide che era bravo a calcio e a vent’anni gli fecero un contratto da professionista. «Dal campo del San Telmo vedevo la Bombonera, lo stadio del Boca, dove giocò anche mio padre», dice nel perfetto italiano che ha imparato facendo da manager a Gonzalo. «Con un rinvio potente mi sembrava di poterla mandare fin dentro al campo dei bosteros. Allora mi dicevo: se ci arrivo con la palla, ci arrivo anche di persona». Però non fu così. Tra lo stadietto del San Telmo e il santuario del Club Atletico Boca Juniors c’erano un abisso di ragazze carine, i privée delle discoteche e i rientri alle prime ore del giorno. Nicolas, che è simpatico e ha stile, perse troppi allenamenti e con loro, anche il treno della Serie A.

«Ma chi gli toglie le esperienze vissute?» si chiedono gli amici del Club Palermo, la squadra dove hanno esordito tutti gli Higuain e che loro sentono come il salotto di casa. Un paio d’anni fa, la vecchia guardia dell’87, quella che nessuno voleva allenare e che finì per vincere sei campionati di fila (col «Pipita» sempre capocannoniere), ha aperto un ristorantino tipico accanto al campo dei pulcini. Una sera a settimana, i ragazzi si trovano a mangiare la carne e giocare a carte sotto un cartello che dice: «Un vero argentino, non può giocare a Torino». Chissà dove l’hanno preso. Gonzalo ci fa tappa obbligata ogni volta che torna a Buenos Aires. Lo trattano ancora come a vecchi tempi, prendendolo in giro per quella volta che andò in Tv è perse al truco, la briscola argentina, con Susana Gimenez, la Raffaella Carrà di queste latitudini.

Gonzalo non se la cavò poi così male quella volta in tv. Perse, certo, ma flirtava anche disinvolto con quel mito dell’immaginario maschile nazionale. Susana appartiene a un’altra generazione, ma lui sembrava volerla conquistare solo per spirito di sfida. Questo atteggiamento irriverente gli è venuto fuori giocando e perdendo col padre e coi fratelli. «È il tipico supercompetitivo che se perde a ping-pong sbatte la racchetta e se ne va arrabbiato», conferma per esempio Nicolas. La casa dei loro genitori a Buenos Aires ha un giardino sul retro, dove Gonza e gli altri ridevano, litigavano, ma soprattutto giocavano a pallone. Un amico di famiglia che passava spesso di lì, Gabriel Omar Batistuta, capì che quei ragazzi sarebbero arrivati lontano e disse: «Dio mio, speriamo che non diventino come il padre», che aveva fama di difensore senza peli sulla lingua.

Per fortuna però la cucciolata del Pipa è venuta fuori più raffinata e la madre ci scherza dicendo che «è tutto merito dei geni degli Zacarias». Federico viene descritto come il più talentuoso. «Da piccolo era molto più abile di Gonzalo», dice Alberto «Cacho» Tarzia, il fondatore del Club Palermo. È passato per il River, il Nueva Chicago, il Besiktas, l’America di Città del Messico, l’Independiente, il Godoy Cruz, il Colon ed ora sta al Columbus Crew, negli Stati Uniti. «Lui è un prestigiatore, Gonzalo il goleador», precisa Cesar Goldes, quello della scommessa del canestro.

Appunto, se c’è una caratteristica che tutti hanno sempre visto in Gonzalo, è certamente il senso del gol: «Con lui in campo, tre o quattro reti erano garantite», dice per esempio il primo allenatore, Mario Makarz. «Gonzalo è sinonimo di gol – ripete lo zio Alberto – è sempre stato ambidestro. Tira senza guardare, anche se lo bendi, colpisce sempre nello specchio». Il primo anno dei 31 che ha vissuto finora, comunque, fu il più difficile di tutti. Nacque in Francia, perché suo padre giocava nel Stade Brestois 29 e appena la famiglia rientrò a Buenos Aires (in seguito al contratto che Jorge strappò al River), scoprirono che il piccolo aveva la meningite.

il «Pipa» passò venti giorni dormendo in macchina dopo gli allenamenti, mentre sua moglie, su al sesto piano dell’ospedale di pediatria, si sentiva dire che il bimbo aveva «il 5% di possibilità di vivere, il 50% di riportare danni neurologici e il 45% di non farcela». Si poteva solo attendere e pregare. Qualcuno ascoltò le preghiere però, perché una volta sfiorata la morte, Gonzalo non si ammalò mai più seriamente, né si infortunò in modo grave. Almeno fino a quella famigerata ernia al disco al Real Madrid.

Quando fu selezionato dal River aveva 10 anni e nessuna voglia di impegnarsi. «Li facevamo correre fino allo sfinimento e lui avrebbe voluto starci solo per le partitelle», ricorda Leonardo Astrada, il tecnico che lo fece esordire in prima squadra. Ma la lega professionisti non è uno scherzo. L’allenatore successivo, Reinaldo «Mostaza» Merlo, per esempio, non lo faceva giocare. Una storia che nella vita di Higuain si sarebbe ripetuta anche in seguito, come nel Real di Bernd Schuster, per fare un altro esempio. Poi però le carestie sono passate tutte: al River venne il «Kaiser» Passarella che lo proiettò nel grande calcio mondiale, gli fece ottenere un biglietto per l’Europa e un contratto da 5 milioni a stagione.

Sulla panchina del Real arrivarono invece Ramos, l’infortunio di Van Nilsterooy, Pellegrini, e Mourinho. Lui ricambiò col titolo di miglior marcatore di squadra nella stagione 2008-09 e 2009-10. Fu secondo in classifica cannonieri dietro a Messi. L’anno dopo fece 89 gol insieme a Ronaldo e Benzema, l’artiglieria più devastante della storia del calcio spagnolo. E dire che agli inizi tutto rimase per un attimo appeso a un filo. «Quando Gonzalo decise di giocare a calcio – infatti – si scoprì che aveva solo la cittadinanza francese e suo padre dovette affrettarsi a fare i documenti», dice sorridendo mister Makarz.

Qualche hanno dopo, tentò di approfittarne Raymond Domenech, che lo invitò per ben due volte a giocare con la Francia. Ma il «Pipita» voleva aspettare la nazionale che sentiva come sua, quella albiceleste, e Maradona lo convocò nel 2009. Sembra che tra loro ci sia un legame speciale. «Tra tutti quelli che lo hanno allenato, Diego è il suo preferito», dicono i parenti. Gonzalo gli ha dato in cambio 4 gol in un Mondiale, tre dei quali in una sola partita, proprio come aveva fatto anche Batistuta.

Uno per cui Gonzalo invece non ha grande simpatia è Fernando Gago. Di un anno più vecchio, furono ceduti insieme al Real, anche se a Gago fu risparmiata la triangolazione sul Locarno, squadra per cui Gonzalo dovette formalmente passare prima di arrivare ai «merengues», in una di quelle operazioni poco chiare che spesso avvengono nel calcio. Quando si conobbero negli spogliatoi del Bernabeu, i due scoprirono di essersi già incontrati molti anni prima, in una lontana finale di categoria juniores, in cui il «Pipita» vestiva ancora il rossoblù del Club Palermo e Gago era in forza al Santiago de Liniers.

Dopo quel passato comune, il loro futuro non poteva essere più diverso: in Spagna Gago è considerato un flop dorato, Higuain quello che si è dovuto sacrificare, a scapito di un talento indiscutibile. Il Real comprò il primo dal Boca per 20,5 milioni, e il secondo dal River per 12. Adesso uno ne vale 1,7 e l’altro 37. Nella finale dei Mondiali brasiliani, che hanno giocato entrambi, non hanno condiviso nemmeno un minuto, poi, ognuno ha preso la sua strada. Quella di Gago andava a Buenos Aires, quella di Gonzalo, l’avrete sentito dire, portava a Napoli, dove cerca un posto nell’affresco degli dei, alla destra di re Diego Maradona.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista Guerin Sportivo.

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