mercoledì 20 set 2017

Un anno senza i 43 di Ayotzinapa: dubbi, menzogne e speranze di un caso ancora aperto

Il primo anniversario del massacro di Iguala, in cui persero la vita almeno 3 studenti medi e altri 43 scomparvero nel nulla, coglie il Messico ancora lontano dal poter conoscere la verità. La versione ufficiale è stata smentita dagli esperti di parte e, mentre anche le loro ipotesi vengono messe in discussione, i genitori non si rassegnano

Il Messico macchiato dal caso dei 43 di Ayotzinapa: ancora nessuna verità. (foto: Ruben Espinosa/Cuartoscuro.com)

Il Messico macchiato dal caso dei 43 di Ayotzinapa: ancora nessuna verità. (foto: Ruben Espinosa/Cuartoscuro.com)

È il 26 settembre 2014 quando un centinaio di allievi della Normale rurale di Ayotzinapa, Guerrero, lasciano la loro scuola e si dirigono verso la città di Iguala per cercare di procurarsi dei bus in modo da poter raggiungere Città del Messico in tempo per una importante manifestazione.

Sono circa le 21 e, raggiunto parzialmente il loro scopo, i normalistas si dirigono nuovamente verso Ayotzinapa a bordo di alcuni pullman, e passano per il centro di Iguala. Qui vengono attaccati dagli agenti della polizia: tre studenti vengono uccisi; a uno viene anche scuoiata la faccia e cavati gli occhi. Di 43 di loro si perdono le tracce. Ancora oggi, non c’è certezza sulla loro sorte.

Due giorni dopo le autorità locali arrestano una ventina di uomini della polizia municipale di Iguala, più otto narcos che avrebbero preso parte al massacro, e indicano il sindaco Abarca e sua moglie come i mandanti della strage: la coppia – si dice – temeva che gli studenti volessero boicottare un importante meeting previsto per quella sera. Inoltre, la signora Abarca era in stretti rapporti (anche familiari) con il cartello dei Guerreros Unidos, il più forte, tra i tanti attivi nella zona.

Il 7 novembre la Procura generale della Repubblica (PGR) presenta la sua «verità storica» sulla vicenda: i 43 di Ayotzinapa, scambiati dai sicari dei Guerreros Unidos per membri di una gang rivale, sono stati da questi uccisi e cremati in una discarica nei pressi della città di Cocula nella stessa notte del loro rapimento; i resti sono stati poi chiusi in dei sacchi e gettati in un fiume nelle vicinanze. A sostegno della sua versione, la PGR comunica di aver identificato, tra quei resti, uno dei giovani scomparsi, Alexander Mora. Ma i resti di Mora (un dito e un molare) non provano in realtà né la sua morte né quella dei suoi compagni; per di più, non c’è certezza che siano stati davvero rinvenuti a Cocula.

Tra omissioni e bugie, la «verità» della PGR viene ufficialmente smontata il 6 settembre dal GIEI, un gruppo di esperti che indaga sul caso in maniera indipendente. Come informa il GIEI, è scientificamente impossibile che nella discarica siano state raggiunte tutte le condizioni necessarie a cremare un numero così ingente di corpi (il processo di cremazione avrebbe richiesto almeno sessanta ore e decine di tonnellate di legname). Ciononostante, il 16 settembre la PGR comunica di aver identificato, sempre a Cocula, un altro studente (ma non sono pochi i dubbi sollevati in merito alla validità di questa affermazione). Il giorno dopo, annuncia di aver arrestato il presunto responsabile della morte dei 43: si tratta di un narco dei Guerreros Unidos.

La relazione presentata dal GIEI ha fatto chiarezza anche sugli attori presenti quella notte nel luogo del massacro: non soltanto la polizia municipale di Iguala, ma anche quella Federale. Anche l’Esercito si trovava nei paraggi: il 27° battaglione di fanteria è poi di stanza proprio a Iguala, eppure non intervenne a fermare la sparatoria. Il governo, comunque, non permette a nessuno di interrogare i militari.

Il GIEI ha anche avanzato una nuova ricostruzione della vicenda sulla base di alcune fondate supposizioni: il 26 settembre scorso i normalisti viaggiavano su cinque autobus, e non – come sempre affermò la PGR – su quattro. A loro insaputa, su quel mezzo (escluso dalle indagini ufficiali) che avevano dirottato, era nascosto un grosso carico di eroina che avrebbe dovuto raggiungere Chicago. Gli studenti vengono così bloccati ad Iguala e – secondo il GIEI – aggrediti dalle polizie e dall’Esercito, interessati a recuperare la partita.

Ma c’è ancora tanto da capire, e neanche la versione del GIEI convince del tutto. Se l’obiettivo era di rientrare in possesso della merce, perché uccidere e rapire gli studenti quando avrebbero semplicemente potuto arrestarli per aver rubato dei pullman? Ieri, il presidente Peña Nieto ha cercato di portare alla calma le associazioni per i diritti umani, i parenti delle vittime e i gruppi della sinistra studentesca affermando che «il caso è tutt’altro che chiuso». Ci sono seri dubbi, però, sulla reale volontà politica di fare chiarezza. Intanto, i genitori, i fratelli e gli amici dei 43 di Ayotzinapa, insistono: «I ragazzi sono vivi».

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