Paraguay: Caccia alla guerriglia comunista

Torna il terrorismo in Paraguay. Dichiarata la legge marziale in due province. Sospetti sul presidente Lugo.

   «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Chi l’avrebbe mai detto che questa frase, pronunciata cinquant’anni fa da un prete colombiano che scelse di predicare la lotta armata, avrebbe finito per essere uno dei cento fili della treccia che oggi attraversa il Sudamerica, unendo un vescovo svestito che fa il presidente in Paraguay ed una banda di rivoluzionari banditi che si prende gioco di lui e dei soldati che gli ha messo alle calcagna? Dopo un anno alla macchia, i guerriglieri comunisti dell’Ejercito del Pueblo Paraguayo (EPP) sono tornati a sparare contro la polizia e, mentre il presidente Lugo dice di volerla fare finita, dichiarando la legge marziale, l’opposizione sostiene che sia tutta una farsa, perchè il capo dello Stato conoscerebbe personalmente i terroristi da almeno dieci anni ed in realtà li starebbe proteggendo.

   Alcuni giorni fa, mentre la nazione tentava un sonno malfermo sulle fosse comuni piene di vacche giustiziate per debellare l’epidemia di afta, una bomba d’alto potenziale sbriciolava l’ingresso della procura di La Horqueta, località della provincia agricola di Concepcion, e con esso anche l’oblio che annebbia il disperso nord paraguaiano. 48 ore dopo, un gruppo di fuoco attaccava il commissariato di polizia della stessa cittadina, uccidendo i due agenti di guardia. Poi, svaligiava l’armeria, piazzava una bomba che di li a poco avrebbe distrutto l’edificio ed inscenava un’altra sparatoria con le guardie accorse in aiuto dei colleghi ormai morti.

   Ad un anno dalle ultime battaglie, quelle due notti segnavano il ritorno al fuoco dell’Ejercito del Pueblo Paraguayo, seconda cucciolata di una milizia nazional-marxista nata nel ’97, con l’esplicito proposito di difendere i contadini dimenticati di un paese perduto.

   Due notti intollerabili per il Governo, sconvolte da un gruppo armato che secondo il vicepresidente, Federico Franco, non è neanche degno di essere definito guerrigliero, visto che è solo una banda di «delinquenti comuni», ma che comunque merita la mobilitazione di un’importante contingente militare per dargli la caccia.

   Ai suoi inizi, quando l’EPP sbocciò come frangia armata del partito di estrema sinistra Patria Libre, la specialità erano le rapine ed i rapimenti per la raccolta fondi. In questo meccanismo finì per prima Maria de Bernardi, la nuora di un ex ministro dell’Economia del dittatore Alfredo Stroessner, la quale fu liberata dopo 64 giorni di prigionia ed il pagamento di 1 milione di dollari. Poco tempo dopo il suo rilascio, furono arrestati i presunti capi della banda. Con grande sorpresa, si scoprì che tre di loro, Alcides Oviedo, Gilberto Setrini e Pedro Maciel, erano ex seminaristi della provincia di San Pedro, innamoratisi della Teologia della Liberazione, ossia di quella corrente del cattolicesimo latinoamericano che mischia la parola di Cristo con quella di Marx e che in alcuni casi ci aggiunge anche un pizzico di polvere da sparo.

   Con loro, c’era anche Carmen Villalba, moglie di Oviedo, nonché capo carismatico del gruppo. Dopo essere finita in cella con la prima dirigenza dell’EPP, la donna passò il testimone al fratello minore Osvaldo, che secondo le autorità locali è oggi a capo delle operazioni. Sotto il comando di questo ventottenne dallo sguardo irascibile, sarebbero state realizzate tutte le azioni più recenti. La più eclatante, fu certamente la prima, quando con inesperienza ed ambizione l’EPP marcò i fatti di cronaca del 2004 inscenando una sparatoria in un quartiere ricco di Asuncion, il cui scopo era il rapimento della giovane Cecilia Cubas. La ragazza era la figlia maggiore dell’ex presidente Raul Cubas, che tra il 1998 ed il ’99 tentò inutilmente di governare il paese, dimettendosi poi dopo averlo portato sull’orlo della guerra civile ed essersi immischiato in alcuni delitti politici molto gravi. Il sequestro fruttò al gruppo 800 mila dollari, ma dopo 148 giorni di prigionia, la trentunenne fu trovata morta in una piccola cella scavata nel sotterraneo di una villetta. L’autopsia stabilì che il bavaglio l’aveva portata all’asfissia circa due mesi prima, forse per un errore dei rapitori.

   A questo fatto ne seguirono molti altri, segnati tutti dallo stesso stile e per la maggior parte rivendicati dal carcere da Carmen Villalba. Ci furono omicidi per un totale di 13 vittime (quasi tutti poliziotti o milizie private messe a guardia degli stabilimenti agricoli); rapimenti di latifondisti, da cui l’EPP avrebbe ricavato un altro milione e mezzo di dollari circa, ed anche le bombe contro le istituzioni: il palazzo di giustizia della capitale, qualche procura e diversi commissariati.

   Dietro a questi delitti, c’è la voglia di riscattare un immenso ceto rurale ignorante e sfruttato. Una classe disperata, di cui uno de principali paladini fu colui che ora è anche probabilmente uno dei più grandi esponenti della Teologia della Liberazione in America: il presidente della Repubblica, Fernando Lugo.

   Prima di sedere al Palacio de los Lopez di Asuncion, Lugo era il vescovo di San Pedro, la provincia che ha dato i natali all’EPP e che è stata teatro di 15 dei suoi 19 attentati. Inoltre, San Pedro è anche tra i distretti più poveri di un paese povero, una diocesi in cui l’attuale presidente si distinse come il protettore dei movimenti contadini, appoggiandone la causa ad ogni livello e confermando quella fama di predicatore di campi miseri che si era guadagnato in gioventù. Ancor prima, dall’87, Lugo era stato professore presso l’Istituto Superiore di Teologia di Asuncion, la stessa in cui 3 anni dopo arrivarono come seminaristi i primi capi dell’EPP, tra cui il marito di Carmen Villalba, sorella del attuale comandante Osvaldo.

   I primi sospetti in merito alla possibilità di un legame di qualche natura tra i guerriglieri ed il vescovo sorsero nel 2001, quando fu rapita la figlia del presidente Cubas. La stampa gliene chiese subito conto, ma Lugo mantenne sempre un atteggiamento evasivo. In un’intervista rilasciata mentre la ragazza era sotto sequestro, disse di “avere cose più importanti a cui pensare” e, in un successivo colloquio sull’argomento, ribadì di non aver mai prestato troppa attenzione alla vicenda, che pure sconvolse il paese. Davanti alla domanda diretta del cronista, negò di conoscere uno per uno i membri dell’EPP che gli venivano citati, fatta eccezione per Manuel Mieres, che disse di conoscere perchè due dei suoi fratelli erano seminaristi a San Pedro. Mieres era l’intestatario dell’affitto della casa in cui fu trovata morta Cecilia Cubas e che oggi, a 27 anni, viene cercato con lo pseudonimo di subcomandante e considerato il braccio destro di Villalba.

Il presidente paraguayano, Fernando Lugo (fonte: la rete)

Il presidente paraguayano, Fernando Lugo (fonte: la rete)

  Se ancora sembra difficile dimostrare un legame diretto tra Lugo ed i guerriglieri, gli avversari politici non esitano a rinfacciarglielo, sostenendo che proprio per questo i ricercati non siano ancora stati trovati, quando sarebbe facilissimo farlo.

   A riprova di questa tesi, c’è poi un altro fatto: tra le migliaia di dispacci diplomatici recentemente gettati al mondo da WikiLeaks, ce n’è uno che riguarda il Paraguay. Nel cablogramma, l’ambasciatore americano ad Asuncion riferisce a Washington che durante il rapimento Cubas, quando ancora la ragazza era viva, Lugo disse di essere venuto a sapere dove la tenevano sequestrata e di averlo segretamente segnalato alle autorità competenti. Queste però non gli avrebbero dato ascolto, nonostante il luogo da lui indicato si fosse poi rivelato essere lo stesso in cui fu ritrovato il cadavere di Cecilia.

  Ora, mentre l’esercito rastrella le province di San Pedro e Concepcion, c’è chi dice che questo sia il segnale di capolinea e che Lugo avrebbe deciso di tagliare una volta per tutte quel vecchio legame diventato troppo scomodo. Altri invece, dicono che egli sia ancora in contatto con i guerriglieri e che voglia solo sfruttarli per distogliere l’attenzione da altri problemi. Mentre diversi poliziotti della zona hanno già disertato spaventati e la cittadinanza scende in piazza chiedendo pace, toccherà al tempo dimostrare se quella lunga treccia della Teologia della Liberazione sarà per il Paraguay un appiglio, un cappio o una nuova miccia.

1 commento

  1. michele scrive:

    Ed infine anche il sonnolento Paraguay si agitò.
    Articolo bellissimo!
    suerte hermanos

    Rispondi

Lascia un tuo commento