mercoledì 24 mag 2017

L’esodo dei Venezuelani: migliaia oltre confine per cibo e saponi

Ore d’attesa per ore di permesso: la frontiera tra Venezuela e Colombia continua ad aprirsi col contagocce. Dal lato di Caracas, la popolazione preme per poter acquistare i beni di consumo diventati sempre più cari, introvabili, ostaggio di un mercato nero anarchico e dei fallimenti di un’economia pianificata male

Linea di confine: un'immagine dalla frontiera Colombo-Venezuelana, chiusa nel agosto 2015. (foto: AFP PHOTO/Schneider Mendoza)

Linea di confine: un’immagine dalla frontiera Colombo-Venezuelana, chiusa nel agosto 2015. (foto: AFP PHOTO/Schneider Mendoza)

L’apertura del passo di frontiera di Cucuta-San Antonio era stata annunciata per domenica 17. Il ministero degli Esteri della Colombia lo aveva scritto sul proprio sito internet, poi, per ragioni poco chiare, si è deciso che fosse sabato. Sabato 16 luglio. Era la seconda volta in 11 mesi che si permetteva ai venezuelani di attraversare il ponte Simon Bolivar. Sono trecento metri sul fiume Tachira, che portano verso supermercati pieni, prezzi accessibili e ampi limiti d’acquisto. In 12 ore, sui registri dei doganieri erano stati segnati 85 mila nomi, che si andavano a sommare agli altri 50 mila identificati sul resto del confine.

La ragione per cui Venezuelani viaggiano per centinaia di chilometri, cercano di entrare a piedi in Brasile e in Colombia e poi tornano a casa carichi di alimenti, sono argomento di dibattito, oggetto d’analisi e motivo di disperazione. In Venezuela il cibo scarseggia, anche se il Paese non è ancora ufficialmente in carestia. Il governo socialista sussidia una serie di prodotti indispensabili, ne controlla il prezzo e ne limita la possibilità d’acquisto, identificando i clienti con l’impronta digitale quando arrivano alla cassa.

Ognuno ha diritto a un giorno libero dal lavoro per fare la spesa, ma non può fare acquisti per più di due giorni alla settimana. Per mettere insieme le provviste, bisogna informarsi tra i conoscenti sul negozio a cui oggi è arrivata la farina, in che posto si venda il caffè. Le lunghe file fuori dai supermercati sono inevitabili, ma più della metà delle persone che aspettano sono speculatori. «Bachaqueros», come li chiamano loro, in riferimento a una razza di formiche capace di caricarsi in groppa 50 volte il suo peso.

I «bachaqueros» corrompono la polizia di guardia sul marciapiede, pagano il commesso per falsificare il registro di magazzino. Hanno tempo per stare in coda o denaro per saltarla. Hanno un posto dove nascondere le confezioni e una rete di acquirenti su whatsapp disposta a pagare fino a 100 volte il costo ufficiale. Però hanno anche i controllori alle calcagna e una «legge organica sui prezzi giusti» che prevede da tre a cinque anni di carcere.

Il presidente Nicolas Maduro dice che dietro a questo fenomeno c’è un complotto del capitalismo internazionale, che si nasconde dietro a finte cooperative alimentari per sabotare il progetto socialista incominciato da Hugo Chavez nel 1999. Dice che la crisi alimentare è colpa dei «bachaqueros». Per questo, gli dà la caccia con l’esercito e la polizia. I suoi critici sostengono invece che le distorsioni di mercato create dal controllo dei prezzi e del cambio sul dollaro abbiano portato a questa anomalia. Di certo, il crollo del petrolio non ha aiutato un’economia che concentra in questo settore il 95% delle sue esportazioni.

Due anni fa, i «bachaqueros» non erano gente comune come adesso. Il nome si usava solo per i contrabbandieri di benzina che fanno avanti e indietro dal Venezuela alla Colombia, approfittando delle differenze di mercato tra i due paesi. il 19 agosto del 2015, tre sottufficiali dell’esercito venezuelano rimasero vittima di un’imboscata di questi pirati della giungla. Maduro ordinò la chiusura della frontiera per 72 ore, in modo da poterli inseguire.

Fu il casus belli che mantiene tuttora sigillato il confine. Si passa col contagocce, in orari prefissati, proprio per aggirare le speculazioni che adesso riguardano tutto il territorio, tutti i prodotti base. Nel giugno del 2010, il segretario delle Nazioni Unite, Alì Treki, visitò il Venezuela e si volle complimentare per i risultati raggiunti nella riduzione della malnutrizione. Treki era libico, un diplomatico di carriera, ma anche uno storico ministro di Gheddafi. Questo fatto lo avvicinava alle posizioni ideologiche del governo bolivariano. Morì qualche mese dopo ma, se tornasse oggi in Venezuela, difficilmente potrebbe ignorare le migliaia di persone in coda alla dogana per fare la spesa.

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