mercoledì 20 set 2017

Colo Colo ’73: La squadra che fermò il golpe di Pinochet

Era già tutto previsto: la marina, l’aviazione e l’esercito pronti a sollevarsi. Boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico. Poi il Colo Colo fece gol in Copa Libertadores e i piani per il colpo di Stato furono sospesi. Storia della notte in cui El Cacique perse molto più di una partita

El Cacique difende la patria: un manifesto del mitico Colo'73 (foto: la rete)

El Cacique difende la patria: un manifesto del mitico Colo’73 (foto: la rete)

Sport e politica, due mondi diametralmente opposti ed apparentemente inconciliabili. Estro contro razionalità, vigore fisico contro lucidità intellettuale. Eppure esistono intrecci incredibili fra questi due mondi; a volte basta un solo episodio e questi si sovrappongono tanto da non capire più dove finisca uno e dove cominci l’altro. Uno di questi episodi è datato 1973 e riguarda il Colo-Colo, squadra calcistica dei sobborghi della capitale cilena, Santiago.

Quella del Colo-Colo 1973, più che di una squadra, è la cronaca di un paese intero, che riuscì per un momento a fermare il corso della sua storia. Un paese che, una volta terminato di ammirare le sue gesta calcistiche, non sarebbe più stato lo stesso. Questo è il punto di partenza di Luis Urrutia O’Nell, che nel libro Historias secretas del furbo chileno (scritto a quattro mani insieme a Juan Cristobal Guarello e pubblicato per la prima volta nel 2005) avanza la propria tesi: il Colo-Colo portò Pinochet alla decisione di posticipare il suo famigerato golpe.

La campagna della squadra guidata da Luis Álamos nella quattordicesima edizione della Copa Libertadores, che si disputò tra febbraio e giugno 1973, fu incredibile. Una marcia trionfale superata solamente nel 1991, anno dell’unica vittoria cilena nella competizione continentale. Quel Colo-Colo era composto da giocatori straordinari: c’era Sergio Ahumada, attaccante potente e pericoloso in area di rigore. C’era Francisco Valdés centrocampista offensivo dal talento cristallino, che detiene ancora oggi il record di gol nel campionato cileno, e c’era Carlos Caszely, attaccante estroso detto “El Rey del Metro Cuadrado” per la sua infallibilità sotto porta.

Caszely in particolare non fu solo idolo del club e capocannoniere di quell’edizione di Libertadores, ma è conosciuto in tutto il mondo per essere il calciatore che negò la stretta di mano al dittatore cileno mentre vestiva la maglia della nazionale, legando così a doppio filo la sua storia personale con quella del suo popolo.

È grazie a questi giocatori che il Colo-Colo fece impazzire i tifosi e il Cile intero, che mai fino ad allora ebbe una squadra così forte fuori dai confini nazionali. Le goleade contro Unión Española, El Nacional e Cerro Porteño e perfino la vittoria per 2 a 1 in casa del Botafogo, in quella che fu la prima vittoria per una squadra cilena al Maracana, il tempio del calcio brasiliano, rimarranno per sempre nella memoria di tutti gli sportivi cileni.

Quelle vittorie si trasformarono nelle “notti del Colo-Colo” quando migliaia di tifosi si riversavano nelle strade per festeggiare il superamento del primo girone, poi del secondo, fino ad arrivare alle finali contro gli argentini dell’Independiente.

L’entusiasmo provocato dal Cacique è l’entusiasmo del popolo cileno, le sue vittorie sono le vittorie di tutti. Lo stesso presidente Salvador Allende, dopo la finale di andata, ricevette la squadra nelle stanze dell’ambasciata cilena a Buenos Aires. «In un paese diviso dalle ideologie, il Colo-Colo costituisce il punto d’unione e di allegria per i cileni», scrive Urrutia O’Nell. Siamo in pieno 1973, Allende con la sua Unidad Popular era in carica da poco più di due anni e aveva cominciato un grande processo di riforme sociali nel Paese. Riforme che però non sono mai piaciute alle destre cilene, né ai vertici militari né tantomeno al presidente statunitense Richard Nixon.

La situazione del paese si fa rapidamente pesante: boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico degli Stati Uniti sono ormai la quotidianità. Tutte le condizioni previste per il Golpe erano state messe in campo, ormai si attendeva solamente il via dell’operazione, ma quello che non si poteva prevedere erano le vittorie del Colo-Colo in Copa Libertadores.

Gli sponsor a stelle e strisce di Pinochet percepirono tutta questa effervescenza popolare causata dalla squadra, che continuava a mobilitare la gente per le strade. Una effervescenza che diventa uno scoglio insuperabile per l’intervento militare, fino al punto di dover essere rimandato ad un momento più propizio. «Mientras Colo-Colo gane, el Chicho [come veniva affettuosamente chiamato Allende] está seguro», è una frase che si sentiva spesso fra i militanti filo-governativi, e il Cacique continuava a vincere.

Il resto è già scritto negli almanacchi e nei libri di storia. Entrambe le finali finiscono in pareggio: 1 a 1 all’andata ad Avellaneda e 0 a 0 il ritorno a Santiago, con l’Estadio Nacional ricolmo di 80 mila persone e un clima di travolgente passione già dai giorni precedenti la partita. Per decretare il campione serve uno spareggio, che si gioca il 6 giugno a Montevideo e stavolta vede vincente l’Independiente per 2 a 1.

I sogni del Colo-Colo si spengono, l’entusiasmo è finito e la gente dalle piazze fa ritorno nelle case. La difesa è saltata, il portiere accerchiato e Pinochet, nella partita che mette in palio il futuro del paese, è finalmente libero di segnare. Tre mesi più tardi le stesse piazze che prima erano traboccanti di entusiasmo diventeranno lo scenario di un colpo di stato. Alle bandiere si sostituiscono aerei e mezzi militari e quello stesso stadio che ospitò le gesta dell’equipo del pueblo viene trasformato in un lager a cielo aperto. Quella sera del 6 giugno 1973 i cileni forse persero molto più di una partita di pallone.

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