mercoledì 20 set 2017

<b>PURO FUTBOL:</b> 25 anni fa, la partita che fece piangere l’Italia

Un’uscita infelice e due rigori altrettanto tristi, trasformarono in incubo i sogni di gloria delle notti magiche italiane. Erano le semifinali mondiali di Italia ’90 con un mitico Totò Schillaci, quando Maradona e compagnia fecero una questione d’onore di eliminare gli azzurri.

Fine del sogno mondiale: Maradona festeggia la vittoria argentina ai rigori. (foto: la rete)

Fine del sogno mondiale: Maradona festeggia la vittoria argentina ai rigori. (foto: la rete)

Buenos Aires – Il 3 luglio 1990 l’Argentina batte l’Italia 4-3 ai rigori, volando in finale contro la Germania per la seconda volta consecutiva dopo Messico ’86. Finisce il sogno azzurro e comincia la maledizione dei tiri dal dischetto che affliggerà la nostra nazionale per tutto il decennio seguente.

«Era incredibile poter giocare proprio a Napoli, in casa di Maradona». Jorge Burruchaga, rigorista e autore del 3 a 2 finale con i tedeschi nell’86, ricorda il clima di sfida di quei giorni: «L’Italia credeva di avere già vinto, la stampa ci dava per spacciati e questo ci ferì nell’orgoglio, era una mancanza di rispetto per i campioni del mondo in carica».

«Ma il futbol è passione, e noi la sentivamo come una finale anticipata» rincara «El Burru», rivelando come, al rientro nel ritiro capitalino di Trigoria, li aspettasse una bandiera albiceleste semibruciata, «il peggiore affronto che si possa fare a un argentino». Sembra che uno stratagemma analogo però sia stato utilizzato anche dal DT Carlos Bilardo la notte prima del match: mandare un collaboratore a incendiare un altro vessillo nazionale fuori dal ritiro, per incolpare poi i tifosi italiani e caricare i suoi.

Non volendo confermare la leggenda, Bilardo ammette che, prima della semifinale, ordinò a Caniggia e Maradona «di aspettare che fosse passata la metà del primo tempo e poi di fermarsi improvvisamente vicino alla linea di fondo, per parlare di mogli e figli come se nulla fosse e confondere così i marcatori Bergomi e Ferri».

Malizia e cabala, un classico del Nasone Bilardo: «Dall’inizio del mondiale, uscendo dal ritiro, avevamo sempre fatto lo stesso percorso: non potevamo cambiare prima della partita con l’Italia. Quando ho visto che la Polizia ci segnalava un’altra strada, ho obbligato l’autista dell’autobus ad andare dritto. Sono rimasti tutti lì ad aspettarci».

I numerosi infortuni lo avevano costretto a rimodellare la formazione più e più volte: nel secondo match della fase a gruppi, contro l’URSS, Julio Olarticoechea si scontra con il proprio portiere Nery Pumpido, frantumandogli tibia e perone. Al suo posto, entra Sergio Goyocoechea, bestia nera di Donadoni e Serena dagli undici metri: «È diventato un eroe grazie a me» scherza «El Vasco», attuale tecnico della nazionale femminile argentina.

«Bilardo raccomandava di scambiarsi continuamente i ruoli, soprattutto a Diego e a Caniggia. Poi nel secondo tempo io faccio quel cross, Zenga esce male e il Cani la sfiora quel poco che basta per metterla dentro». È il gol che porterà le squadre ai supplementari e poi allo spareggio dal discetto. A sua insaputa, Olarticoechea si ritrova nella lista: «Non ho mai calciato i rigori, non so perché Bilardo mi abbia scelto. Ho guardato un attimo l’angolo sinistro della porta mentre prendevo la rincorsa e poi ho calciato basso e forte a destra». Burruchaga, invece, decise il lato di tiro un passo prima di calciare la sfera, «come sempre», sogghigna. Poi, il sogno italiano si spense sul rigore parato a Serena.

Reduce dai 120 minuti contro la Yugoslavia ai quarti, risolti ancora dal dischetto, la Selección si vedrà squalificare in quella semifinale anche Giusti (espulso dopo un fallo su Roby Baggio), Caniggia (mano volontaria) e Olarticoechea, ammonito per un intervento da dietro su Di Napoli. Eppure, «El Vasco» rilancia: «Il mio fallo non era da ammonizione, e noi con l’ingresso di Troglio abbiamo cercato di essere offensivi nonostante la stanchezza. Volevamo vincere prima dei rigori, al contrario di quello che disse Schillaci. Con noi tre in campo, la finale sarebbe stata tutta un’altra storia».

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