Mujica: l’Uruguay saluta il suo «presidente povero»

il passato nella lotta armata, il carcere, la presidenza in campagna, la moglie che lo chiama «vecchio», il cane a tre zampe, i successi e i fallimenti di un personaggio mondiale: ieri è finita la presidenza di José Mujica in Uruguay e con lui, se ne va uno stile inimitabile per fare politica

L'uomo dalle poche vanità: Pepe Mujica lascia la presidenza dell'Uruguay (foto: la rete)

L’uomo dalle poche vanità: Pepe Mujica lascia la presidenza dell’Uruguay (foto: la rete)

Buenos Aires – Il portavoce della casa di governo dell’Uruguay lo ha chiamato col suo nome completo: José Alberto Mujica Cordano, ma le persone in piazza Artigas a Montevideo gridavano il suo soprannome «Pepe, Pepe!», salutando in coro gli ultimi minuti da capo dello Stato di un politico che ha riscosso simpatia nel mondo e nel suo Paese, per la schiettezza contadina con cui ha sempre vissuto e con cui anche ha governato. Alle 11:45 uruguayane di oggi, Pepe si è trovato faccia a faccia con il suo successore Tabaré Vazquez, che da decenni appartiene alla sua stessa coalizione, il Frente Amplio, ma ha un profilo più moderato. Lo ha guardato attraverso gli occhiali da sole, l’ha abbracciato in modo fraterno e gli ha passato la fascia presidenziale con le strisce bianco-celesti e il sole che compongono la bandiera nazionale.

Così finiscono i suoi 5 anni di presidenza: serenamente. Con la stessa serenità che Mujica ha mostrato anche nelle situazioni critiche e nei fallimenti politici di un mandato in cui ha voluto mettere i ceti più bisognosi in cima alla lista delle priorità, ma dove non sempre è arrivato all’obiettivo, sebbene possa tuttora vantare un altissimo indice di gradimento tra la cittadinanza (70%). Molti aspetti del suo carattere e della sua visione politica trovano spiegazione nel suo passato. Giovane militante armato del gruppo rivoluzionario marxista dei Tupamaros, Mujica si oppose alla dittatura militare che governò l’Uruguay dal 1973 al 1985. Da questa fu ferito con sei colpi di pistola, fu incarcerato per 15 anni, undici dei quali passati sotto la spada di Damocle dell’iscrizione alla lista degli «ostaggi», ovvero quei capi ribelli prigionieri che il regime si riprometteva di giustiziare, se i loro compagni in libertà avessero realizzato altri attentati.

Sposato con la senatrice di sinistra Lucia Topolansky, ha sempre abitato in una delle modeste case basse che caratterizzano le campagne uruguaiane. Qui è rimasto per tutto il suo mandato, aprendo le porte del palazzo presidenziale ai senza tetto. Qui ha stabilito il record del capo di Stato che ha concesso più interviste in assoluto, ridacchiando quando la Topolansky lo chiamava «vecchio» davanti alle telecamere e dava i croccantini a Manuela, il cagnetto a tre zampe che portava con sé ai vertici internazionali, rubacchiando gli avanzi dal catering per farle provare le leccornie dell’establishment.

Quando fu eletto nel 2010, uno dei primi provvedimenti riguardò il tentativo di mettere a processo i generali del colpo di Stato. Si scontrò con un potere ancora saldo, gli ufficiali fedeli al corpo esercitarono pressioni. La Corte Suprema stabilì che i crimini dei loro predecessori erano da considerarsi «comuni» e non «delitti di lesa umanità», pertanto cadevano in prescrizione. Mujica iniziò una battaglia parlamentare che può considerarsi ancora aperta, ma che ha perso forza e che non ha potuto vincere.

Un altro problema è stato quello del crimine di strada. In un Paese storicamente pacifico come l’Uruguay, la delinquenza è aumentata negli ultimi anni e i telegiornali che trasmettono le immagini di rapinatori che sparano in pizzeria, hanno scosso la popolazione. La legge per la legalizzazione della cannabis è stato uno dei provvedimenti per rimediare al disagio sociale in cui Mujica crede si generi la delinquenza. Sebbene la norma sia stata varata nel maggio 2014, però, non si sono ancora designate le società che possono coltivare la marijuana. Le farmacie non la vendono e resta da vedere in che tempi il nuovo presidente Tabaré Vazquez, apertamente contrario al provvedimento, porterà a termine il processo.

Quel che è certo, è che Vazquez porrà fine alla politica di accoglienza dei rifugiati siriani, un altra decisione di Mujica che si è scontrata con mille difficoltà e non trova appoggio politico per proseguire. Tra i risultati ottenuti da «Pepe» e che giustificano il consenso di cui tuttora gode tra i connazionali, c’è la crescita economia e la diminuzione della povertà, soprattutto in campagna. Salari e pensioni sono cresciuti attorno al 23% nel corso del suo governo. La disoccupazione, storicamente bassa, è calata ancora, stabilendo nel 2014 il record del 6,8%. A livello geopolitico l’Uruguay ha diversificato le fonti energetiche con cui alimenta le proprie attività, guadagnandoci in indipendenza, ma deve affrontare i primi campanelli di allarme in fatto di deficit e attivare una riforma del sistema educativo.

Questo articolo è stato pubblicato su LaStampa.it

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