HSBC: abbiamo riciclato i soldi dei narcos messicani, scusate

La filiale messicana di una delle maggiori banche inglesi ha ammesso di avere riciclato senza saperlo il denaro del cartello di Sinaloa, guidato dal capo dei capi, “El Chapo” Guzmán. Ma quello di Sinaloa non è l’unico cartello della droga presente sul territorio, e i 136mila morti causati dalla guerra ai narcos non sono solo sua responsabilità

HSBC – attenzione alla banca dei narcos (foto: la rete)

L’istituto finanziario HSBC Bank Usa – filiale nordamericana della più grande banca inglese – ha ammesso di avere esercitato uno scarso controllo sul denaro passato per le sue casse al punto da essersi resa responsabile del riciclaggio di almeno 881 milioni di dollari provenienti dal narcotraffico e avere permesso che la sua succursale in Messico si trasformasse nella banca preferita dalle organizzazioni criminali legate al traffico di droga, secondo quanto affermato dall’Agenzia antidroga degli Stati Uniti (DEA), e in particolare dal Cartello di Sinaloa, guidato dal narcos più potente del mondo, il capo dei capi, Joaquín “El Chapo” Guzmán.

La DEA ha denunciato il fatto e ricevuto il mea culpa della HSBC Holdings Pic, che proprio ieri ha accettato di pagare una multa di quasi due miliardi di dollari per avere permesso a tutto quel denaro di entrare nelle sue casse e uscirne pulito come l’anima di un bambino. «Accettiamo la responsabilità per i nostri errori del passato. Abbiamo detto che siamo profondamente addolorati per averli commessi e lo ripetiamo. La HSBC di oggi è un’organizzazione totalmente diversa da quella che ha commesso questi errori», ha affermato il presidente esecutivo Stuart Gulliver.

Questa è solo una della serie di bombe che sono state lanciate negli ultimi tempi per riuscire ad arginare il potere dei narcotrafficanti messicani. O meglio, di uno solo, il capo dei capi, Joaquín “El Chapo” Guzmán, leader del cartello di Sinaloa e uno degli uomini più potenti e temuti al mondo. La guerra ai narcos è storia antica, con gli Stati Uniti che giocano da sempre un doppio ruolo: da un lato sono i consumatori più affezionati di droga e coinvolti nel traffico d’armi dai due lati della frontiera mentre dall’altro cercano di smantellare la rete tessuta dai narcos in decenni di storia. E che  coinvolge potenti, politici, poliziotti e ufficiali dell’esercito: tutti sul libro nero dei trafficanti.

Secondo i dati forniti da un’organizzazione italiana che si occupa della lotta al crimine organizzato, Libera, dal 2006 in Messico – anno in cui l’allora presidente Felipe Calderón ebbe l’idea di mandare l’esercito in strada per combattere i narcos – sono morte 136mila persone. Centotrentaseimila. Significa 53 persone al giorno, 1620 al mese, 19.442 all’anno. Di queste, 116mila sono state uccise per motivi di narcotraffico, le altre 20mila dalla delinquenza comune. Sono cifre assurde, considerando che paesi considerati ufficialmente in guerra come l’Afghanistan contano dal 2006 – secondo le cifre delle Nazioni Unite – circa 13mila morti: ossia appena il 10% rispetto al numero di omicidi avvenuti in Messico.

Tutta questa morte e distruzione però non è dipesa solo dal cartello di Sinaloa. La lotta per il controllo del territorio ha diversi partecipanti, assetati di potere e denaro: e allora perché negli ultimi tempi l’unico cartello che sembra essere stata presa di mira è quella del Chapo? Certo, lui è il più potente, e quindi anche il più pericoloso, ma secondo molti analisti in Messico ogni potere ha il suo narcos preferito. Troppo spesso polizia, esercito e in generale la politica messicana sono stati accusati di favorire un’organizzazione di narcotrafficanti rispetto ad un’altra. Cambiava il mandato, cambiava il protetto.

Negli ultimi tempi inoltre, i rivali giurati del cartello di Sinaloa, i terribili Los Zetas, hanno cambiato il loro leader, e ora sono guidati da un uomo conosciuto per la sua crudeltà e per i suoi modi tutt’altro che diplomatici. Forse sono i nuovi favoriti dai poteri forti, o magari hanno comprato qualche alta sfera del nuovo governo recentemente eletto. Chissà se da questo attacco continuo al Chapo loro otterranno qualcosa, magari una fetta in più di territorio. E chissà cosa accadrà quando, mentre tutti applaudiranno per la caduta di uno dei boss più temuti e potenti degli ultimi vent’anni – sempre che riescano ad abbatterlo – resterà un vuoto di potere nel crimine organizzato. O meglio, resta da capire chi colmerà quel vuoto. Sempre che non sia già stato deciso.

 

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