<b>Non sparate sul Pistolero:</b> il volto romantico della bestia Suarez

Criticato, canzonato, indagato e forse presto sanzionato, Luis El Pistolero Suarez, anche noto come il Cannibale, il Cane, o lo Squalo, nasconde dietro l’immagine del farabutto, un cuore sincero da vecchio romantico. Il suo debole, è Sofia.

Al centro della scena, nel bene e nel male: Luis Suarez (foto: la rete)

Al centro della scena, nel bene e nel male: Luis Suarez (foto: la rete)

Luis El Pistolero Suarez, si sa, non è un santo e nemmeno un principe: grande rapinatore dell’area, qual è, quando gli manca il talento, non esita a comportarsi da grande rapinatore e basta, lasciandosi andare a bassezze da campetto dei palazzi come il morso rifilato a Chiellini nell’ultima partita mondiale degli Azzurri. Certo, non era la prima volta, anzi, ha fatto forse anche di peggio: ha propinato insulti razzisti in Premier League ed ha portato un buddah come il Maestro Tabarez a perdere le staffe in conferenza stampa, a costo di difendere l’indifendibile.

Tuttavia, dietro questo atteggiamento da farabutto, c’è quello che fonti imparziali giurano essere un buon padre e un marito modello. La storia tra lui e la moglie Sofia Balbi, poi, ha tutti i tratti del drammone romantico e può essere, davvero può essere, che in un futuro Walt Disney ne voglia i diritti per farne un cartone.

Raccontano i testimoni di quell’epoca che, quando il Cannibale aveva 13 anni, sia entrato in uno dei momenti più duri di tutta la sua vita: i genitori si separarono. Il padre lasciò la madre e i suoi 4 fratelli in balia della ventura e lui, che era nell’età più delicata, imboccò il viale dissestato dei paradisi artificiali. Giocava a calcio nelle giovanili del Nacional, Luisito, ma per arrotondare la sera faceva il parcheggiatore abusivo e alzava un po’ il gomito. In quelle notti passate con gli altri scugnizzi sulle riviere di Montevideo, il vento dell’oceano passava per i suoi capelli mori e gli insinuava idee meschine: lasciare il calcio e dedicarsi completamente alla vida loca.

Mentre il piano di lasciarsi andare passava dal ronzargli in testa, ad essere messo in pratica, però, successe un fatto estemporaneo: Luis il Cane incontrò Sofia la bionda dell’alta società. Il suo cuore si fermò e capì che valesse davvero la pena fare un tentativo. «Ci siamo conosciuti nell’età più bella», avrebbe detto poi quando gli sarebbe stato chiesto di ricordare. All’inizio reticente, Sofia dovette poi cedere alle lusinghe del suo romantico straccione. Aveva due anni meno di lui ed era il suo primo fidanzatino ufficiale.

Proprio mentre la loro storia muoveva i primi passi, però, la Storia con la S maiuscola irruppe a sconvolgere tutti gli equilibri. La crisi argentina del 2001 si ripercosse sull’Uruguay nel 2003 e la parola d’ordine divenne: «Si salvi chi può!». I Balbi, che potevano, presero il prendibile, in cui era compresa anche Sofia, e se ne andarono a Barcellona. Gli Suarez, ignoti mezzosangue del sud del mondo, restarono in Uruguay a fare a pugni con la vita.

L’ultima notte insieme, Luis e Sofia la passarono sul lungomare in cui si erano conosciuti. Quando il tempo finì, si dissero il «ciao» più amaro del mondo, perché in lui era implicito l’addio. Senza Sofia, Luis sentì il cuore ricominciare a battere e con lui, la voglia di lasciarsi andare. Ma è proprio a questo punto che, neanche fosse questo uno sceneggiato artificiale, che entrò in gioco la figura paterna, quella che al Pistolero mancava dal fagotto del padre. Ricardo Il Sussurro Perdomo, che all’epoca non era più un giocatore del campionato e della nazionale uruguaiana, ma era già diventato allenatore, fece capire al giovane talento che il calcio era la sua unica speranza, non solo di vita, ma anche di avvicinarsi alla Sofia perduta.

Luis decise di credergli e, dopo un periodo di alti e bassi al Nacional, si fece notare dagli scout dei Paesi Bassi e ottenne un contratto per il Groningen. Certo, non si trattava di una squadra di prima linea, ma Groninga è più vicina a Barcellona di Montevideo e, subito dopo aver posato per i fotografi con la nuova maglia bianco-verde, uscì da una porta sul retro e prese il primo volo per la Spagna. Al suo arrivo, ebbe la sorpresa più grata dei tre anni che aveva appena passato a languire: Sofia era ancora innamorata di lui. «Senza di te sono perduto», le disse, per chiederle la mano. «Senza di lei sono perduto», disse di nuovo ai genitori, per convincerli a dare il consenso. Adesso, hanno due figli.

Lascia un tuo commento