L’ombra di Stiuso sulla morte di #Nisman: spiava anche Papa Francesco

L’agente deviato deve deporre, ma nessuno sa dove si trovi. Per anni ha spiato i notabili d’Argentina, raccogliendo informazioni per ricattarli nel caso in cui se li fosse trovati contro. Secondo il consigliere comunale Gustavo Vera, ci ha provato anche con Bergoglio

Guardia alla morgue: Nisman, il Papa e il superagente Stiuso (foto: Pangea News)

Guardia alla morgue: Nisman, il Papa e il superagente Stiuso (foto: Pangea News)

Buenos Aires – C’è un filo rosso che collega l’episodio di cronaca nera più torbido della storia argentina, la morte del procuratore Alberto Nisman, con la notizia più felice che Buenos Aires abbia ricevuto negli ultimi tempi: l’elezione di Papa Francesco. Questo filo si chiama Antonio Stiuso, il vero nome di un ex agente segreto che per anni ha lavorato con Nisman nell’inchiesta sull’attentato al centro ebraico Amia (1994, 85 morti), ma anche il nome dell’uomo che dal’72 avrebbe spiato tutti i notabili della società locale, compreso Bergoglio, per ricattarli se questi avessero minacciato la fortuna dei suoi traffici illeciti.

In Argentina lo chiamano «colpo d’archivio», per dire che provi a stendere i nemici coi loro scheletri nell’armadio. Secondo il consigliere comunale, attivista per diritti civili e storico amico del Papa, Gustavo Vera, l’allora arcivescovo della capitale ci sarebbe finito dentro perché si era messo contro un collega di Stiuso, che era anche suo socio negli affari illegali: Raul Martins. L’ex agente Martins è stato accusato dalla figlia di possedere una rete di bordelli che va dall’Argentina al Messico. Bergoglio ha protetto la donna dal tentato omicidio subìto in seguito alla querela che ha sporto e Stiuso lo ha messo nella lista nera.

«Capitava che andassi a trovare Francesco all’arcidiocesi e accendesse la radio per disturbare le cimici», racconta Vera, a una settimana dall’aver denunciato Stiuso per arricchimento senza causa. «Attento a quel che dici, la linea è intercettata, ci sono microfoni dappertutto», lo avrebbe avvertito Bergoglio in un’altra occasione. L’occupazione ufficiale di quello che l’ex presidente Nestor Kirchner volle a capo del controspionaggio era quella di pedinare gli estremisti islamici. Stiuso aveva fornito a Nisman le prove con cui questi accusava il governo iraniano di aver messo la bomba all’Amia e, secondo alcuni, aveva anche realizzato le intercettazioni telefoniche con cui, quattro giorni prima di morire, il pm ha denunciato Cristina Kirchner per aver coperto le colpe di Teheran nell’attentato, in cambio di un accordo commerciale segreto, la cui esistenza è ancora da dimostrare.

Secondo la presidente, la querela contro di lei (in base alla quale il successore di Nisman, Gerardo Pollicita, sembra intenzionato a iscriverla nel registro degli indagati) è stata una vendetta di Stiuso per il pensionamento anticipato a cui l’ha obbligato il 5 gennaio, perché era fuori controllo. Un’operazione che l’agente «deviato» avrebbe coronato uccidendo o spingendo Nisman al suicidio, e poi gettando il suo cadavere contro l’immagine pubblica di Cristina. L’ipotesi poggia su 12 minuti di telefonata dal procuratore allo «007», la sera precedente al giorno in cui un colpo di pistola ha ucciso il primo nel bagno di una casa chiusa dall’interno. Diego Lagomarsino, l’uomo che ha prestato quella pistola, ha in un primo momento detto che in questa conversazione «Stiuso disse a Nisman di guardarsi le spalle e proteggere le figlie». Era un avvertimento o una minaccia?

«Devo capire qual era il rapporto tra Nisman e Stiuso», ha detto il magistrato che guida l’inchiesta, Viviana Fein, riconoscendo che sebbene l’autopsia parli di suicidio, non possa ancora tirare le somme. Prima vuole interrogare l’agente «Jaime», ammesso che riesca a trovarlo in quelli che Vera chiama i «sotterranei della Repubblica» e in cui si muove attento a non lasciare tracce.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa.

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