Formula Uno: Pastor Maldonado, una freccia socialista

Il pilota venezuelano che ha vinto il gran premio di Spagna corre grazie ai soldi di PDVSA che gli ha dato Hugo Chavez. Storia di un campione popolare, ma non del popolo, alle prese con una crisi d’identità nel bel mezzo di uno sport d’elitè

Griglia: dentro e fuori dalla pista, Maldonado è sotto pressione come a un secondo dal via (foto: Pastor Maldonado)

Griglia: dentro e fuori dalla pista, Maldonado è sotto pressione come a un secondo dal via (foto: Pastor Maldonado)

“Gloria al bravo pueblo” venezuelano (Onore al valoroso popolo venezuelano), ha recitato la fanfara di Montmelò, quando al termine di 66 giri a tutto gas, Pastor Maldonado ha fatto vetta sul podio e ha dato il La per suonare per la prima volta in 62 anni di storia dello sport automobilistico più pregiato al mondo, l’inno del suo paese. A volerlo in quel posto e a crederci a suon di petrodollari e ostinazione, è stata una delle figure probabilmente più lontane dal mondo dei motori che si possano concepire e al tempo stesso il suo concittadino più celebre: il presidente socialista della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chavez.

Come è ben visibile sull’alettone della Williams numero 18 e sulla tuta del pilota che la guida, il patrocinatore più importante di questo sconsiderato sogno bolivariano è PDVSA, la statale dei petroli di Caracas, che Hugo Chavez ha trasformato nel corso degli anni nello strumento del riscatto sociale del suo paese e del suo popolo, dopo che per tutto il Novecento l’Occidente sviluppato si era appropriato degli idrocarburi venezuelani, trovando più conveniente acquistarli pagando i minstri, che pagando gli stessi.

La cifra che PDVSA offre a Maldonato per correre è sicuramente stratosferica, quando incerta: si è parlato di 36 milioni di dollari per il 2011, una stagione in cui il pilota è arrivato 19esimo su 22 partecipanti, con un solo punto in saccoccia. Nonostante questo, la raffineria venezuelana ha rilanciato anche l’anno successivo, offrendo, ed anche qui si resta nella landa boscosa dei “si dice”, 46 milioni l’anno fino al 2015.

Questi finanziamenti hanno scatenato polemiche a 360 gradi: da un lato, gli appassionati di Formula1 a dire che, con i risultati di Maldonado alla mano, questi era in pista solo grazie ai soldi. Dall’altro, l’opposizione liberale venezuelana, a dire, con la finanziaria alla mano, che lo sponsor al pilota era un fatto populista e non socialista e andava revocato. Nel primo caso, il diretto interessato ha risposto con un «io penso a correre, ma è vero che il denaro che porto in dote aiuta la Williams a sviluppare la monposto». Nel secondo, Hugo Chavez, che è malato di cancro, si trova a pochi mesi dalle elezioni ed ha lanciato due giorni fa la propria ricandidatura, non ha risposto niente. Tanto, è difficile che lo si possa accusare ancor di più di quanto già non si faccia di essere completamente autocratico.

L’idea di mostrare quanto è grande un paese attraverso l’eccellenza sportiva non è stata frutto di un sogno illuminato di Chavez. Tutti ricordano com’erano le olimpiadi ai tempi della Guerra Fredda e Pangea ricorda a chi non lo sapesse, che proprio dall’America Latina, la presidentessa argentina, Cristina Kirchner, tentò la stessa impresa con la stessa scuderia Williams, presentando il dottore in derapate Josè Maria “Pechito” Lopez. In quel caso, il pilota due volte iridato nel combattutissimo gran turismo locale, TC2000, non riuscì a sedersi su una vettura a ruote scoperte: gli appena 12 milioni di dollari offerti dalla Casa Rosada non erano stati sufficienti a sconffigere la concorrenza.

Se la scommessa di Miraflores è stata invevece vicente, ora, sarà soprattutto Maldonado a doverlo dimostrare. Il ragazzo è protagonista del paradosso di essersi iniziato alle competizioni sportive a bordo di una monoposto, ma in un mondo completamente estraneo ai motori: le prime sgommate le fece infatti a circa 5 anni sui carrettini Ymca, delle specie di automobiline leggere, dotate solo di sterzo e quattro ruote da bici, con cui si gareggia in discesa. Poi, passò al bicicross, un’altra disciplina monoposto, ma senza motore. Come molti piloti di Formula1, anche per Maldonado il primo contatto con i gas di scarico è arrivato sui kart. Pastor aveva 7 anni e da allora non è più sceso. La formazione militare e le origini di classe media in un paese poverissimo, non fanno di lui un uomo del popolo, ma la sua bravura, il suo destino e la sua macchina potrebbero farne invece un uomo molto popolare, qualcosa che dal punto di vista di Hugo Chavez è certamente più utile al popolo che un semplice altro nuovo poveraccio.

Da quando ha vinto in Catalogna, Pastor si è scontrato con le nuove regole del gioco: a Montecarlo è andato contro il muro in prova, sostituzione del cambio obbligatoria e penalità di 10 posizioni in griglia di partenza, perchè non si possono cambiare i pezzi nel corso del week end. Stessa storia in gara, dove un incidente l’ha relegato al penultimo posto. Repetita iuvant in Canada, dove una modifica ancora al cambio non riferita e non consentita gli ha fatto perdere 5 posizioni per punizione in griglia. Partito 22esimo, è arrivato 13esimo. Tra 10 giorni si torna in Spagna per correre a Valencia e il giovane venezuelano avrà l’opportunità di dimostrare se vuol passare alla storia per il suo nome o per il suo cognome, diventando un pastore per il popolo venezuelano oppure qualcuno a cui è stato fatto un dono sbagliato.

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