Parla Mauricio Macri: «La mia Argentina torna ad essere protagonista»

Il nuovo presidente argentino sbarca al forum economico di Davos con «l’ossessione di attirare investimenti e creare posti di lavoro». Promette di risolvere i negoziati sul debito coi fondi d’investimento americani, di aprire una nuova era nella questione delle Falklands, dice di ispirarsi a Mandela e di voler incontrare presto Papa Francesco. «Ma il compleanno – giura – lo festeggio a Buenos Aires col mio amico Matteo Renzi»

Mauricio Macri parla al mondo: l'Argentina vuole tornare sui mercati internazionali. (foto: Pangea News)

Mauricio Macri parla al mondo: l’Argentina vuole tornare sui mercati internazionali. (foto: Pangea News)

Buenos Aires – L’ufficio del presidente argentino sta al primo piano del palazzo di governo, oltre la Scalinata d’Onore e dopo due piantoni dei Granaderos, i loro impassibili Corazzieri. Le finestre del lato lungo si affacciano su parco Cristoforo Colombo, dove nell’Ottocento c’era il molo di legno in cui sbarcavano i migranti in arrivo dall’Europa. La statua del navigante genovese donata dalla comunità italiana nel 1921, però, è stata tolta, perché Cristina Kirchner la considerava un simbolo del colonialismo.

Dall’altra parte della Casa Rosada, sulla Plaza de Mayo, i peronisti che per dodici anni hanno sostenuto lei e il marito Nestor si sono dati il quarto appuntamento di protesta da quando il cosiddetto «kirchnerismo» è finito, lo scorso 10 dicembre. Denunciano i licenziamenti nella pubblica amministrazione, l’aumento dei prezzi e l’arresto di una leader popolare nel nord del Paese. Seduto sullo scranno presidenziale, Mauricio Macri è troppo lontano per sentire il suono dei tamburi, ma ha una risposta per ognuno dei reclami che cantilenano i manifestanti. Scrive alla luce del pomeriggio e sembra caricare sulle spalle tutto il peso della nazione.

Presidente, è la prima volta nell’arco di tre mandati che la stampa europea viene ammessa in questo ufficio. Siamo di fronte a un cambiamento storico?

No, credo che questa dovrebbe essere la normalità. Concedere un’intervista non ha niente di speciale, si tratta di semplici relazioni tra persone. I cambiamenti più grandi voglio che avvengano nel modello educativo, nel settore energetico, e nella sicurezza.

L’idea di riportare il Paese al vertice di Davos dopo dieci anni è uno di questi cambiamenti?

Si, l’Argentina torna ad assumere un ruolo da protagonista nel mondo. Vogliamo avere buone relazioni con tutti. Come presidente, sono ossessionato dal compito di creare lavoro e attirare investimenti.

Che cosa c’è di diverso rispetto all’Argentina dei presidenti Kirchner?

Non mi piace parlare del passato, preferisco guardare al futuro. Vogliamo essere una nazione prevedibile, che rispetti le regole del gioco e che chiede vengano rispettate le proprie leggi.

Migliorerà anche l’offerta per risolvere il contenzioso coi creditori americani?

Abbiamo le migliori intenzioni e speriamo di trovare lo stesso atteggiamento anche nell’altra parte. Vogliamo risolvere tutte le situazioni sgradevoli in cui siamo coinvolti.

A causa di questa diatriba molti risparmiatori italiani non riescono più a incassare gli interessi sui bond argentini. Ha in mente qualcosa per sbloccare la loro situazione?

No, non abbiamo previsto nulla prima della fine delle trattativa.

Davanti a chi ancora non la conosce, come si presenta ideologicamente?

Sono un uomo che cerca le migliori soluzioni per le persone per cui lavora. Credo nel gioco di squadra, nel rispetto delle libertà e nella buona volontà. Nel XXI secolo continuare ad etichettare le cose in termini di ideologia è un anacronismo, comunque, il politico che più mi ha ispirato in questi ultimi anni è stato Nelson Mandela.

Le dà fastidio quando dicono che è di centrodestra?

No, assolutamente. Ognuno può dire ciò che vuole, però queste sono persone che ragionano con una mentalità del secolo scorso.

Si sente parte della famiglia politica di Angela Merkel e del centrodestra europeo?

Ho un profondo rispetto per Angela Merkel e le sono grato per l’appoggio che mi ha dato il suo partito.

E con Matteo Renzi, com’è il rapporto?

Siamo amici dai tempi in cui lui era sindaco a Firenze e io a Buenos Aires. Mi ha chiamato qualche giorno fa per chiedermi se poteva venire a trovarmi e così sarà il primo presidente europeo a porgermi visita. Arriva l’8 febbraio, passeremo insieme il giorno del mio compleanno.

Con Papa Francesco invece i rapporti sono più freddi?

Assolutamente no. Ho lavorato molto con lui quando era arcivescovo qui in Argentina. Non riuscirò a visitarlo in Vaticano durante questo viaggio a Davos, ma tornerò presto per incontrarlo nelle prossime settimane.

A Davos incontrerà anche il primo ministro inglese David Cameron, qual è la sua posizione sulla questione delle Falklands?

Il reclamo per cui le isole sono argentine resta vigente. Voglio però aprire una nuova era in termini di relazioni bilaterali e inizierò a farlo sedendomi a un tavolo con Londra per parlare del problema.

Facciamo un bilancio del suo primo mese di governo.

Ne sono molto soddisfatto. Abbiamo fatto grandi progressi in poco tempo, considerando che la transizione dall’amministrazione precedente è stata corta e non ho nemmeno finito di nominare tutte le cariche di governo.

I prezzi però sono aumentati molto nelle ultime settimane.

Si diceva che l’unificazione cambiaria avrebbe avuto conseguenze immediate sull’inflazione, ma questo non è successo. Abbiamo un’inflazione alta, è vero, ma è quella che ci aspettavamo di trovare. In un paio d’anni arriveremo ad avere l’inflazione ad una cifra come nei paesi del resto del mondo.

La lotta al narcotraffico le sta dando diversi grattacapi.

È una battaglia che abbiamo appena iniziato e i primi risultati si vedranno tra qualche anno. Purtroppo l’incapacità del governo precedente ha permesso alla criminalità organizzata di proliferare. In tal senso, sarà importante integrarci in politiche internazionali per frenare il traffico.

E il licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici, a cosa è dovuto?

Io credo nella meritocrazia, mentre il governo precedente aveva trasformato lo Stato in un bastione di militanti. Non riusciremo mai a raggiungere obiettivi come quello di cancellare la povertà, senza uno Stato che funziona.

Gran parte delle sue decisioni politiche sono state prese per decreto. Non è un metodo un po’ troppo autoritario?

I decreti sono strumenti istituzionali. Ciò che è costituzionale non può essere autoritario, poi comunque vengono rimessi al giudizio del parlamento.

Dieci anni fa la tendenza in America Latina puntava a sinistra, con la cosiddetta «Marea Rosa». Ora ci sono segnali di un’inversione di rotta in Venezuela, Argentina e forse anche Perù. Si sente parte di tutto questo?

In America Latina i governi che non hanno dato risposta alle domande della cittadinanza, sono diventati deboli. Non voglio intromettermi nella politica interna, anche se devo denunciare le violazioni dei diritti umani che avvengono in Venezuela. A parte questo caso, in nessun altro Paese ci si è allontanati dalla normalità tanto come in Argentina.

Si dice che in Argentina i governi non peronisti non riescano mai a concludere i loro mandati. Le piacerebbe essere ricordato come il primo ad avercela fatta?

No, non sarebbe abbastanza. Voglio fare molto di più.

Tipo, far vincere i Mondiali all’Argentina, come faceva vincere il Boca?

Con l’Uruguay abbiamo deciso di candidarci per ospitare la Coppa del Mondo del 2030. Nel frattempo, il calcio argentino ha bisogno di essere riformato. Voglio seguire l’esempio dell’Italia e della Spagna.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa il 20/01/2016 e realizzato in collaborazione con i quotidiani El Pais, Le Monde e The Guardian.

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