mercoledì 15 ago 2018

Oggi fu il Maracanazo, o di come battere il Brasile e farsi per sempre stramaledire

Si avvicinano i Mondiali del 2014 in Brasile e Pangea vi svela perché l’Uruguay, campione sudamericano in carica e vincitore dell’ultima lontana edizione del mondiale in terra Carioca, potrebbe non essere tra i favoriti

A rete: fino a che l'Uruguay non riavrà la sua pelota, non si libererà dalla maledizione (foto: la rete)

A rete: fino a che l'Uruguay non riavrà la sua pelota, non si libererà dalla maledizione (foto: la rete)

Palla, pelota, bola: ci fu un’epoca, tanti anni fa, in cui al futból si giocava con un pallone che non era rotondo, la cui camera d’aria non era rivestita di gomma e nemmeno di caucciù, ma di cuoio, da strisce di cuoio cucite tra loro. Con la pioggia il cuoio si inzuppava, rendendo la sfera -che sfera non era- tremendamente pesante. Le cuciture, per quanto strette, davano vita a irregolarità e spigoli, che rendevano i colpi di testa un azzardo spesso non privo si conseguenze. Non erano i tempi del Teamgeist, il pallone “perfetto” dei mondiali di Germania 2006, e nemmeno del Roteiro, per il quale nel 2004 gli organizzatori degli Europei in Portogallo si ispirarono al nome del diario di bordo di Vasco Da Gama. Altri tempi, di partite senza moviola e di squadre senza cambi, che scendevano in campo per incantare folle silenziose, riunite in strada ad ascoltare l’eco delle radio.

Di quel tempo sospeso tra storia e leggenda pochi sanno che il Brasile non sempre vestì la divisa verde-oro con la quale si è consacrato nell’immaginario collettivo come il paese del futbólbailado. Raccontano infatti che ci fu un’epoca in cui la Seleção scendeva in campo vestita tutta di bianco, con colletto e calzettoni blu. Il cambio di colori avvenne dopo il tragico giorno passato alla storia come Maracanaço in Brasile e Maracanazo nel resto dell’America Latina: il giorno in cui un manipolo di giocatori vestiti di celeste, provenienti da un paese grande come una città, con cognomi spagnoli e italiani e che parlavano un castigliano rude e poco musicale, si permisero di battere il Brasile nel suo tempio, lo stadio Mário Filho di Rio de Janeiro, meglio noto come Maracanã, davanti a più di 200.000 persone: era la finale del Campionato Mondiale di calcio del 1950.

Per la prima volta nella storia dei Mondiali “O Brasil” era il paese ospitante: strafavorito fin dall’inizio, aveva raggiunto la finale, o meglio la partita che fu considerata tale, visto che in quell’edizione del torneo alla fase iniziale seguì un girone all’italiana tra le squadre qualificate, a suon di samba, gol e spettacolo, lasciando pochi dubbi sul futuro vincitore. Il mattino del 16 luglio a Rio de Janeiro venne improvvisato un carnevale nel quale vennero vendute oltre 500.000 magliette con la scritta “Brasil campeão 1950“. Sulla prima pagina del quotidiano carioca “Diário do Rio” si leggeva «O Brasil vencerá» (il Brasile vincerà) e «A Copa será nossa» (la Coppa sarà nostra); “O Mundo” pubblicò in prima pagina la foto della squadra brasiliana sovrastata dal titolo “Estes são os campeões do mundo” (questi sono i campioni del mondo). Sconfiggere il Brasile, per di più al Maracanã, sembrava pura utopia.

La Celeste vantava però alcuni calciatori di alto livello, a partire dal suo capitano Obdulio Varela, “il re del centrocampo” a cui Osvaldo Soriano dedicherà una delle sue squisite e oniriche cronache calcistiche; il laterale destro – all’epoca chiamato “half destro” – “Schubert” Gambetta, il regista di centrocampo Schiaffino. L’attesa finale terminò due a uno per l’Uruguay, che per motivi precauzionali lasciò immediatamente il paese volando verso Montevideo. Questo non impedì l’aggressione, immediatamente dopo la partita, ai danni di Alcides Edgardo Ghiggia, autore della rete decisiva, che dovette rientrare in Uruguay in stampelle. Tre anni dopo sentenzierà: «A tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa ed io».

Nello stadio al momento del fischio finale si registrarono 10 morti per infarto e due suicidi. Il Brasile proclamò tre giorni di lutto nazionale. Molte persone in tutto il paese, chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo gran parte dei propri averi sulla vittoria della Seleção, si tolsero la vita: nel complesso sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco. Il difensore brasiliano Danilo, caduto in una profonda crisi depressiva a causa della sconfitta, tentò anch’egli di togliersi la vita.La stampa brasiliana uscì con titoli catastrofici – uno su tutti “Nossa Hiroshima” (La nostra Hiroshima) – mentre il commissario tecnico Flávio Costa fuggì dal Paese, rifugiandosi in Portogallo. La condanna calcistica più grave toccò al portiere Moacyr Barbosa, primo portiere brasiliano dalla pelle nera, additato per il resto della sua vita come il principale responsabile: quando scomparve nel 2000, colpito da ictus a 79 anni, i giornali localititolarono «La seconda morte di Barbosa».

Il pallone di quello storico evento, firmato da tutti i giocatori della nazionale uruguaiana, venne offerto in dono un mese più tardi alla cappella di San Cono, nella località di Florida, a pochi chilometri da Montevideo. Fu il portiere della Celeste, Roque Gastón Máspoli a depositare personalmente il pallone nella chiesa dedicata al Santo di Teggiano, – provincia di Salerno – trapiantato in terra Rioplatense da alcuni emigranti italiani alla fine dell’800. Al ritorno dal Brasile i suoi compagni di squadra vi avevano già depositato maglie, scarpini ed altri cimeli di quella gloriosa data. Le “reliquie” sono rimaste custodite nella chiesa per altri trent’anni, fino al luglio del 1980, quando vennero rubate insieme ad altre più antiche, ma non per questo più sacre, in quello che i giornali uruguaiani battezzarono “il furto del secolo”.

Ai devoti del Santo, come a quelli del Dio Pallone, fu subito chiaro che il sacrilegio sarebbe stato pagato a caro prezzo: ben presto si parlò di punizioni divine e di maledizioni, ed alcuni ammonirono che la Selección uruguaiana non avrebbe vinto un altro titolo mondiale fino a quando i malfattori non avessero restituito a San Cono ciò che gli era stato donato. Il 19 giugno scorso a Porto Alegre, in Brasile, è stato annunciato che si sarebbe battuto all’asta il famoso pallone del 1950, partendo da un prezzo base di 22.500 dollari, ma una perizia ha puntualmente smentito che si potesse trattare dell’originale. La pelota risulta ancora dispersa dunque, e la maledizione continua. Tra meno di due anni la giostra dei Mondiali tornerà in Sudamerica, nella terra del carnevale, ma l’Uruguay secondo alcuni, potrebbe partire sconfitto in partenza. 

1 commento

  1. Stefano says:

    Fatti storico sociali incredibili e indimenticabili. Un fenomeno, quello del fútbol, che meriterebbe studi antropologici approfonditi. Alla faccia di chi dice che “sono 11 uomini che corrono dietro a un pallone”. Ottimo articolo come sempre, grazie per la piacevole pettura e buon lavoro.

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