Grondona lascia il calcio: il Padrino va in pensione

Dopo la morte della moglie, l’eminenza grigia del calcio argentino e mondiale non è più lo stesso: triste, svogliato, stanco, ieri ha detto che lascerà la presidenza dell’Afa, ma solo nel 2015, quando finirà il suo mandato: «Non posso mollare prima». Quel che resta di un monarca innamorato, accusato di truccare partite, chiedere tangenti, odiare gli ebrei e picchiare un arbitro

Panta rei: il re dà le dimissioni (foto: la rete)

Panta rei: il re dà le dimissioni (foto: la rete)

Buenos Aires – «Sono il vicepresidente del mondo», ha detto una volta Julio Grondona in un’intervista. Si riferiva al potere del calcio e ai suoi titoli di vicepresidente a vita della Fifa, di presidente dell’Afa e, secondo alcuni, anche di qualcosa in più che non compare sulle carte, ma che funziona anche meglio dei titoli ufficiali. Eppure, sembra improvvisamente essersi stancato di esserlo: parlando a una radio di Buenos Aires, ha annunciato che finirà questo mandato di governo, il 34esimo consecutivo dal 1979, e poi «lascerà spazio ai dirigenti giovani». Molti credono che Grondona sia un capo mafia e lo chiamano Il Padrino. Per regnare più di tre decenni sull’Afa, per lo meno, devi essere un duro, eppure, anche i duri hanno un punto debole.

Critici, commentatori e cronisti del calcio locale dicono che dallo scorso 14 luglio Don Julio non è più lo stesso. Quel sabato morì sua moglie Nelly, dirigente di Arsenal, la squadra di famiglia, e compagna di tutta la vita. «I giornalisti hanno l’acido muriatico sulla lingua», aveva detto una volta questa donna, che in quanto a veleno, non era mai stata meno che il marito. Dopo la sua scomparsa, l’uomo che nell’anno 1969 subì una squalifica per aver aggredito e picchiato un arbitro, si è tolto il segno che lo ha contraddistinto per decenni: l’anello con la scritta “tutto scorre”.

Zorro senza maschera o Achille dal tallone scoperto, Grondona ha superato tutto, ma non la fine dell’amore. «Non è vero che tutto passa», ha detto ieri alla radio, riferendosi al suo anello, che cita quel Panta Rei che concepì il filosofo greco Eraclito, ma che in spagnolo assume un significato se possibile ancor più trascendentale: «Todo pasa» vuol dire, in un linguaggio semplice e corrente, che tutto può accadere, ma anche che ogni cosa passerà. «Il dolore non passa», invece, ha deciso Julio in questi mesi.

L’unica volta che lo si era visto piangere prima del funerale della moglie è stato quando il figlio l’ha chiamato sul cellulare, poco dopo che l’Arsenal aveva vinto lo scudetto del 2012. L’Arsenal è la squadra di Sarandì, un modesto comune della zona sud di Buenos Aires, che Grondona fondò assieme ad altri quattro soci nel 1956, lasciando la sua ferramenta. Vederlo vincere il primo e unico titolo della sua storia sembrava un sogno irrealizzabile in quella metà degli anni Cinquanta. Eppure, Grondona ne aveva già viste delle belle. Sotto la sua dirigenza, la nazionale argentina ha vinto una coppa del mondo (Messico ’86), due medaglie d’oro olimipiche (Atene 2004 e Pekino 2008) e due Coppa America.

Come capo dell’Afa, Don Julio è stato accusato più o meno di tutto: salito al trono in piena dittatura militare, dopo la vittoria del mondiale Argentina ’78, il minimo che gli fu attribuito una volta tornata la democrazia, fu la colpa di essere stato amico dei golpisti. In seguito, si disse che minacciava gli arbitri e combinava le partite: un dirigente dell’Independiente di Avellaneda, squadra di cui in passato lo stesso Grondona era stato presidente, disse di aver accordato la vincita del campionato a tu per tu con il Padrino. Poi, lo si incolpò di aver fatto retrocedere il River Plate in Serie B, nel 2011, e di chiedere tangenti per la cessione dei diritti TV ai canali di pay per view argentina.

Mentre c’è chi afferma che Grondona sia addirittura tra gli invitati al Club di Bildeberg, quella congrega di padroni del mondo che si riunirebbe in segreto una volta all’anno per deciderne i destini, un canale televisivo argentino ha raccolto qualche mese fa una testimonianza compromettente attraverso una telecamera nascosta. Grondona sulla sua poltrona si vanta di tutto il denaro che ha ricevuto illegalmente dal Gruppo Clarin, proprietario del canale TyC (titolare dei diritti TV sul campionato locale, finchè la presidente Cristina Kirchner non glieli ha espropriati, passandoli alla rete pubblica) e finisce poi per minacciare di morte un giornalista sportivo, solitamente critico nei suoi confronti.

Ma neanche questo è servito a spodestare il Luigi XIV del calcio argentino, che mentre predicava il Panta Rei, razzolava il «lo Stato sono io» del suddetto re francese e in quel filmato rubato, parlando in terza persona di sè e in prima della federcalcio locale: «fanno affari, ma non sanno che Grondona, cioè l’Afa, non è d’accordo». Forse, a mantenerlo in sella in questi ultimi anni è stato proprio il patto sui diritti TV che ha rotto con Clarin e che poi ha fatto con il governo di Cristina Kirchner. Don Julio è uno che conosce le trame di potere e le sa filare a proprio gusto. Una volta gli si chiese perchè nella Primera Division (Serie A argentina) non ci fossero arbitri ebrei, lui rispose che «il mondo del calcio è difficile e agli ebrei non piace fare fatica».

L’ultima gettata di fango che l’ha colpito arriva fino al futuro: si dice che gli emiri del Qatar abbiano corrotto i vertici Fifa per aggiudicarsi i Mondiali del 2022. Grondona, che nella federazione al compito di gestire le finanze, sarebbe stato il tesoriere della tangente. Se si guarda al passato, ci sarebbe da credere che Don Julio sarebbe in grado in grado di scansare anche questa, ma invece ha deciso che questa volta sarà lui a passare, probabilmente, ad una carica ad honorem come quella che già ricopre nella Fifa, ma solo nel 2015: «Non posso mollare», ha chiarito per radio questo duro antico, che senza l’amore si è stancato del mondo che ha comandato per decenni come un despota.

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