Cantero: Il circo si fermerà «quando ammazzeranno un calciatore»

Si è chiuso un campionato di calcio argentino particolarmente violento e Pangea è andato a parlare con l’uomo che più di tutti ha lottato contro il football armato: il presidente dell’Independiente, Javier Cantero

 

Stop: Cantero ha detto basta agli ultras dell'Independiente (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Stop: Cantero ha detto basta agli ultras dell'Independiente (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Il giorno dopo l’ennesimo assassinio sugli spalti di uno stadio di calcio – questa volta è toccata a un tifoso del River, ucciso durante la partita allo stadio Monumental contro il Boca Unidos (una squadra di serie B) – siamo andati ad intervistare il presidente dell’Independiente, Javier Cantero: l’uomo che ha dichiarato guerra alla barra brava, la violenta tifoseria organizzata che spadroneggia senza legge nel mondo del fútbol argentino.

E’ strano e sbagliato incontrarsi con un uomo come Cantero e non trovarsi a discutere di pallone, di una squadra che è passata dal vincere la coppa Libertadores nel 2010 a lottare per non retrocedere, di modelli societari, di debiti (il club ne ha almeno per 328 milioni di pesos), di calciatori esportati in Europa, ma da quando ha assunto la presidenza del club di Avellaneda, un sobborgo della periferia di Buenos Aires, Cantero non le ha mandate a dire alla barra brava, capitanata da Pablo Alvarez, in arte Bebote e quindi, con lui è più facile parlare di questo che di calcio.

 

Li ha denunciati, li ha privati delle bandiere (in cui si nascondevano munizioni per armi da fuoco), ha dovuto gestire un allarme bomba nella scuola elementare del club, scatenato dagli ultrà per rappresaglia, e le dimissioni del suo vice presidente, di fronte all’ennesima minaccia di morte recapitata alla sua abitazione e alle lacrime della figlia piccola. Da quando si è messo pubblicamente contro alla sua tifoseria, firmando un ordine di restringimento per i suoi membri più violenti, Cantero è diventato l’eroe di una battaglia che nessuno sembra aver voglia di combattere, un Don Chisciotte da mandare avanti contro i mulini a vento – mentre, tutt’intorno, fioccano attestati di stima. E nulla più.

Dormo bene se penso ai barrabravas, non prendo sonno se invece penso al resto,” dice, con umiltà, Cantero – atteggiamento dimesso e maglioncino a coste.

Sono diventato presidente a dicembre in un’elezione complicatissima, contro parlamentari, senatori, deputati e politici professionisti. Eravamo solo normali membri del club, ma siamo riusciti a vincere con il 60% dei consensi. Da lì sono iniziati i problemi, gli stessi di cui ero già a conoscenza: quello principale, economico, e quello calcistico. Abbiamo $328 milioni di debiti, estinguiamo fuochi quotidianamente, e il prossimo anno lotteremo per non retrocedere. Dedico il novanta percento del tempo a questi assunti. E poi c’è la battaglia coi barra bravas, che per me però è un problema minore.”

Ci spieghi come è iniziato il tutto, signor Presidente.

 

Quelli che qui in Argentina chiamiamo barra brava sono venuti un giorno e hanno voluto prevendite, benefici, bus gratuiti e i biglietti per la partita, oltre a molte altre cose. Abbiamo detto di no, che non gli spettava nulla di tutto ciò, e tra l’altro il club non aveva i soldi necessari. Allora è iniziata la battaglia. Hanno iniziato a insultarmi allo stadio, e un giorno abbiamo avuto un faccia a faccia qui in ufficio, io con 27 di loro e Bebote, il leader. Si sono seduti, io stavo seduto lì su quella sedia, abbiamo parlato, gridato, poi hanno chiuso la porta da dentro e alla fine è arrivata la polizia a sgomberarli.

E’ una cosa che ha avuto grande risalto sui media. Qui in Argentina il problema dei barra bravas è più importante di quello che credono i politici: ogni donna ha un figlio, un fidanzato, un marito, un padre che va allo stadio e ne ha paura.

Prima si facevano la guerra tra loro, fra squadre diverse. Si rubavano bandiere, una dimostrazione di virilità, di machismo. Ora le morti avvengono all’interno delle stesse barra bravas. Perché litigano? Quale il loro obiettivo? I soldi, il business.

 

Alcuni la paragonano ad un eroe popolare. E’ così che si sente lei?

 

No, mi sento solo come il presidente di un club che sta facendo quello che ha promesso in campagna elettorale, con un sacco di convinzione. Le persone mi chiedono se ho paura: dico di sì, temo quei 200 violenti, ma sono molto più preoccupato che quei 72,000 soci dell’Independiente che stanno osservando quello che faccio mi vedano afflosciarmi. Una volta mi hanno chiesto se mi sento Superman, ho risposto che mi sento più Clark Kent.

Lei ha promesso di non fare “neanche un passo indietro”: come si vince questa lotta a livello di club, e a livello statale?

 

Politici e dirigenti hanno simpatizzato con me, hanno visto che posso essere colpito fisicamente, pertanto mi rispettano e vogliono supportarmi. Questo però non ha immediata soluzione, è un processo lungo. In Gran Bretagna era diverso, gli hooligans non avevano così tanti contatti politici. Qui la più pericolosa arma in mano ad un barra brava è la sua agenda nel cellulare, con i numeri dei politici: ogni volta che viene preso, li chiama e si fa rilasciare. Alcuni dirigenti di club pensano che abbia già perso la battaglia, così com’è stato da molti anni a questa parte. Io penso che la battaglia persa è quella che non si combatte. Noi stiamo cercando di combatterla.

Cosa può imparare l’Argentina dall’esperienza inglese che proprio lei ha menzionato?

 

L’altro giorno guardavo la ‘finale’ del Manchester City e notavo che a separare i tifosi delle due squadre allo stadio c’erano solo stuarts con la maglietta gialla. Nessun rischio, c’erano le famiglie e la gente stava vicino al campo da gioco. Dicono che qui in Argentina questo non sia possibile. Non penso proprio. Devi solo dare diversi anni di prigione al primo che entra dentro, e il secondo già ci penserà su due volte. La Gran Bretagna ha fatto scuola in questo senso, nonostante il loro modello fatto di club a proprietà privata sia diverso.
Hanno inquadrato i due proprietari del Manchester City a fine partita: qui, se volessero filmare i proprietari dell’Independiente, dovrebbero inquadrare 72.500 persone, è più complicato. Abbiamo un senso di appartenenza alla squadra diverso, e la squadra non appartiene a Berlusconi, a un arabo o un russo. Appartiene ai suoi membri, e rispettiamo molto la cosa.

La prossima stagione lotterete per non retrocedere: non ha paura che questo contribuirà a inasprire ancora di più i già tesi rapporti con la barra brava?

 

Capisco. Tutto questo risanare le finanze, renderle più trasparenti, lottare contro la barra è vano se i risultati non mi assistono. Consolida la mia lotta.
Altrimenti le persone direbbero: “Va bene combattere il tifo violento, ma dovresti dedicarti di più a ottenere risultati.”

Gran parte delle squadre qui in Argentina hanno grossi problemi di debiti, dovuti anche ad un modello sbagliato, quello per cui vengono cresciuti talenti al solo scopo di esportarli in Europa e fare cassa. Cosa bisogna cambiare, e come?

 

Penso che la cosa peggiore non è che i giocatori vadano in Europa – difatti, con la crisi, ci andranno sempre meno – ma l’amministrazione dei club stessi. L’Independiente è una squadra molto semplice da amministrare, se non fosse per il grosso debito lasciatoci dalla gestione precedente, che ho denunciato, i soldi sarebbero sufficienti a coprire i costi e si avrebbe anche un avanzo. Il calcio in Argentina potrebbe funzionare perfettamente col suo modello di membri e associati. E’ solo necessario amministrarlo meglio.

Come giudica il comportamento del presidente del River, Passarella, che secondo alcuni giornalisti è stato minacciato, ma poi di fatto ha pubblicamente negato e sembra stia cercando di coprire la cosa per paura della barra?

 

Se lui o altri presidenti sono stati minacciati, hanno il mio più completo supporto. Hanno paura, è logico. Li capisco, hanno famiglie. Non so del River, non sono informato sul caso, ma ammiro Daniel Passarella come il grande giocatore che fu, e come la grande persona che è.

Si sente supportato dal presidente dell’AFA, Grondona, e dal governo?

 

Grondona si è espresso con forza a favore della nostra causa, ha detto che ci penserà lui stesso ad applicare il ‘diritto di ammissione’ se i presidenti avranno paura di farlo. Ha detto che c’è un prima e un dopo quello che mi è successo, le cose cambieranno. Sembrava davvero deciso. Anche il governo fa passi avanti – ci vorrebbe polizia più addestrata e più sicurezza, nell’immediato. Io, per esempio, non ho una scorta personale. Non sono un uomo di denaro. A volte finisco qui in ufficio alle 11,30 e vado a casa da solo.

 

Poco fa è morto l’ennesimo tifoso, questa volta del River. Quando morì Daniel Sosa, tifoso del Lanus, la partita si giocò lo stesso, nonostante l’omicidio fosse avvenuto prima del calcio d’inizio. Come si deve rispondere alla violenza in questi casi?

 

Non credo nella teoria del ‘the show must go on’. La morte è un limite. Le partite dovrebbero essere sospese, ora lo chiede anche il sindacato dei calciatori perché hanno paura che anche qualche giocatore possa morire. Spero che questo non debba accadere perché la gente si accorga finalmente della situazione. Quando muore un ragazzino di una villa miseria, tutto va avanti come se niente fosse. Il giorno che morirà un calciatore, ci sarà uno scandalo e tutto si fermerà. Spero non arriveremo mai a questo punto. 

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