mercoledì 23 ago 2017

Omicidio del fotoreporter in Messico: le indagini escludono il movente politico. C’è da crederci?

Il fotografo Ruben Espinosa e l’attivista Nadia Vera sono stati uccisi con particolare efferatezza insieme ad altre tre conoscenti. La polizia messicana ha fatto due arresti e batte la pista della rapina degenerata in violenza. Strano, perché le vittime avevano denunciato diverse minacce da parte del governatore di Veracruz e, nel giorno della loro morte, alle torture e gli stupri non è seguito alcun furto

Stampa: non sparate. Una delle ultime foto di Rube Espinosa (foto: Ruben Espinosa / Cuartoscuro.com)

Stampa: non sparate. Una delle ultime foto di Rube Espinosa (foto: Ruben Espinosa / Cuartoscuro.com)

Venerdì 11 settembre è stato arrestato un terzo presunto colpevole dell’omicidio avvenuto il 31 luglio scorso nella colonia Narvarte di Città del Messico. Quella notte persero la vita il fotoreporter Rubén Espinosa, l’attivista Nadia Vera, la studentessa Yesenia Quiroz, l’aspirante modella Mile Virginia Martín e la domestica Olivia Alejandra Negrete.

Con l’arresto del terzo sospetto, un uomo di trentadue anni, la Procura generale del Distretto federale (PGJDF) ha assicurato alla giustizia tutti i probabili responsabili del massacro. Stando alla confessione di Daniel Pacheco, un quarantenne arrestato il 6 agosto e identificato grazie alle telecamere di sorveglianza che lo avrebbero ripreso mentre fuggiva dalla scena del crimine, questi si sarebbe infatti introdotto nell’appartamento per svaligiarlo in compagnia di due complici; il tentativo di furto sarebbe poi degenerato – non è ancora chiaro perché – in un quintuplice omicidio.

In realtà, Pacheco non fa parola, nella sua dichiarazione, di furto o di uccisioni: ammette sì di essere stato presente in quella casa assieme ai due “complici”, ma come ospite delle vittime, in un clima amichevole. L’uomo inoltre ha affermato di essere stato picchiato e torturato dagli agenti di polizia, così da estorcergli una confessione e fabbricare una prova. I lividi sul suo corpo sono stati attribuiti ad una caduta.

Nonostante non spieghi la violenza riservata alle cinque vittime (torturate, alcune donne anche violentate, prima di essere uccise) e non spieghi come mai dall’appartamento non sia stato sottratto nessun oggetto di valore, l’effrazione resta l’unico movente che orienta le investigazioni della PGJDF. Il secondo presunto coinvolto è stato catturato il 31 agosto: si tratta di un ex-poliziotto di ventiquattro anni.

La linea investigativa battuta dalla PGJDF non tiene inoltre conto dell’identità di almeno due delle vittime: Rubén Espinosa era un giornalista; Nadia Vera un’attivista politica; entrambi ostinati critici di Javier Duarte, dal 2010 governatore del Veracruz; entrambi preoccupati per la loro incolumità. Espinosa aveva lasciato il Veracruz, dove lavorava, e cercato rifugio nel Distretto federale dopo essersi scontrato personalmente con Duarte e dopo aver subito aggressioni e minacce di morte. Anche Vera riceveva spesso delle intimidazioni: in un’intervista rilasciata otto mesi prima della morte aveva accusato Duarte di essere il mandante di quegli avvisi minatori.

In cinque anni di amministrazione Duarte, in Veracruz sono stati assassinati quindici giornalisti. Più in generale, i dissidenti sono frequentemente vittime di aggressioni, rapimenti e altre forme di violenza nella pressoché totale impunità dei responsabili. Il governo del Veracruz è da tempo colluso con le organizzazioni criminali, in particolare con i Los Zetas: durante la campagna elettorale del 2010, lo stesso Duarte venne accusato di essere in stretti rapporti con il cartello.

L’opinione pubblica messicana ha da sempre chiesto alla PGJDF di includere Javier Duarte nelle inchieste sul “caso Narvarte”. Dopo un primo momento, in cui sembrava che le richieste fossero state accolte, le autorità hanno esonerato Duarte e i suoi collaboratori dalle indagini, senza investigare. Il governatore del Veracruz si è lamentato del «linciaggio mediatico» contro la sua persona.

Il 31 agosto Artículo 19, organizzazione che si occupa di promuovere e difendere il rispetto dei diritti umani in Messico, ha accusato la PGJDF di aver alterato la scena del crimine.

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