Il fratello di Ernesto Che Guevara: A Cuba non serve altra libertà, ma la fine dell’embargo

In pensione dopo una vita spesa tra l’Argentina e Cuba, Juan Martin Guevara è uno dei testimoni privilegiati della storia rivoluzionaria dell’Isola, che ha conosciuto fin dai giorni della presa di L’Avana. Davanti alla svolta storica nelle bilaterali con gli Usa, dice: Sarà una strada lunga, ma è la strada giusta

Tempi gloriosi: la foto più famosa dei fratelli Guevara, nella Cuba rivoluzionaria (foto: La Pastera)

Tempi gloriosi: la foto più famosa dei fratelli Guevara, nella Cuba rivoluzionaria (foto: La Pastera)

Buenos Aires –  Juan Martin Guevara arrivò a Cuba per la prima volta il 6 gennaio del 1959. Aveva 15 anni e suo fratello Ernesto, detto il «Che», lo aveva chiamato dall’Argentina perché potesse partecipare a un evento epocale, che sarebbe poi anche diventato il passo più importante affinché il volto di quel giovane col basco e la stella rossa, si stampasse nei cuori delle sinistre di tutto il mondo, sulla spalla destra di Diego Maradona e nella famosa gigantografia di Piazza della Rivoluzione a L’Avana. il primo dell’anno, il comandante Guevara era entrato in città alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro e, con la caduta del regime di Batista, iniziava il governo comunista che ancora perdura sull’isola.

Quando il mese scorso i presidenti Barack Obama e Raul Castro hanno annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche, dopo cinquant’anni da separati in casa, Juan Martin si trovava a Buenos Aires a vivere un quieto giorno da pensionato. «Mi hanno telefonato e ho acceso la Tv come chiunque altro», dice del momento in cui la storia del luogo in cui vive ancora gran parte della sua famiglia e con cui ha commerciato in libri e sigari per decenni, è cambiata di nuovo.

Martin, crede che questa svolta influirà sulla vita ai cubani, in particolare di quelli che cercano di aprire un’attività?

I cambiamenti sono iniziati da tempo. Qui si tratta più che altro di uscire dall’anacronismo. Gli scambi commerciali coi cubani che stanno in Florida sono moltissimi, direi che è il momento di togliere l’embargo.

Crede che la fine del blocco economico sia imminente?

Finora c’è voluto tempo e ce ne vorrà ancora. In questi giorni cambierà il congresso a Washington e i repubblicani stanno già dicendo che non sono d’accordo con la politica di avvicinamento, quindi non credo che sarà una strada facile, anche se credo che sia la strada giusta.

Lei fu incarcerato della dittatura militare argentina (come militante socialista). A Cuba ci sono ancora molti prigionieri politici. Negli Stati Uniti, invece, esiste il carcere di Guantanamo, dove i detenuti non sono mai stati processati. Crede che il prossimo passo riguarderà i delitti d’opinione?

Questo paragone non sta in piedi. Io sono stato prigioniero di una dittatura sanguinaria, che fece 30 mila desaparecidos, a Cuba non accade nulla di tutto ciò. Gli oppositori non sono oppositori. Alan Gross e gli altri che hanno liberato di recente, non sono oppositori.

Che cosa sono?

Gente pagata dalla Cia. Ma non voglio mettermi negli affari interni di Cuba.

Crede che suo fratello si riconoscerebbe nella Cuba di oggi?

Questa è una metafora. Come si può sapere, dopo tanti anni dalla sua morte, che cosa penserebbe adesso?

È un’ipotesi, lei l’ha conosciuto di persona.

No, non è un’ipotesi. Le ipotesi sono cose che nella realtà possono essere dedotte, ma come si può dedurre qualcosa dal mondo attuale, rispetto al 1965, quando Ernesto si ritirò dal governo cubano. Quello che posso dire, è che lui sarebbe stato contro qualsiasi ingiustizia e al mondo se ne commettono molte, anche se non c’è tanta gente disposta a farsi avanti per impedirle.

Se ci stiamo dirigendo verso la fine dell’isolamento di Cuba, chi ci guadagnerà di più? Gli Stati Uniti o il popolo cubano?

Cuba non è completamente isolata. I due o tre milioni di turisti che arrivano ogni anno, su una popolazione di 12, significa che non sono isolati. Il Canada ha la miniera di nichel più grande al mondo, e non ha mai voluto abbandonarla, nonostante le pressioni del governo americano. la catena spagnola Melià ha 25 alberghi a Cuba, gli americani gli hanno ordinato di ritirarsi ma non c’è stato verso.

Ci sono però anche delle restrizioni che frenano le possibilità di sviluppo economico per i cubani. Lei cita le compagnie che fanno buoni affari, ma sono molte di più quelle che non possono farne per decisione del governo, per esempio le imprese telefoniche, a causa dei filtri alle telecomunicazioni che tutti conosciamo.

No, no, le restrizioni sono americane, non di Cuba.

Veramente Cuba ha un grande cavo di fibra ottica che la collega al Venezuela..

No, le restrizioni sono quelle dell’embargo del 1962, non c’è un’altra storia. Per esempio, ora c’è il porto di Mariel con le tecnologie più avanzate al mondo e investimenti brasiliani, dove sicuramente gli americani vorranno arrivare. Cuba non è isolata per volontà propria, ma dalla reazione internazionale. È isolata dagli anti-comunisti, da chi vuole la disuguaglianza, la violenza, quelli che con il consumismo distruggono l’ecosistema.

Non c’è censura a Cuba?

Esistono diversi concetti di libertà, uguaglianza e democrazia. La libertà degli Stati Uniti, la stiamo vedendo a Guantanamo, e la libertà dell’Italia la stiamo vedendo in altri affari di dominio pubblico. Io non mi voglio immischiare in questioni di politica interna, ma se lei mi vuol far dire che a Cuba non c’è libertà, allora le rispondo di no, a Cuba c’è libertà.

Al contrario, io le ho chiesto se crede che il disgelo sia più conveniente per i cubani o per gli americani.

Sarà vantaggioso per entrambi, non c’è dubbio, ogni cosa che va contro una legge anacronistica, una forzatura che dura da anni, è buona. Ma lei vuol dire che a Cuba ci sono divieti di questo e di quell’altro tipo…

E questi divieti invece non sono anacronistici?

Stiamo entrando in un terreno politico in cui non voglio stare, non è il mio settore.

Eppure lei ha commerciato per anni con Cuba. Ha venduto sigari e libri. Le hanno mai impedito di stampare un libro o di distribuirlo?

Se lei mi vuol fare un’intervista di questo tipo, allora non sono disposto a rilasciarla.

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