mercoledì 20 set 2017

<b>PURO FUTBOL:</b> Gary Medel cuore di Pitbull, «il calcio mi ha salvato»

Dagli slums di Santiago del Cile a San Siro, passando per Boca Juniors, Siviglia e Cardiff: la storia del mastino dell’Inter e della nazionale cilena tra sbornie, risse, espulsioni e tatuaggi.

Cuore di Pitbull: Gary Medel idolo delle tifoserie (foto Javier Araneda)

Cuore di Pitbull: Gary Medel idolo delle tifoserie (foto Javier Araneda)

«Se non fossi stato un calciatore, oggi sarei un narcotrafficante». Così rispondeva Gary Medel nel 2011 ai giornalisti andalusi, curiosi di sapere la storia di quel cileno con la faccia da duro e i tatuaggi da riformatorio, arrivato al Siviglia dal Boca Juniors e preceduto dalla sua fama di temibile mastino di centrocampo. «Mi chiamano Pitbull perché combatto» avrebbe poi chiarito con quello sguardo fisso e intimidatorio che lo contraddistingue, capace di far dimenticare il suo scarso metro e settanta di statura: spiegherà in seguito che il soprannome gli fu affibbiato nelle giovanili della Catòlica, il blasonato club di Santiago che lo ha visto crescere, acerrimo rivale di Colo Colo e dell’Universidad de Chile.

Due anni più tardi, nel 2013, conquista i tifosi del Cardiff, che gli dedicano un hashtag su Twitter per decantare le sue qualità gladiatorie con commenti degni dei Monty Phyton: «Medel può mangiare la zuppa con la forchetta», «anche Chuck Norris ha paura di lui», «usa tagliole per orsi come scarpe», «le sue lacrime possono curare ogni malattia, peccato che non abbia mai pianto», «ha interrotto una rissa tra Mike Tyson e Holyfield prendendoli a calci in culo», sono solo alcuni degli esempi reperibili all’indirizzo #GaryMedelFacts, durante la sua unica stagione in Premier League.

Con il suo breve passaggio per il Galles, Gary Medel aveva forse inconsapevolmente reso omaggio alle origini del suo soprannome di battaglia, pitbull, letteralmente “toro da arena”: così gli inglesi chiamavano infatti l’incrocio canino tra un terrier ed un bulldog, mandato a combattere con uno o più tori nel cruento rituale del bullbaiting, in voga in Gran Bretagna fin dal medio evo. Quell’animale tenace e indomito a cui tanto assomiglia, con occhi sottili, mascella pronunciata e denti acuminati, campeggia oggi indelebile sul suo bicipite sinistro come monito per gli avversari.

Litri di inchiostro intrappolati sotto pelle in tutto il corpo, per non dimenticare le proprie origini, come altri compagni di nazionale quali Pinilla e Vidal: ben in vista sul petto, due mani cinte da un rosario e giunte in preghiera, sono un tributo alla Catolica, il suo primo club, del quale era e continua ad essere ultrà. Sugli avambracci, invece, ha i nomi dei primogeniti Gary e Alejandro, due dei quattro figli avuti da tre diverse compagne: Dio, futbol e famiglia.

A 12 anni, dal difficile sobborgo popolare di Conchalì, nella periferia nord di Santiago del Cile, due ore di pullman all’andata e due al ritorno per allenarsi con le giovanili della Catolica: gli autisti prendono confidenza con quel bambino con la faccia da indio che ritrovano regolarmente addormentato tra i sedili a fine corsa, e invece di scaricarlo al commissariato di polizia come d’abitudine, cominceranno a svegliarlo una volta arrivati a destinazione.

Il carattere esplosivo e aggressivo sarà il suo peggior nemico e, allo stesso tempo, ne forgerà il mito popolare: nel 2006, nel suo primo clasico contro la Universidad de Chile, si guadagna un rosso diretto – e la stima dei tifosi – per una dura entrata ai danni del “matador” Marcelo Salas. Stesso epilogo nel luglio dell’anno seguente ai mondiali under 20 in Canada, nella semifinale con l’Argentina, per un fallo ai danni di Gabriel Mercado dopo appena un quarto d’ora di gioco: la polizia locale lo arresterà quella notte stessa per una rissa in discoteca, insieme ad alcuni compagni di squadra, deja-vù di quanto accaduto in patria alla vigilia del torneo.

Qualche tempo più tardi, in una notte di fine ottobre del 2007, una pattuglia di Carabineros lo intercetta ubriaco al volante e lo mantiene in stato di fermo per alcune ore: l’episodio, quella volta risolto senza conseguenze, verrà ripreso da giornali e televisioni il 3 gennaio del 2009, quando la sua auto si accartoccia dopo essersi ribaltata più e più volte lungo la Ruta 68, che dalla zona costiera di Viña del Mar conduce a Santiago. Tradito da un colpo di sonno, Medel esce vivo dai rottami per miracolo. Esattamente un mese dopo, durante una festa nel suo appartamento, al decimo piano di una torre del distretto santiagueño di Huechuraba, la diciottenne Carolina Reyes, complice qualche bicchiere di troppo, cade dal balcone perdendo la vita: per il Pitbull è giunta l’ora di cambiare aria, e a metà stagione veste la maglia azuloro del Boca Juniors, guadagnandosi in breve l’adorazione del popolo Xeneize.

Ogni ritorno in patria si rivela però fonte di guai: nel giugno del 2011 la tv cilena trasmette le immagini di Gary Medel, Arturo Vidal e Gonzalo Jara, intenti a sfidare a mani nude, a alle prime luci dell’alba, gli energumeni della security del Bar 89 del quartiere Florida di Santiago, mentre nel giugno del 2012 è il DT della Roja, Claudio Borghi, a pronunciare la fatidica frase «questa casa non è un albergo», vedendo rientrare in ritiro i suoi nazionali Gary Medel ed Eduardo Vargas in precarie condizioni di equilibrio dopo una notte brava, alla vigilia dei match di qualificazione con Venezuela e Bolivia.

Le sue lacrime dopo l’eliminazione dal mondiale brasiliano, ad opera dei padroni di casa, commuoveranno il Cile intero: lo stiramento rimediato contro l’Olanda non gli aveva impedito di prendere parte agli sfortunati ottavi di finale e stringere i denti stoicamente per quasi 120 minuti – «non avevo mai sentito un dolore tanto forte in campo» rivelerà a fine partita – e al rientro, il generale Humberto Oviedo, comandante delle Forze Armate, lo decorerà con una medaglia per «incarnare valori come il patriottismo, la disciplina, il coraggio e la dedizione che si insegnano ai giovani che entrano nell’Esercito».

Lunedì 30 giugno, due giorni dopo la cocente sconfitta con il Brasile, numerosi autisti imbottigliati nel caotico traffico di Santiago, sotto il cielo bianco e lattiginoso carico di smog della capitale, sorridevano al notare che la Avenida Nueva Providencia – dal 1980 al 2013 nota come “11 settembre”, in onore al golpe militare di Pinochet – era d’improvviso diventata, grazie all’opera di alcuni anonimi writers, Avenida Gary Medel. A Conchalì la cosa è stata presa sul serio e al suo ritorno nell’umile quartiere natale, il Pitbull ha ricevuto davvero in omaggio la sua propria via.

Sbarcato a San Siro per colmare il vuoto lasciato da Esteban Cambiasso, dal quale differisce diametralmente in quanto a origini, fisionomia e storia, Gary Medel non sembra il tipo capace di poter soffrire pressioni o la così detta “ansia da prestazione”. Il 28 giugno 2014, prima degli ottavi di finale contro i carioca, l’hashtag #GaryMedelFacts recitava: «Gary Medel visited the Virgin Islands, now they are known just as the Islands».

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