<b>LA SCONFITTA</b>

La squadra che più di ogni altra ha baciato la coppa, non si libera dalla maledizione: ogni volta che l’invita a casa, questa l’uccide. C’era stato addirittura chi l’aveva previsto, ma poi anche lui è rimasto sedotto e, proprio quando nessuno più se lo aspettava, i suoi sogni sono morti insieme a quelli degli altri

La maledizione della coppa in casa: il Brasile piange ancora (foto: La Rete)

La maledizione della coppa in casa: il Brasile piange ancora (foto: La Rete)

C’era una morte innamorata a spasso per il Mineirao ieri sera. Una morte forse mascherata da tifoso, con la faccia dipinta e la falce nascosta. Una morte che nei primi minuti di gioco non aveva nemmeno deciso chi uccidere, poi, ha sentito la sua serenata suonare nell’inno brasiliano gridato a cappella dai giocatori, i suoi spasmi nei brividi dei tifosi, ed ha capito che poteva ammazzare un sogno e sposarselo all’inferno: il sole è sorto sul Brasile oggi. Tra pochi giorni il paese giocherà anche la finalina. Tra quattro anni, tornerà pure a disputare una Coppa del Mondo di calcio, ma di certo non ne ospiterà mai più un’altra.

A provato a non piangere Julio Cesar, il primo a parlare dopo il fischio finale, che ha congelato sul 7 a 1 un tabellone che sembrava partito per un moto perpetuo. Ma non ce l’ha fatta. David Luiz era ancora più affranto di lui. Nelle scuse che hanno biascicato in quel tragico momento, si sono rivolti al Brasile, al popolo brasiliano, che inconsapevolmente comprendeva anche quelli che tra il primo e il secondo tempo hanno abbandonato lo stadio: proprio come avrebbero voluto fare anche loro due e tutto il resto della squadra, se solo avessero potuto. Ma una volta in campo, dovevano giocare fino alla fine, così come è successo a Dilma, quando si è resa conto che i Mondiali in casa non le convenivano più, e avrebbe voluto che se ne andassero.

«Come tutti i brasiliani, sono molto, molto triste per la sconfitta», ha scritto in un primo momento la presidente su Twitter. Poi, ha parafrasato in senso patriottico un verso di Volta Por Cima, la canzone dello zoologo e compositore, Paulo Vanzolini: «Brasile alzati, squoti la polvere e riconquista la vetta». È tragico dover improvvisamente smettere di sperare. I sette gol della Germania, è vero, non hanno ucciso nessuno, fatta eccezione per alcuni dei suicidi notturni che ieri sera hanno deciso di lasciare la vita, mentre la loro squadra lasciava il torneo: ma il patema nazionale è reale.

«Non avrete la coppa», si diceva e scriveva spesso nelle proteste che dovevano essere giganti, ma che invece sono rimaste minime, anche quando è caduto un viadotto, parte delle grandi opere dei Mondiali, ed ha schiacciato due persone. «Che me ne frega di quella maledetta coppa», dicevano i brasiliani abbastanza borghesi da non voler scendere in piazza e altrettanto proletari da contestare l’evento. Ed era davvero maledetta quella coppa, che ha sedotto tutti nel suo gioco, imbavagliando i reclami, e ancora una volta, esattamente come quanto successe quasi settanta anni fa al Maracanà, li ha abbandonati con i sogni in mano, a sedere su una grada vuota in uno stadio che si spegneva.

Volta Por Cima

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