mercoledì 20 set 2017

Cabañas: pallone, pallottola, pagnotta, ovvero nascita, caduta e resurrezione di un campione

Il Maresciallo è stato colpito, ma non è morto. Stava per entrare nell’Olimpo del calcio ma gli hanno sparato. Adesso ha perso tutto, ma ha trovato la pace. Fa il panettiere nel forno dei genitori, il lavoro gli piace e adora quando la gente lo riconosce e gli chiede di parlare delle partite

Equilibrio mentale: per Cabañas il proiettile fu illuminante. (foto: la rete)

Equilibrio mentale: per Cabañas il proiettile fu illuminante. (foto: la rete)

Come molti ricordano la vita di Salvador Cabañas è cambiata improvvisamente la notte di sabato 23 gennaio 2010. Fino ad allora, quel paraguaiano classe ’80 dal viso contadino, il passo lento e il tiro potente era stato un astro emergente del calcio sudamericano, che aveva fatto bene in patria, benissimo in Cile e giocato in modo straordinario in Messico. Poi, qualcosa d’inatteso cambiò le sue prospettive, lo buttò a terra lasciandogli solo un grammo di forza per rialzarsi e lo sfidò a farcela. Oggi il Mariscal può andare orgoglioso di esserci riuscito, anche se a costo di tutto e senza più moglie, figli o soldi, fa il pane nel forno dei genitori ad Asuncion.

Nell’America di Città del Messico, dove era arrivato nel 2006 col titolo di gran goleador del torneo cileno, Cabañas segnò l’anno successivo 19 reti in tutta la stagione, diventando capo cannoniere della squadra e della Copa Libertadores. Quello stesso anno, fu eletto miglior giocatore sudamericano e nel 2008 bissò l’impresa tornando a chiudere la Champions League latina in vetta alla classifica cannonieri. Due anni dopo, si stava preparando a compiere il grande salto: c’era un ingaggio col logo del Manchester United sulla scrivania del suo manager, una controfferta del doppio dall’America e un posto da titolare nella nazionale paraguiana in partenza per i Mondiali sudafricani. Con la maglia guaranì aveva già segnato 10 reti e avrebbe incontrato l’Italia nel girone iniziale.

Poi, prima che anche uno solo di questi sogni si realizzasse, il risveglio improvviso. In un sabato sera qualunque, dentro a un baraccio di Città del Messico c’è una discussione per futili motivi che l’attende. Lui si attacca e l’altro è armato. Volano parole grosse e poi anche un colpo. Un unico nettissimo colpo di pistola, che attraversa quella sua testa dura che l’aveva reso temibile nell’area piccola. Il campione cade battuto, ma non vinto. Il proiettile non l’ha ucciso e, a dire il vero, non è neanche riuscito a uscire dalla sua scatola cranica.

Lo porta con se anche adesso, sul fondo della nuca, mentre impasta le pagnotte nel forno di famiglia, qualche ora prima dell’alba e prima di partire con le consegne nella periferia d’Asuncion. «La pallottolla è conficcata – avrebbero detto i medici – pericoloso tentare di raggiungerla, difficile estrarla». E allora se la tenne lì, Cabañas, come un campanellino di piombo a ricordargli che tutto può svanire in un soffio, eppure esserci ancora futuro.

Quando si sveglio dal coma, disse che voleva subito tornare a giocare a calcio. L’America gli aveva strappato il contratto, declinando qualsiasi responsabilità finanziaria riguardo a un episodio accaduto lontano dal campo. Le cure erano costose e, secondo quanto raccontato ieri l’altro dallo stesso Mariscal a un giornalista dell’AFP, lui le ha dovute sostenere con i propri risparmi, da cui contemporaneamente attingevano con costanza e senza ritegno il suo procuratore e sua moglie.

«Ho perso tutto, mi hanno fregato», dice adesso tra gli sbuffi di farina triplo zero. Ma a tornare in campo però ci è riuscito. Ed anche a parlare e a camninare, quando nessuno ci credeva poi così tanto. Gli hanno preso tutto, è vero, ma potranno prendergli l’insegnameno che gli ha dato la vita? «Se giro per strada la gente mi riconosce e mi chiede che gli parli di calcio. Io sono felice di farlo e il lavoro di panettiere mi piace», risponde lui a chi glielo chiede.

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