Storia di Ines: eroina del Venezuela autoritario

Una ragazza attraente e cocciuta, un delitto misterioso, qualche parola di troppo detta davanti a 70 mila followers su Twitter e il servizio segreto che bussa alla tua porta, per farti scomparire nelle segrete del socialismo del XX secolo

Ines Gonzalez Arraga prima di essere incarcerata dal governo venezuelano. (foto: la rete)

Ines Gonzalez Arraga prima di essere incarcerata dal governo venezuelano. (foto: la rete)

Fino alla sera del 30 settembre 2014, Robert Serra era ancora e semplicemente il più giovane e promettente parlamentare del partito socialista che governa il Venezuela da 16 anni a questa parte. Nato a Maracaibo, ma eletto in un distretto di Caracas, Serra era stato portato in palmo di mano dalle gerarchie di regime come una figura brillante, dialetticamente svelto, capace di snocciolare in pubblico tutte le stravaganze logiche che permettono a un governo autoritario di giustificare soprusi di ogni genere, con parole tipo «popolo», «giustizia» e «democrazia».

Alla mezzanotte del primo ottobre, però, Serra fu trovato morto nel proprio appartamento. Le sue mani e le sue caviglie erano legate alla sedia su cui poggiava. Decine di pugnalate al petto (che nell’autopsia sarebbero state contate nel sorprendente numero di 50), lo avevano portato a una morte atroce e, accanto a lui, giaceva il corpo esanime di una ragazza. Era Maria Herrera, una donna che per alcuni portava avanti un flirt col deputato, ma che per altri era semplicemente la sua figlioccia.

All’indomani, iniziarono le parole. Sebbene l’accanimento sulle vittime e l’uso di un’arma che implica un contatto ravvicinato come il pugnale, possano far pensare a un delitto passionale, il governo, nella persona del presidente Nicolas Maduro e di molti altri suoi sottoposti, si preoccupò immediatamente di far sapere che no, non era affatto un omicidio d’amore, né un caso di criminalità comune, bensì un attentato politico, volto a colpire le migliori menti del Partito.

Col tempo, sarebbero comparsi anche alcuni confusi filmati, registrati dalle presunte telecamere di sorveglianza dell’edificio in cui viveva Serra, in cui si vedeva entrare e uscire con la premura di chi sta compiendo una malefatta, quelli che sarebbero stati identificati come un gruppo di colombiani e additati come sicari. Il nome del loro connazionale ed ex presidente Alvaro Uribe, fu inserito alla voce mandante nell’organigramma della teoria cospirativa e, nel frattempo, Robert Serra era diventato un martire.

Nella versione ufficiale, a ucciderlo era stato un complotto ordito dalle destre internazionali, capitanate dagli Stati Uniti d’America, con la complicità della Colombia. Alcuni giornali, soprattutto esterni al Venezuela (dove i direttori dei principali quotidiani sono stati messi sotto scacco giudiziario, per aver riferito che il presidente del Senato è indagato per nacotraffico in Usa), iniziarono a mettere in dubbio la piega che stava prendendo il caso, sostenendo, a volte con una malizia sgradevole, che Serra se la intendesse con una delle sue guardie del corpo e che questi, pazzo di gelosia per le attenzioni che riceveva la Herrera, avesse finito per ammazzare entrambi.

Lontana dal poter conoscere la verità, ma al tempo stesso diffidente del ritratto eroico che diffondeva il regime, la nutrita comunità anti-chavista su Twitter iniziò a sparare a zero su Maduro, i vari ministri e lo stesso Serra. A questo punto, entra in scena Ines Gonzalez Arraga, nota sui social network come «Inesita la Terribile». Ines è una donna di 41 anni, nata a Maracaibo in una famiglia del ceto medio. Ha studiato all’estero ed è tornata in patria per lavorare come ricercatore chimico.

Fin qui tutto bene, poi però gli aspetti più cocciuti e contestatari del carattere di Ines entrano in collissione con la visione totalitaria e saccente della società che professano i suoi governanti. Il suo era un impiego pubblico e lo perse a causa delle proprie idee. Invece che imparare la lezione, però, Inesita decide di rincarare la dose e decuplica le critiche ai chavisti su Twitter, dove viene quotidianamente bersagliata dai troll irregimentati, ma anche spalleggiata da quelli dell’opposizione. In breve, arriva a conquistare 68 mila follower, più o meno come la città di Trapani.

Appena sente al telegiornale della morte di Serra, Ines, che è sua concittadina, lo attacca senza pietà. Lo accusa, per esempio, di essere il responsabile di dare le armi ai giovani di un quartiere povero di Caracas, arruolandoli in quei «colectivos» che il governo usa per fare i lavori sporchi di intimidazione e repressione, senza usare le uniformi della polizia. Poi, si rallegra anche della sua morte. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

In poche ore, il servizio segreto Sebin, un corpo di polizia politica straordinariamente attivo nella repressione del dissenso, bussa alla sua porta. Hanno in mano un mandato con la data sbagliata e certi altri errori formali. Insistono perché Ines li segua nei loro uffici, per una semplice conversazione. In un primo momento lei si rifiuta, poi, il giorno dopo, ci viene costretta. Era il sei ottobre, erano passati sei giorni dalla morte di Serra e fu l’ultimo che la Gonzalez passò in libertà.

Da allora, è stata accusata di aver tentato di seminare il panico tra la popolazione con le proprie parole e, con le stesse, di aver anche vilipeso il fu Serra. Una sorte simile, con sviluppi a volte più blandi, a volte più duri, è toccata anche ad altri sei titolari di attrettanti account Twitter, che si sono in qualche modo pronunciati dispregiativamente nei confronti del deputato morto, forse per un complotto internazionale, forse per un menage a trois.

Per quanto riguarda Ines, è stata messa in una cella con altre 11 donne. Per tutti i primi tre mesi, le è stato concesso di vedere la madre solo un paio di volte e poche di più sono state le occasioni in cui ha potuto parlare con il suo legale, Celia Dao, del Foro Penal Venezolano, un gruppo di avvocati che, dal febbraio dell’anno scorso, sta assumendo la difesa degli oppositori incarcerati, umiliati e a volte torturati nelle patrie galere. Attualmente, le persone in arresto sono 29, 274 (di cui 10 minorenni) sono i casi segnalati di arresto politico, non ancora verificati. 2 mila e 55, di cui 208 minorenni, sono stati i fermati e poi rilasciati nel corso delle proteste. I morti, quasi tutti per mano della polizia, sono 43.

Dopo 8 mesi di carcere duro, Inesita la Terribile versa in una difficile situazione psicologica e una condizione giudiziaria ancor peggiore. Ha firmato un documento in cui riconosce che i suoi messaggi su Twitter erano volti a scatenare il panico e vilipendevano il povero Serra, che certamente se ne sarà offeso moltissimo dall’aldilà. Questo implica per lei una condanna automatica a 3 anni di carcere, che il giudice potrebbe trasformare in una pena da scontare attraverso i servizi sociali. Mentre il magistrato decide il da farsi, Ines resta in carcere.

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