Paulo Dybala: il Gioello della Pampa brilla sotto la stella del padre

Lacrime ed esultanze di un bomber mingherlino e spietato. Cacciatore di rigori, francotiratore del limite dell’area, Pauli Dybala arriva alla Juventus con già alle spalle tutti i presupposti della leggenda: un padre calciatore che ha dovuto rinunciare alla carriera per crescerlo, un esordio in Primera Division casuale e strepitoso, un capitolo oscuro nel suo passato che lo porta a guardare il cielo ogni volta che fa gol

Pampa e futbol: Paulo Dybala molto prima dello sbarco alla Juvetus. (foto: Pangea News)

Pampa e futbol: Paulo Dybala molto prima dello sbarco alla Juvetus. (foto: Pangea News)

Buenos Aires – Dicono che in tutta l’Argentina ci sia un solo posto in cui le maglie del Boca, del River e del Barcellona non sono quelle più diffuse tra la gioventù locale. Si chiama Laguna Larga, sta a 50 km dalla città di Cordoba, e il colore dominante è il “rosanero” del Palermo. Nessun negozio però vende questo tipo di casacche, il merito, infatti, sembra essere tutto di un certo Paulo Dybala, che è nato qui 21 anni fa e dal 2012 sta regalando ai concittadini innumerevoli esemplari della numero 9 con cui è diventato famoso.

Ora, che è arrivato a vestire nientemeno che il “bianconero” della Juve, alcuni dei sui vecchi vicini di casa ridono, ripensando a quando lo chiamavano “Il Pretino” perché, storicamente esile, anche la maglia più piccola gli andava grande come la tunica di un prete. «Ma predicare non era precisamente la sua vocazione», ricorda la madre Alicia, tirando in ballo il Creatore, per spiegare che «lo sa solo Dio quanto abbiamo speso in palloni e riparazioni. Quando Pauli era piccolo, rompeva sfere, finestre e vasi a ripetizione».

Con gli occhi vispi come quelli del nonno polacco Boleslaw, Paulo Bruno Dybala è nato in novembre, in una parte di mondo in cui quel mese vuol dire primavera. Ultimo di tre fratelli, cresce respirando calcio nel nome del padre Adolfo, detto “El Chancho”, “Il Maiale” per certi interventi spietati che lo caratterizzavano in campo: «Fu uno dei migliori calciatori che Laguna Larga ricordi – assicura Sergio Marcuello, studioso del calcio locale – una gran ala destra, che con il tempo si è trasformato in numero 5. Più Mascherano che Pirlo, per intenderci».

Chi lo conobbe, giura che “El Chancho” non ha fatto strada perché era un tipo umile e con la testa a posto. Ben presto, infatti, mette su famiglia e apre una ricevitoria per giocare al lotto, chiamandola La Favorita, proprio come lo stadio in cui molti anni dopo suo figlio avrebbe esordito in Serie A, anche se «è stato solo un caso», giura Alicia.

La figura paterna è stata centrale nella crescita de “La Joya”, “Il Gioiello”, così come chiamavano “U Picciriddu” a inizio carriera. Ancora oggi, infatti, dopo ogni gol, Paulo esulta guardando il cielo, per dedicare la rete all’uomo che nel 2006, a causa di un tumore, è sparito dal bordo campo in cui era sempre rimasto dai primi tocchi del bimbo nel Porvenir, fino al debutto nelle giovanili dell’Instituto di Cordoba, già culla di Osvaldo Ardiles e Mario Kempes.

A pensarci ora, sembra una storia già scritta, ma diventando grande Paulo è arrivato per ben due volte a mettere in dubbio la propria carriera. Alicia ricorda che la prima fu per un impeto di testardaggine. Disse solamente: «Ne ho abbastanza del calcio e si iscrisse a una squadra di basket, dalla quale poi venne cacciato dopo che fu giudicato inguaribile il suo riflesso di stoppare la palla coi piedi, invece che con le mani», ride la mamma.

La seconda volta che le speranze di Paulo vacillarono, fu dopo la morte del padre. Era già stato ingaggiato dall’Instituto trasferendosi in pianta stabile nel residence per giovani promesse, La Augustina, che il club metteva a disposizione dei fuori sede. Qui divenne “El Pibe de la Pensiòn”, “Il Ragazzo del Collegio”, per dire quanto era di casa. Ma da qui volle anche andarsene quando il papà non poteva più andarlo a trovare. Poi, si fece coraggio. Veloce e leggero, il giovane Paulo è obbligato a sgomitare fin da subito: «Mingherlino, ma con un gran sinistro, andava a caccia di rigori o si accontentava di segnare su punizione», assicura il cronista cordobese Marcelo Bertona.

Come nelle migliori leggende, pare che il suo esordio in prima squadra, a 17 anni, avvenga per caso: l’allenatore Dario Franco, privo delle tre punte titolari, lo getta nella mischia in emergenza. «Giocò sotto falso nome, perché l’ingaggio non era ancora stato formalizzato», ammette Alicia. Così, Paulo debutta nell’atteso derby contro l’Huracàn di Cordoba, Serie B argentina 2011/2012: lo stadio era una bolgia.

In un costante movimento in avanti opposto a quello compiuto dal padre, da centrocampista a trequartista e da mezzapunta a centravanti, l’anno successivo Dybala miete vittime illustri come il River Plate, all’epoca in B, diventando il primo giocatore dell’Insituto a segnare due triplette nello stesso torneo e confermandosi come il goleador più giovane del club. Aveva bruciato il record stabilito nel ’72 proprio da Kempes.

Le immagini del suo inconsolabile pianto sul campo del San Lorenzo, con la promozione in A sfumata in extremis, commuoveranno l’Argentina. Tra società fantasma, mediatori e agenti, è la vigilia della partenza per l’Italia. Oggi Dybala è ufficialmente un giocatore della Juve e lui stesso ha detto di sperare «che Tevez non se ne vada, per poterlo avere accanto». Alicia, però, ricorda che in camera di Pablito i poster erano quelli di Riquelme e di Palermo. «Erano altri tempi – spiega – adesso tocca a lui scrivere la storia». 

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