«L’amore è la benzina del corpo»: Ayrton Senna, il più grande

Vent’anni fa una curva facile e velocissima univa il miglior pilota di sempre all’essenza del mito. Era l’uomo che diceva: «Posso assicurarvi che la prossima volta che passerò in quel punto, farò la stessa cosa e darò di nuovo tutto il gas. Non ho altra scelta. O corro a tutto gas oppure non corro per niente».

Senna sempre a tutto gas: la stoffa del campione (foto: la rete)

Senna sempre a tutto gas: la stoffa del campione (foto: la rete)

Numero 19 – Monaco 1984: «Non esiste una curva dove non si possa sorpassare»

Il grosso delle conversazioni volgeva in merito alla possibilità di sospendere la gara o meno. Si era provato all’asciutto, ma la mattina di domenica sembrava che Montecarlo fosse stata costruita ai piedi delle cascate del Niagara. Alain Prost aveva fatto la pole e sapeva di essersi così messo mezza vittoria in tasca: a Monaco praticamente non si sorpassa. Vince quasi sempre chi parte primo, figuriamoci quando piove, dove un incidente potrebbe bloccare tutti quelli che stanno dietro. Niki Lauda con l’altra McLaren come al solito non voleva correre, ma era anche abituato a vedere le sue raccomandazioni sfumar nell’aria come idrocarburi combusti. Era successa la stessa cosa quando disse che il Nurburgring era una pista troppo pericolosa e per poco poi non morì bruciato, quindi, non si sorprese nel momento in cui gli dissero che la partenza era stata posticipata di 45 minuti e poi, dato che non spioveva, confermata. Ningell Mansell, invece, non si era nemmeno posto il problema e carezzava le rughe delle sue rain, viziandole al punto che poi queste lo tradirono due volte: in partenza, quando slittò e perse molto su Prost, e di nuovo al 16esimo giro, quando, dopo aver conquistato la testa della corsa, infilò una pozza a tutto gas e schiantò la Lotus contro il muretto.

Tutto questo trambusto distolse l’attenzione dal fatto più importante, quello che si preparava a fiorire in faccia ai testimoni e cambiare per sempre la storia della gara, della Formula Uno e anche degli uomini. I telecronisti dicevano ancora Ayrton Senna Da Silva o Ayrton Da Silva, perché lui aveva scambiato il cognome del padre con quello della madre in modo che fosse più facile ricordarlo, tuttavia, molti non erano sicuri che fosse una decisione definitiva. L’esordiente partì 13esimo su una Toleman-Hart che aveva più cuore che motore, ma c’era la pioggia a fare la differenza e poi, dentro, il suo pilota. Così fu che il temuto incidente del primo giro fece fuori tre macchine, ma Senna la passò liscia. Girava coi tempi della testa e quando arrivò dietro a Keke Rosberg, questi seppe di avere i minuti contati. Alle Piscine, la Toleman numero 19 prese il cordolo col pedale a fondo e, invece di sbandare o schiantarsi sul guard-rail, semplicemente decollò: balzò in avanti e guadagnò terreno, come se volesse divorare subito tutto lo spazio che la separava dal quinto posto e con questo, anche la Williams turbo che lo deteneva. Fatto Rosberg, toccò ad Arnoux, poi a Lauda, che Senna passò come passano le mode. «I tempi stanno per cambiare», avrebbe detto Bob Dylan, mentre la McLaren di Lauda andava in testacoda. Molti anni dopo quel glorioso 3 di giugno, Senna disse che «non esiste una curva in cui non si possa superare». Lo aveva dimostrato sulla pista dei sorpassi impossibili, in condizioni estreme: al 29esimo giro aveva 15 secondi di distacco da Prost, al 32esimo, quando la corsa fu sospesa su richiesta del primo, ne aveva solo due.

Numero 12 – Estoril, 1985: «Ayrton guarda il cielo, perché è l’unica cosa più grande di te»

Il marchio dorato delle sigarette John Player Special fu il tocco che mise la Lotus 97T nera nella corta lista delle livree più amate della Formula Uno. Il tocco di Senna, invece, fu quello che il 21 aprile del 1985 la mise in pole position nel secondo appuntamento del campionato. Erano i tempi in cui le macchine sollevavamo scintille infernali, sbandavano in staccata e derapavano in curva. La Lotus numero 12 partì allungando molto sul gruppo. Si metteva di traverso e poi tirava dritto. Proprio quello che non riuscivano a fare Patrese, Johansenn, a Rosberg e poi anche Prost che, terzo con speranze di vittoria, si fece scappare la McLaren in rettilineo e fece tre ridicoli testacoda, arando la banchina erbosa. Alla fine di quella che fu la sua prima, indimenticabile, vittoria, Senna disse: «La cosa più difficile è stata tenere la concentrazione per tutta la corsa». L’Atlantico aveva rovesciato tonnellate d’acqua sulle periferie di Lisbona durante tutto il giorno. Dall’alto, ancora una volta, era scesa la gloria di Senna. In futuro, con sottile allusione allo strano legame che il pilota brasiliano affermava di avere con Dio e alla riconoscenza che questi gli dimostrava donandogli il prodigio della pioggia ogni volta che ne aveva bisogno, un tifoso italiano avrebbe esposto un cartello che diceva: «Ayrton guarda il cielo, perché è l’unica cosa più grande di te».

Numero 1 – Suzuka, 1989 e 1990: «La vita è troppo corta per avere dei nemici»

All’epoca e come da tradizione, il circo della Formula Uno si chiudeva ad Adelaide, in Australia, ma accadeva spesso che fosse la penultima gara a decidere il campionato. Suzuka, in Giappone, ha il sapore mitico delle corse che in Occidente vengono trasmesse all’alba, per le quali i fanatici devono in primo luogo trasgredire alla quiete sacrale delle domeniche e si sentono parte di una cospirazione internazionale. Nel 1989, Ayrton Senna e Alain Prost erano compagni di squadra alla McLaren da quasi due anni, nel primo dei quali il pubblico aveva imparato a fischiettare l’inno brasiliano, dato che Senna l’aveva fatto suonare già 9 volte, attaccando così anche il suo primo numero uno sulla macchina. Era successo sempre a Suzuka, quando, dopo una partenza disastrosa, venne a piovere e Senna che rimontava finì per superare Prost. Nell’89, però, il francesce era davanti per ben 16 punti e un ritiro di Senna sarebbe stato sufficiente a coronarlo definitivamente campione. Ayrton diede un secondo e mezzo in prova ad Alain, ma in partenza questi fu più veloce. Il casco giallo inseguì il casco bianco per 46 giri, poi, tentò quel sorpasso che Prost aveva temuto per tutto il weekend, che temeva da Jerez, due settimane prima, e che forse aveva iniziato a temere a Monaco nell’84, quando chiese di fermare la corsa prima che Senna lo superasse.

Il luogo che il brasiliano scelse per l’impresa fu la chicane del Triangolo, ma Prost chiuse lo sterzo e fece uscire entrambi. Quando le macchine si fermarono a bordo pista, Senna fece un gesto come per dire: «Bravo, veramente sportivo». Poi, chiese ai laboriosi giudici di gara giapponesi di spingerlo. Mentre Prost scavalcava il muretto, sentì il V10 Honda del compagno tornare in moto, col rumore che si può attribuire solo a una bestemmia detta da Zeus. La McLaren aveva l’alettone davanti rotto, ma dopo la sosta ai box, Senna riuscì a recuperare il terreno perduto su Nannini e a tagliare il traguardo per primo. A 29 anni, festeggiava nel giro d’onore il suo secondo mondiale, ignaro del fatto che negli stessi minuti in cui lui correva per il titolo, Prost era corso dalla direzione gara presentando ricorso, perché Senna era stato spinto dai giudici e aveva tagliato la curva. Strano reclamo, se si tiene conto del poco tempo guadagnato, rispetto all’eternità persa a causa dell’incidente che lui aveva causato. Ma la FIA, guidata dal francese Jean Marie Balestre, diede ragione al suo connazionale e gli assegnò il titolo, squalificando Ayrton.

Un anno dopo, quel Dio che Senna diceva di vedere ogni volta sulla griglia di partenza, tornò a ricordarsi del suo celebre devoto. Questa volta, però, invece di far piovere sul Giappone, offrì a Senna una possibilità di mostrarsi misericordioso e compiere il supremo gesto eroico del perdono: un’offerta che lui rifiutò senza esitare. A Suzuka nel 1990 i due arcinemici si incontrarono coi ruoli invertiti rispetto all’anno prima. Il vantaggio di Senna era di 9 punti e un ritiro di Prost gli sarebbe bastato per vincere il titolo. Così, quando alla prima curva la Ferrari numero 1 del francese tentò di sorpassarlo, Senna tenne aperto e i due volarono nella terra a 200 all’ora, sollevando un gran polverone. «La vita è troppo breve per avere dei nemici», si dice abbia detto una volta colui che quel giorno diventò campione, rischiando un po’ della sua vita e un po’ di quella dell’avversario. Parlava di Prost? Difficile stabilirlo ora, quel che si sa per certo è che del suo eterno rivale disse: «È un grande pilota, ma non c’è nient’altro in comune tra noi».

Numero 32 – Imola, 1994: «L’uomo più veloce al mondo»

«Signore e signori, gli organizzatori del gran premio di San Marino hanno appreso dall’Ospedale Maggiore di Bologna che il pilota della vettura 32, Mtv Simtek Ford, Roland Ratzenberger è morto in seguito ai traumi riportati sul circuito di Imola durante le prove di qualificazione del 30 aprile», lo lesse il portavoce FIA davanti a una platea sconvolta. Erano 8 anni che nessuno moriva più in Formula Uno. L’ultimo era stato il compagno di squadra di Senna in quel glorioso ’85 sulle Lotus nere JPS: Elio De Angelis. «Ascolta Ayrton, hai già vinto 3 titoli mondiali, sei l’uomo più veloce al mondo. Perché non ti ritiri? Mi ritiro anch’io e andiamo a pescare insieme», forse il medico ufficiale del circus parlava davvero sul serio, ma di vero c’è che parlava a un pilota e quindi si sentì rispondere: «Syd, non posso ritirarmi». Le immagini d’archivio mostrano Senna contrariato. Scuote il capo sulla pit lane, in uno di quei pochi momenti in cui si vedono i piloti in macchina senza casco, un oggetto che secondo lui «nascondeva sentimenti incomprensibili». La sorella ricorda che la sera prima aveva letto «un passo della Bibbia, dove si diceva che quel giorno Dio gli avrebbe fatto il dono più grande di tutti e cioè Dio stesso». Alle 19:00 del primo maggio 1994, quando Micheal Schumacher aveva da tempo vinto la gara più triste della storia della Formula Uno, la dottoressa Maria Teresa Fiandri scese in corsia dai giornalisti e disse: «Abbiamo fatto il possibile». Il giorno dopo, il Corriere dello Sport pubblicò un piccolo riquadro in cui si raccoglievano alcuni pensieri che i lettori avevano scritto di getto e inviato alla redazione la sera prima. Uno era così bello che fu usato per il titolo, diceva: «Il suo cuore batte ancora, nel vento che soffia veloce» e poi sulla sua Williams fu steso un telo azzurro, scuro come il cielo quando sta per piovere.

3 Commenti

  1. Claudio scrive:

    Toccante…proprio un bell’articolo. Quel giorno ricordo che la sera vidi un servizio su una trasmissione, credo fosse “Dribbling” su Rai Due, e sulle note di “What a Wonderful World” di Luis Armstrong, mi feci un clamoroso pianto. E’ incredibile come questo genere di personaggi, con le loro vite stellari, si riescano ad incarnare nelle emozioni di migliaia di persone. La poesia del mito ancora affascina, siamo ancora umani.

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  2. Ombretta scrive:

    Glielo dovevi!

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  3. Niki scrive:

    un articolo scritto da un tifoso e pieno di minchiate

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