Magna charta igienica: storia del boliviano che sbugiardò la dittatura con un rotolo da 80 cm

Circa 40 anni fa, Reynaldo Peters era uno studente di legge che fu incarcerato dalla dittatura militare di Hugo Banzer, al tempo al comando in Bolivia. Dopo pochi giorni, capì che il regime intendeva lasciare lui e i suoi compagni in cella per sempre e decise di scrivere un habeas corpus su un rotolo di carta igienica. Non riuscì a uscire, ma fece conoscere al mondo le atrocità del regime

La porta del carcere: per Reynaldo stava in un rotolo di carta igienica (foto: la rete)

La porta del carcere: per Reynaldo stava in un rotolo di carta igienica (foto: la rete)

Il diritto non bada alle apparenze e quel che è giusto è giusto tanto sia scritto sulla filgrana, che sulla carta igienica: lo sapeva il giovane avvocato boliviano Reynaldo Peters, quando il 18 maggio del 1972 convinse i suoi compagni di cella a tentare la disperata impresa di produrre un habeas corpus con il poco e nulla che avevano a disposizione, trovando un rotolo di carta igienica e costruendo un appiglio di speranza per la loro libertà. Il governo del generale Hugo Banzer era al potere da quasi un anno e quei prigionieri politici si trovavano davanti alla prospettiva di diventare prigionieri dimenticati, altri di quei famigerati desaparecidos che le dittature dell’America Latina hanno prodotto così spesso.

Il Movimiento Nacionalista Revolucionario, ovvero il gruppo studentesco di cui Reynaldo era uno dei dirigenti più in vista aveva inizialmente appoggiato la presa del potere dei generali, ma aveva poi cambiato idea dopo aver visto i soprusi che questi avevano messo in atto durante le prime settimane. «Capimmo di non poter far parte di un regime del terrore», avrebbe poi considerato il legale, che all’epoca aveva 24 anni e controllava un cospicuo numero di studenti. Il passaggio al dissenso, però costò a lui e ai suoi luogotenenti, l’arresto da parte dei colonnelli.

«Mi portarono agli uffici del Dipartimento d’Ordine Politico e, dopo aver registrato il mio ingresso, mi dissero che nel giro di mezz’ora mi avrebbero chiamato a deporre. Una mezz’ora che diventò prima una settimana, poi dieci giorni e poi un mese». La dilazione dell’attesa spegneva l’ottimismo, fino al punto in cui Reynaldo e gli altri capirono che i loro carcerieri non avevano alcuna intenzione di presentare prove nei loro confronti, formulare accuse o mandarli a giudizio: si accontentavano di averli tolti dalla circolazione, sbattendoli in cella e gettando la chiave.

Così tornarono alla mente i principi appresi in facoltà: «Convinsi gli altri che la nostra unica speranza era quella di presentare un habeas corpus davanti alla corte suprema, anche se non avevamo niente per scriverlo». Niente, o quasi, infatti, ogni detenuto aveva diritto a un pezzo di carta igienica lungo 80 cm al giorno e, sebbene la robustezza della risorsa offerta nelle carceri clandestine boliviane non fosse tra le migliori in circolazione, valeva la pena tentare. «Come per miracolo – ricorda ancora Reynaldo – scoprimmo in un cantuccio della cella una vecchia biro abbandonata. Allora la smontammo e riuscimmo a sciogliere l’inchiostro rimasto in una scatoletta di tonno vuota, costruendo un pennino, ma prima di riuscire a scrivere dovemmo lavorare due giorni».

Con un po’ di ostinazione e di pazienza, però, riuscirono a completare il documento, «un tipo di documento che non necessita formalismi, né particolari conoscenze giuridiche o la presenza fisica del firmatario». La soluzione fu più facile del previsto, ma non meno scatologica: la moglie di Reynaldo aveva infatti il permesso di ritare la roba sporca sulla porta del carcere, riportandola lavata qualche giorno dopo. Fu così, che l’avvocato nascose l’habaeas corpus in un calzino usato e diede precise istruzioni alla compagna sul modo in cui comportarsi: Consegnarlo solo ed esclusivamente nelle mani di un giudice della corte suprema e non permettere a nesun altro che gli sottraesse il documento.

«Firmando e accettando il nostro habeas corpus, qui giudici compirono un atto eroico», giura Reynaldo, che rimase in prigione ancora a lungo dopo quel fatto, perché il sistema giudiziario era quasi tutto filo-Banzer e metteva i bastoni tra le ruote all’ordine di scarcerazione dato dal massimo tribunale. Col tempo, però, la notizia di questo habeas corpus lasciato in giacenza in qualche archivio arrivò alla stampa, che lo cercò, lo trovò e rese pubblica la prova del modo in cui si stavano arrestando i dissidenti, allo scopo di metterli in un limbo di carcerazione.

Oggi ormai andato distrutto, quegli ottanta centimetri di carta igienica sono stati riprodotti in un fac-simile, che Reynaldo Peters porta in giro per le facoltà di diritto dell’America Latina. Non ne prova alcuna vergogna, anzi, l’Unesco ha appena riconosciuto a quell’oggetto, il titolo di Monumento del Diritto Universale.

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