mercoledì 20 set 2017

Il Messico brucia Donald Trump

Sull’odio per il Messico e i messicani Donald J. Trump ci ha costruito una buona parte della sua campagna elettorale. È come se disprezzare questo paese a sud della frontiera statunitense e i suoi abitanti fosse effettivamente una condizione necessaria per «rendere l’America di nuovo grande», come recita il suo slogan.

Trump ha accusato le autorità messicane di mandare deliberatamente negli Stati Uniti «persone con un sacco di problemi». Ha parlato degli immigrati messicani come di narcotrafficanti, criminali e stupratori. Ha detto che l’unico modo per porre fine a questa situazione, che avrebbe trasformato l’America in una «discarica per i problemi di tutti gli altri», era la costruzione di un «grande, grande muro» lungo il confine. Ha annunciato deportazioni di massa di tutti gli immigrati irregolari. Ha dichiarato che il Messico, dato il basso costo della manodopera locale, stava «uccidendo» l’economia statunitense. Intervistato da Bob Woodward, ha velatamente minacciato di muovere guerra al Messico nel caso si rifiutasse di pagare per la costruzione del muro («Fidati di me, Bob: quando rinnoverò i nostri soldati, il Messico non vorrà giocare alla guerra con noi»). E per ultimo, almeno per ora, ha finalmente svelato il suo piano definitivo: una volta presidente, bloccherà le rimesse dei lavoratori immigrati verso i propri paesi d’origine.

È una mossa pensata appositamente per danneggiare l’economia e le fasce più povere della popolazione messicana: con i suoi 24 miliardi circa di dollari all’anno, il Messico è lo stato latinoamericano che più beneficia del fenomeno delle rimesse, più di Guatemala (8 miliardi di dollari annui) e Repubblica Dominicana (più di 4 miliardi e mezzo). Rispetto al totale degli immigrati in territorio americano, quelli di nazionalità messicana (all’incirca 11 milioni) rappresentano l’11,5%, l’86% dei quali sono economicamente attivi e produttori di ricchezza, con un 28% che vive però in condizioni di povertà. Secondo studi recenti che analizzano la situazione del 2013, il paese di provenienza della maggior parte degli immigrati negli USA non è più il Messico ma la Cina, con l’India a seguire.

Questioni di legittimità costituzionale a parte, nelle intenzioni di Trump la proposta di legge verrebbe ritirata qualora il Messico accettasse di pagare per la costruzione del muro, eventualità che il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha categoricamente escluso, così come i suoi predecessori Vicente Fox e Felipe Calderón.

Con i suoi messaggi razzisti e le sue proposte irrealizzabili o quantomeno discutibili, Donald Trump ha accumulato un certo vantaggio sui suoi sfidanti alle primarie, e sembra sempre più vicino – salvo sorprese – ad ottenere la candidatura del Partito Repubblicano per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Il Messico ha iniziato seriamente a considerare, forse con un po’ di ritardo, l’eventualità che questo ricco imprenditore dalla pelle arancione possa succedere a Barack Obama e insediarsi alla Casa Bianca, e, da bersaglio istituzionalmente passivo qual era, ha iniziato a contrattaccare.

Il 7 marzo scorso, innanzitutto, durante un’intervista rilasciata al quotidiano messicano Excélsior, il presidente Peña Nieto si è pronunciato apertamente per la prima volta su Trump, e – sulla scia delle precedenti dichiarazioni di Fox e Calderón – ha accostato la sua ascesa e i suoi discorsi a quelli di Hitler e Mussolini: «È così che Mussolini e Hitler hanno ottenuto il potere. Hanno approfittato di una situazione, forse di un problema, che l’umanità stava vivendo in quel momento, dopo una crisi economica». Poi, una settimana fa, il governo messicano ha nominato – dopo appena sette mesi – un nuovo ambasciatore negli Stati Uniti, lo stimato diplomatico Carlos Manuel Sada Solana, affidandogli il compito di controbattere alla «stridente» retorica trumpiana e difendere la reputazione dei suoi concittadini in terra americana. Oltre a questo, ovviamente, c’è l’interesse messicano a preservare la cooperazione economica con gli USA – il suo principale e più importante partner commerciale –, che rischia di venire danneggiata dai pregiudizi anti-messicani alimentati da “The Donald”.

Per avere un’idea di quanto il frontrunner repubblicano sia apprezzato dai messicani, basti sapere che quest’anno, durante un tradizionale rito pasquale, al posto di quelle di Giuda Iscariota sono state le effigi di Donald Trump a bruciare un po’ per tutto il Messico.

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