mercoledì 23 ago 2017

Hebe incontra il Papa: «Francesco è diverso, ma la Chiesa non è cambiata»

Bonafini, leader storico dell’associazione per i diritti umani Madres de Plaza de Mayo, sarà oggi in Vaticano per un incontro privato con Bergoglio. In questa intervista esclusiva, racconta del perché difenda i preti di strada come lui e conservi un brutto ricordo di Giovanni Paolo II

Ancora forti: le Madres de Plaza de Mayo nel tradizionale giro del giovedì, per chiedere la restituzione dei figli rapiti dalla dittatura argentina. (foto: Pangea News)

Ancora forti: le Madres de Plaza de Mayo nel tradizionale giro del giovedì, per chiedere la restituzione dei figli rapiti dalla dittatura argentina. (foto: Pangea News)

Buenos Aires – Non è la prima volta che Hebe de Bonafini incontra un Papa, ma spera che nella riunione di oggi a Santa Marta vada meglio che nelle precedenti occasioni. 87 anni compiuti, 38 dei quali spesi alla guida dell’associazione Madres de Plaza de Mayo, Hebe ha perso i peli sulla lingua molto tempo fa. Lei e le altre donne che per prime sfidarono il regime militare argentino pretendendo la restituzione dei loro figli, arrestati in quanto oppositori politici e, nella maggior parte dei casi, torturati e uccisi, non hanno mai visto soddisfatta la loro richiesta, così come nemmeno hanno smesso di cercare.

Hebe, lei è stata in Italia molte volte, ricorda la prima?

Sì, nel 1978 e ho visto Pertini, insieme ad altri parlamentari. Fu l’unico presidente ad esprimere una condanna pubblica contro Videla. Lo criticò e lo chiamò dittatore. Per noi fu un grande onore. All’epoca l’associazione non era ancora stata creata. Eravamo solo un gruppo di madri che aveva deciso di andare negli Stati Uniti e in Italia, per cercare di incontrare il Papa e il presidente.

Dopo il presidente, incontrò anche il Papa?

Ne ho conosciuto uno che mi ha ricevuto nell’udienza generale, ma prima ancora il 5 giugno del 1980 a Porto Alegre. Fece entrare venti madri, dopo un lungo lavoro, molte discussioni, abbiamo ottenuto che ricevesse solo venti madri. Avevamo viaggiato in pullman da qui, trentasei ore per vederlo. Ci promise che avremmo rivisto alcuni dei nostri figli e creò molte aspettative tra noi. Era Giovanni Paolo II. Dopo lo rividi in Vaticano, all’udienza generale e gli dissi: «Santo Padre, noi non.. non è comparso nessuno. Vogliamo che insista ancora». «Io ho già fatto quel che dovevo fare», mi rispose, in modo abbastanza serio. Mi ha regalato un rosario e io gliel’ho restituito. Dissi che delle croci ne avevo già abbastanza.

Crede che oggi la Chiesa sia diversa?

È Francesco ad essere diverso come Papa. La Chiesa non ha ancora cambiato le cose che doveva cambiare. È un’organizzazione che ha migliaia d’anni e per certi aspetti è ancora arcaica. Per questo l’evoluzione resta difficile, ma lui sta tracciando un cammino. Lui sì che vuole cambiare le cose, è intervenuto sulla questione della banca, ha parlato dei pedofili. Ha cambiato un sacco di cose. Per esempio, dire a tutti i romani e a tutti gli italiani che possono accogliere un migrante nella propria casa è una sfida molto importante. Dire ai giovani di fare confusione, è un’altra cosa importante. È la prima volta che un Papa prende decisioni del genere, che ferma un bombardamento Nato con la pace, non con le armi, perché con le armi sarebbe capace di fermarlo chiunque. Con la parola, è incredibile.

Le Madres de Plaza de Mayo si sono storicamente schierate al fianco dei preti di strada.

E continuiamo a farlo. Mio figlio lavorava coi preti terzomondisti e l’hanno portato via insieme a un scerdote che si chiamava Baccini, Federico Baccini. Con loro hanno sequestrato tutti quelli che lavoravano col prete, più quasi tutto il quartiere. Era una zona molto povera, hanno rapito un sacco di persone, i maestri, mio figlio e Baccini.

Pensa che la Chiesa debba chiedere scusa per aver appoggiato o non aver condannato apertamente la dittatura?

Credo che ci siano cose più importanti da chiedere alla Chiesa.

Come per esempio?

Ne parlerò di persona a Francesco, non voglio anticipare nulla. Vorrei che questo incontro fosse utile. La mia speranza è che il colloquio serva a qualcosa. Non parlerò né delle Madres, né di cose personali, niente di tutto questo, non avrebbe senso. Ognuno è solo un piccolo granello di sabbia, rispetto a quanto accade nel paese e in America, no?

All'ombra della piramide: il pullman delle Madres arriva in Plaza de Mayo, per la tradizionale marcia del giovedì. (foto: Pangea News)

All’ombra della piramide: il pullman delle Madres arriva in Plaza de Mayo, per la tradizionale marcia del giovedì. (foto: Pangea News)

Se il Papa le chiedesse di perdonare le persone che rapirono suo figlio, sarebbe disposta a farlo?

No. Noi non dimentichiamo e non perdoniamo. Chi perdona è Dio e i preti ed io non sono né l’uno, né l’altro.

Sa che in Italia dice messa un prete ricercato dalla giustizia argentina, per delitti commessi nell’ambito del regime militare? Si chiama don Franco Reverberi Boschi.

Lo so. Credo che dovrebbe stare qui e stare dietro le sbarre. Ciò che penso è che le persone, siano preti, suore o laici, che perdonano gli assassini, è perché anche loro sono complici e così facendo perdonano anche un po’ di loro stessi.

A distanza di quarant’anni dal golpe militare, cosa fa l’associazione Madres de Plaza de Mayo?

Innanzitutto, noi madri non abbiamo mai smesso di lottare. È una cosa di cui c’è sempre bisogno, soprattutto quando si lotta per la vita. Noi madri siamo combattenti per la vita. La vita va al di là dei diritti umani e la funzione delle Madres, oggi, è quella di denunciare tutto ciò che fa questo governo. Il presidente Macri è il nostro nemico e come tale lo trattiamo.

Quindi la ferita è ancora aperta?

La verità è che le ferite non si possono chiudere. Sarà capace di chiuderle forse un amico, ma una madre, un padre, un fratello, no.

Lei una volta disse che, prima che la sua famiglia fosse travolta dalla repressione, era una donna che non si interessava di politica. Ora che fa politica da tanti anni, crede di essere diventata un’estremista?

Quando il nemico mi chiama terrorista o estremista, mi dà ancor più forza. Mi fa capire che sono sulla buona strada. Più il nemico picchia duro, più sono sulla buona strada. Nessun rivoluzionario è un terrorista e io mi considero una rivoluzionaria.

È al corrente di quanto accaduto in Egitto a Giulio Regeni? Le ricorda l’Argentina degli anni Settanta?

Non conosco il suo caso nello specifico, ma sono al corrente di quanto accade in Egitto e lo ripudio completamente. È esattamente la stessa cosa che successe a noi e alla madre di questo ragazzo voglio dire di non smettere di lottare. Deve lottare e difenderlo sempre. Bisogna essere orgogliosi dei figli che si è messo al mondo.

Leader storico: Hebe de Bonafini parla coi sostenitori delle Madres in Plaza de Mayo a Buenos Aires. (foto: Pangea News)

Leader storico: Hebe de Bonafini parla coi sostenitori delle Madres in Plaza de Mayo a Buenos Aires. (foto: Pangea News)

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