Fifa, Grondona: L’autunno del patriarca del calcio

A capo della federcalcio argentina dal 1979, in costante ascesa nella FIFA dall’88, Don Julio Grondona ha detto di volersi ritirare nel 2015, ma un’inchiesta che punta alla gestione del denaro per i diritti Tv del calcio locale, potrebbe metterlo in difficoltà anche prima

Don Julio fa l'angioletto, ma anche gli angeli cadono (foto: Fifa)

Don Julio fa l’angioletto, ma anche gli angeli cadono (foto: Fifa)

Nelle elezioni della federcalcio argentina, Afa, dell’anno 1991, lo spoglio diede un risultato unico, sorprendente e irripetuto: delle 40 squadre locali di primera e segunda division chiamate ad eleggere il presidente, una votò per Teodoro Nitti, un ex arbitro col piglio del giustiziere. In tutte le altre elezioni dal 1979, quando lo sport nazionale si muoveva sotto l’egida dell’ammiraglio Lacoste, perché al governo c’era la dittatura militare, i voti sono stati solo per un’unica persona: Julio Grondona. Don Julio, il Padrino, o come volete chiamarlo per sottolineare i metodi arcaici e paramafiosi con cui quest’uomo ha governato per trent’anni uno dei campionati più seguiti al mondo (e dall’88 ha anche iniziato a scalare la FIFA, arrivando fino alla vicepresidenza, col ruolo di contabile), è stato criticato migliaia di volte, ma non è mai stato messo in dubbio.

Ieri sera, però, un giornalista investigavo, Luis Majul, apertamente schierato contro il governo di Cristina Kichner e considerato un mediocre da certi suoi detrattori, ha deciso di ritornare sullo strapotere del patriarca, denunciano la gestione completamente aribitraria e non trasparente dei milioni che lo Stato gira alla AFA per i diritti TV del calcio e la parte di questi che Grondona tiene per spese d’ufficio.

La vicenda inizia nel 2009, momento in cui Cristina Kirchner espropriò il permesso di trasmettere in diretta e a pagamento le partite di campionato al canale TyC Deportes, che in parte appartiene al suo acerrimo nemico il gruppo Clarin. Grondona aveva da poco rinnovato un contratto con TyC che gli permetteva di farlo fino al 2018 (!!!), ma Cristina non ne tenne conto, mandò TyC in Serie B strappandogli il contratto in faccia e riabilitò pubblicamente Don Julio, che, anche se aveva sbagliato nel suo affare monopolistico con il canale, poteva comunque essere premiato con un torrente di milioni di pesos, da pagare alle squadre per ciò che hanno di più prezioso: lo spettacolo.

Majul ha calcolato che da allora, la AFA e cioè Grondona, hanno ricevuto circa 6 miliardi di pesos dallo Stato, in qualità di pagamento per i diritti Tv, gran parte dei quali dovrebbero essere andati alle squadre. In realtà, però, i conti dei club argentini si sono ristretti, non gonfiati, arrivando oggi a un rosso complessivo da 1 miliardo 600 milioni di pesos e debiti per ben 5 miliardi. Quello che invece si è ingrandito, provate un po’ a indovinare, è stato il patriomonio personale di Don Julio, che un tempo viveva nel sobborgo operaio di Sarandì, a sud di Buenos Aires, lavorava nella ferramenta di famiglia e fondava, nel ’56, il modesto Club Arsenal e oggi, invece, vive nello sfarzoso quartiere di Puerto Madero, la brillante sede della nuova city finanziaria della capitale argentina, dove vive anche il vicepresidente, Amado Boudou (un altro che ultimamente ha qualche problemino per gli scandali di corruzione), e dove è stata scoperta la sede di alcune società finanziarie clandestine, accusate di riciclare denaro sporco per conto di Lazaro Baez, un uomo d’affari storicamente molto vicino a Cristina Kirchner e al suo scomparso marito, l’ex presidente Nestor.

Il fatto è rilevante, perché, sempre secondo la ricostruzione di Majul, Grondona dava ai club solo una parte del denaro in questione, tenendosene una minoranza. Quando poi una squadra si trovava in difficoltà economica, un fatto molto frequente, poteva andare all’AFA e ricevere un po’ d’ossigeno col metodo degli assegni a titolo d’anticipo per i diritti Tv. Con l’iniezione, Grondona avrebbe consigliato anche la stessa finanziaria clandestina in cui cambiare il biglietto: si trattava per lo più di assegni post datati, i quali potevano così essere cambiati illegalmente subito, perdendo circa il 16% del loro valore nominale.

Queste affermazioni non dovrebbero essere difficili da appurare, se, trattandosi di denaro pubblico e quindi sborsato dai contribuenti, ci fosse una traccia dovuta e registrata di tutti i movimenti. Interpellati in proposito, però, i funzionari di seconda linea dell’AFA hanno risposto «No». «No, non abbiamo alcun dovere di rendere conto dei movimenti». Molti tuttavia non sono stati d’accordo e, tra questi, c’è stata anche la Sovrintendenza Generale della Nazione (Agn), un organismo di controllo controllato dall’opposizione al peronismo di centrosinistra, che ha informato Majul di star realizzando un’inchiesta sulla federcalcio.

Dopo più trent’anni alla guida di quest’ultima, Grondona disse l’anno scorso che allo scadere del suo mandato, nel 2015, si sarebbe ritirato. Il motivo era che la morte dell’amata moglie l’aveva lasciato prostrato. Tra la sorpresa generale, quello che nessuno aveva a suo tempo messo in conto è che il suo addio a un mondo che ha segnato, quello del calcio, potrebbe avvenire anche prima e non per sua espressa richiesta.

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