L’ultima magia di Sivori: la strana storia della nazionale fantasma

Nel 1973 “l’angelo dalla faccia sporca” Omar Sivori allenò per un breve periodo la selezione Argentina, qualificandola ai Mondiali tedeschi dell’anno successivo, con uno stratagemma dimenticato e oggi irripetibile. Capitolo nascosto della storia del calcio, è questa l’avventura di una nazionale parallela, che si allenava in segreto nei 4.000 metri di La Paz, in Bolivia, per prepararsi a un unico epico scontro

Kempes: testimone d'eccezione di una magia calcistica (foto: la rete)

Kempes: testimone d’eccezione di una magia calcistica (foto: la rete)

Buenos Aires – «Sívori? È un vizio» risponeva l’avvocato Agnelli a chi gli chiedesse un’opinione su quell’argentino semisconosciuto del River Plate, portato a Torino nel ‘57 insieme a John Charles, per risollevare le sorti di una Juve reduce da diverse stagioni chiuse a metà classifica. Simbolo mitico della Vecchia Signora, Enrique Omar Sívori detto El Cabezon, testa grande, oppure El Carasucia, faccia sporca, smise di giocare nel dicembre del ‘68, dopo una carriera eccellente e sei turni di squalifica incassati proprio contro quella Juve che lo aveva reso famoso. Come molti altri colleghi arrivati al giro di boa, cambiò lo scarpino dell’attaccante per il mocassino del commissario tecnico e nel 1969 tornò in Argentina per dirigere il Rosario Central: «Allenare non faceva per me» confessò anni dopo, alla luce delle opache esperienze alla guida di Estudiantes di La Plata, River Plate, Racing di Avellaneda e Vélez Sársfield.

Eppure, nella sua breve parentesi sulla panchina della nazionale, fu capace di un’impresa senza precedenti: con poca esperienza, assunse l’incarico di qualificare l’Argentina ai mondiali dell’anno successivo, organizzati dalla Germania Ovest, e rimediare all’umiliazione che i suoi connazionali aveavno subito nel ’69, quando la Selecciòn allenata da Adolfo Pedernera stata eliminata dal Perù nella fase di qualificazione al Mundial messicano del ‘70.

Questa volta, l’albiceleste doveva vedersela con il Paraguay e la Bolivia, avversari ostici e in generale poco graditi da tutte le sudamericane, in particolare la seconda, che diventa temibile quando unisce alla caratteristica del gioco ruvido che condivide con la prima, l’arma segreta dell’aria rarefatta che gonfia lo stadio Hernando Siles di La Paz: un campo che, con i suoi 3600 metri sul livello del mare, è uno dei più alti al mondo. Ruggini storiche, pochi complimenti tra i giocatori, aria povera d’ossigeno e gambe pesanti la rendono da sempre un’impresa dura per chiunque e in qualunque epoca.

Di fronte alla doppie sfide con Paraguay e Bolivia da giocare in tempi ravvicinati, El Cabezon pensò allora ad uno stratagemma tanto semplice quanto innovativo: organizzare una seconda nazionale con giocatori abitualmente non convocati e farla allenare in altura per prepararsi fisicamente alle condizioni di La Paz, lasciando che la Seleccion ufficiale disputasse regolarmente gli altri match di qualificazione previsti.

Fu così che il vice di Sivori, Miguel Ubaldo Ignomiriello, prese i prescelti e li portò in ritiro praticamente in incognito, nientemeno che sull’altipiano di La Quiaca, al confine con la Bolivia, a 3.400 metri d’altitudine e in pieno inverno. Al limite tra realtà e fantasia, Ruben Glaria, Marcelo Trobbiani, Ruben Galvan, Aldo Poy, Oscar Fornari, Ricardo Bochini e un giovanissimo Mario Kempes – che nella sua biografia racconta il curioso episodio – passarono 45 giorni in una bettola di La Paz, allenandosi ed organizzando amichevoli con improvvisate formazioni locali, utilizzando gli incassi per i beni di prima necessità e i viveri che a turno qualcuno della squadra cucinava. Alcuni di loro, come per esempio Jorge Troncoso, Reinaldo Carlos Merlo e Juan José Lopez, i tre del River Plate, non ressero le condizioni e se ne ritornarono a casa.

Di fatto, la missione risultò essere talmente segreta che persino la AFA, la Federcalcio argentina, sembrò dimenticarsi della questione, mentre la lontananza e l’assenza della stampa contribuivano ad alimentare l’aura di mistero che circondava quella squadra di cui ormai si erano perse le notizie, e che a Buenos Aires alcuni giornalisti cominciavano a chiamare “El Seleccionado Fantasma”.

Finalmente, il 23 settembre del 1973 davanti a 30 mila spettatori, la Bolivia ospitava nel famigerato stadio Siles l’Argentina, reduce da un pareggio rimediato ad Asunciòn contro il Paraguay: la nazionale fantasma era obbligata a vincere. Alle reclute addestrate in altura si erano aggiunti i nomi più noti di Daniel Carnavali, Rubén Ayala, Rodolfo Tech, Angel Bargas, Daniel Tagliani e Osvaldo Cortés, arrivati solo poche ore prima all’aeroporto di La Paz. Le cronache raccontano che dopo un’occasione fallita da Kempes in apertura, la Bolivia non seppe sfruttare una svista di Angel Bargas, all’epoca difensore del Nantes.

Poi, passato il quarto d’ora del primo tempo, la partita si sbloccò: il centrale Rubén “Osso” Glaría la passa a Aldo Poy, che la gira di prima per Rubén Ayala detto “Il Ratto”, punta del San Lorenzo, il quale cerca subito la porta. Il pallone è intercettato da Oscar “Il Passero” Fornari, che con uno spettacolare tuffo di testa, spiazza il portiere boliviano e porta in vantaggio i suoi. L’1 a 0 resisterà fino alla fine e Fornari si convertirà nel goleador fantasma, colui che alla prima e unica presenza in nazionale regalò all’Argentina i due punti necessari per la qualificazione e a Sivori la soddisfazione di aver compiuto alla sua maniera, un’ultima e irripetibile magia.

Alla vigilia del mondiale El Cabezon venne esonerato e sostituito da Vladislao Cap e, degli uomini che si erano allenati sulle Ande, solo uno andò in Germania: Mario Kempes. L’Argentina ritornò a casa senza passare la seconda fase a gironi ed oggi la FIFA ha escluso lo stadio di La Paz dalla lista degli stadi utilizzabili nelle eliminatorie per i mondiali del 2014 in Brasile: segno che un impresa come quella del Carasucia meritava di rimanere unica e inimitabile.

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