Paraguay, a volte ritornano: tutti i sospetti sul presidente

Il popolo ha scelto Cartes e il mondo ha storto il naso: considerato un contrabbandiere di sigarette dal Brasile, gli Stati Uniti preferiscono etichettarlo come legato al narcotraffico ed al riciclaggio di denaro. L’uomo che deve riportare il Paraguay al difuori dei suoi confini, ha invece i numeri giusti per finire in carcere appena li varcherà

Discusso: il nuovo presidente Horacio Cartes (foto: la rete)

Discusso: il nuovo presidente Horacio Cartes (foto: la rete)

Superare il 45% delle preferenze a soli quattro anni dal primo passo compiuto in politica non sembra essere un gioco da ragazzi. Soprattutto se si tiene conto che la seconda forza del paese è ferma al 37%, sancendo un bipolarismo sbilanciatissimo dalla propria parte e categorico con gli eredi della coalizione che aveva vinto le ultime elezioni, fermatasi ora ad un’inesistente 3,3%. Eppure, se il paese di cui parliamo e il vecchio e arcaico Paraguay, se l’homo novus dalle uova d’oro è un imprenditore multimiliardario e se il suo partito è quello che ha condotto la nazione nel bene e nel male, ma soprattutto nel male, per circa 61 anni, allora, la vittoria appena incassata da Horacio Cartes diventa meno sorprendente.

Anzi, è appare così scontata che i suoi sostenitori festeggiavano già domenica, in piena giornata elettorale, sicuri che avrebbero vinto. Con le bandiere rosse, perchè qui il Partido Colorado (Partito Rosso) è una forza della destra. Addirittura, uno dei funzionari che doveva tenere sotto controllo lo svolgimento del voto ha rotto l’imperativo del silenzio, per lasciare intendere che Cartes era in vantaggio. E così, quel paese così enormemente contadino, isolato e ancorato a dinamiche di due secoli fa che ha per capitale Asuncion sceglie, o forse solo crede di aver scelto, un’altra volta i conservatori. La coalizione del vecchio presidente Lugo, il Frente Guasu, che univa esponenti liberali, di sinistra e cattolici, è stata spazzata via circa un anno fa da quello che il Mercosur ha considerato un colpo di Stato e che Pangea chiamò un ribaltone.

Ora, che di quel “fronte ampio” moderato non resta più nulla, ci sono solo due partiti a primeggiare. Entrambi alleati nello spodestare il precedente presidente eletto, ed ora membri quasi unici di un congresso che in grande maggioranza sosterrà un presidente di cui insospettabili fonti internazionali mettono in dubbio le qualità. Secondo il Brasile, infatti, Horacio Cartes è un contrabbandiere di tabacco e un malavitoso in genere. L’imprenditore multimilionario, proprietario della società di sigarette Tabesa, delle bibite Pulp, della banca Amambay e del club di calcio Libertad si è scontrato in passato con una brasiliana del settore del fumo, che finì per accusarlo di contrabbando e concorrenza sleale.

Ma già negli anni ’80 Cartes era stato messo in carcere nel suo paese con quelle stesse accuse che ora gli rivolgono oltre confine. «Non sono mai stato condannato», si schermisce lui adesso, a chi gli fa presente le prove raccolte sul suo conto dal giornalista Cesar Avalos ne La otra cara de HC (L’altra faccia di HC). Solidali con questa visione delle cose, ci sono nientemeno che gli Stati Uniti d’America. Stando a due dispacci diplomatici segreti, divulgati l’anno scorso da WikiLeaks e scritti nel 2010 dall’ambasciata d’Asuncion, HC è una specie di signore di Ciudad del Este, la controversa città paraguayana che sorge all’ingrocio tra le frontiere di questo paese, del Brasile e dell’Argentina e per cui passa il grosso dei traffici illeciti del continente.

Secondo l’ambasciatore Usa, la gran parte dei suoi soldi, Cartes, li ha fatti col contrabbando di sigarette verso gli Stati Uniti, con il narcotraffico e con il riciclaggio. Più precisamente, Washington è convinta che l’80% del riciclaggio paraguaiano passi per le sue banche. Questi elementi, che di per sè non sarebbero sufficienti a rovinare l’immagine di un leader straniero agli occhi di un governo, diventano pesantissimi se questo leader pretende con le sue imprese ed ora con tutto uno Stato, di fare concorrenza alle proprie firme. Il Brasile in questo è in prima linea, uno su tutti il caso della diga di Yaciretà, che Brasilia possiede a metà con il Paraguay e che rifornisce una metropoli come San Paolo di tutto il suo fabbisogno elettrico. Ma poi c’è il marcato del tabacco, la soia ed altre materie prime. Le uniche che un paese senza industria e senza mare come il Paraguay possa vantare.

Con il golpe bianco o ribaltone dell’anno scorso, il Paraguay è stato espulso dal Mercosur. Nella telefonata di rito al nuovo presidente, Cristina Kirchner, uno degli artefici della sospensione, gli ha detto ieri di aspettarlo ansiosamente al prossimo vertice, come chiarendo che, se tiene la testa bassa, i tempi sono maturi per rientrare. Cristina non è un capo di Stato che fa molti prigionieri. Un fresco come Cartes farebbe bene a temerla e probabilmente la teme tremendamente. Tanto per cominciare, il Paraguay deve prima di tutto riconoscere attraverso il proprio parlamento l’ingresso nel Mercosur del Venezuela, avvenuto in concomitanza con la sua espulsione e un fatto che, prima della sua messa in opera, aveva sempre ostacolato. Ma questa è un’opera dell’Argentina kirchnerista, che grazie agli stretti rapporti con Caracas ha il petrolio a un prezzo di favore.

La situazione certo non conviene ad Asuncion, che preferisce vendere l’idro-elettricità che produce, invece che vedere Buenos Aires bruciare gasolio per farla. Ma a chi può chiedere aiuto? Al Brasile che vorrebbe invaderlo e farne una propria provincia? O all’Uruguay, così piccolo e debole che i suoi milioni di abitanti si contano sulle dita di una mano?

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