Guaranì: gli indiani che hanno inventato il calcio

Lo annotarono nei loro diari i gesuiti nelle missioni del Paraguay mezzo secolo fa: «I guaranì giocano a pallone coi piedi». Un loro confratello lo ha scoperto studiando la lingua dei popoli autoctoni ed ora un regista ne ha fatto un documentario, che sarà presentato domani al festival di Mar del Plata.

 

Jungle football: nel calcio è lo spirito che conta (foto: la rete)

Jungle football: nel calcio è lo spirito che conta (foto: la rete)

La paternità del gioco più amato dall’uomo, si sa, è contesa. L’Inghilterra sembra essersi ormai affermata come nazione in cui fu fondata la prima squadra di calcio ufficiale. Sebbene si discuta se fu nel 1857 o nel 1866, si è certi che a crearla fu Nathaniel Creswick, che poi di lì a poco avrebbe anche partecipato al primo campionato. Tuttavia, la fonte d’ispirazione per i britannici fu il calcio fiorentino, proprio quello che si gioca tuttora sotto il nome di calcio storico, negli eventi cittadini che ricordano gli svaghi del Granducato cinquecentesco dei Medici. Procedendo a ritroso, però, per ubicare la nascita dello sport nel suo spirito più profondo, è necessario scavare tra le zolle secche del tempo e decidersi con la bilancia dell’archeologo se prima fu la Sferomachia dei greci, oppure il Tsu-chu dei cinesi.

Questo, almeno fino a quanto era finora noto, perché il gesuita spagnolo Bartomeu Melià, probabilmente il maggior etnologo vivente della cultura Guaranì del Paraguay, sostiene di aver raccolto elementi sufficienti a dimostrare che la palla iniziò a rotolare in Sudamerica duecento anni prima di quanto non lo fece in Inghilterra e, sebbene le testimonianze greche e orientali si spingano ben oltre il XVII secolo, va riconosciuto a questo popolo del limitare della selva almeno la completa autonomia creativa nel parto dello sport: prima dell’arrivo dei conquistadores che seguirono a la spedizione di Cristoforo Colombo, infatti, non ebbero alcun contatto con il resto del mondo.

A renderlo noto è stato il regista paraguaiano Marcos Ybañez, il quale ha girato un documentario di 11 minuti esatti, uno per ogni giocatore attualmente ammesso nelle competizioni ufficiali, che sarà presentato al festival del cinema di Mar del Plata, Marfici, a partire da domani. «Non ho fatto altro che sviluppare su pellicola la teoria di Melià – ha detto Ybañez, parlando del suo “I guaranì hanno inventato il calcio” – tutti i dati portano a pensare che gli indigeni accolti nelle missioni gesuitiche avessero l’abitudine di riunirsi la domenica per giocare con il pallone, che poteva essere toccato esclusivamente coi piedi».

Uno dei documenti più antichi a cui ha fatto riferimento Melià per sviluppare la sua teoria, risale al 1639, con la pubblicazione del libro “El tesoro de la lengua Guaranì”, scritto da un altro celebre gesuita: il sacerdote Antonio Ruiz de Montoya. Questo trattato di linguistica elenca diversi termini tecnici legati al calcio praticato tra le tribù dell’odierno Paraguay, dando così una spiegazione sommaria del funzionamento. Il calcio guaranì, si chiamava Manga ñembosarai, parole che, secondo quanto sostengono gli esperti, significano «gioco del pallone coi piedi».

Ma le fonti di Melià non si limitano alle annotazioni di Ruiz de Montoya. Nel 1771, per esempio, il gesuita José Cardiel scrive ne “Las misiones del Paraguay” che nel Manga ñembosarai, «la rimessa si fa tirando il pallone verso l’alto, colpendola col collo del piede. Gli avversari, a loro volta la toccano di piede: usare un’altra parte del corpo, è fallo». Il luogo in cui Ruiz de Montoya e Cardiel osservarono il gioco, fu precisamente la cittadina di San Ignacio Guazù, nella provincia di Misiones. «Qui tutti sanno di vivere nella città in cui si è inventato il calcio», dice nelle immagine del documentario di Ybañez il parroco del posto e a giudicare dalla tradizione che ne è nata nel continente, comparandola per esempio con quel che ne resta ai cinesi o ai greci, c’è da credergli.

 

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