Guerrilla high school: cresciuti nella selva, oggi sono presidenti

L’elezione in Salvador dell’ex militante del Frente Farabundo Martì, Sanchez Ceren, porta a 5 il numero dei presidenti latinoamericani che vantano una formazione politica nella lotta armata. Non tutti però hanno saputo mantenere la coerenza dogmatica dei fratelli Castro, anzi, molti hanno ormai speso più tempo nella politica borghese, che con un fucile in mano, arrivando all’estremo di chi, come il nicaraguense Ortega, ha scambiato il rosso delle bandiere per uno sbiadito rosa

La presa del palazzo di governo: le elezioni funzionano meglio degli assedi (foto: la rete)

La presa del palazzo di governo: le elezioni funzionano meglio degli assedi (foto: la rete)

Fidel e Raul Castro a Cuba, José Pepe Mujica in Uruguay, Dilma Rousseff in Brasile, Daniel Ortega in Nicaragua ed ora anche Salvador Sanchez Ceren in Salvador. La gioventù nei gruppi politici guerriglieri sta diventando sempre più una costante dei governi latinoamericani, dove i decenni in cui la generazione che oggi ha un’età media compatibile con la presidenza, cioè i Sessanta, i Settanta e parte degli Ottanta, sono stati spesso segnati da dittature militari durissime, nel corso delle quali molti partiti della sinistra più o meno estrema passarono alla clandestinità.

Se tuttavia tra questi presidenti esiste il minimo comune denominatore della lotta armata, non si può dire lo stesso della loro fede politica attuale e la questione diventa ancor più complessa, quando dalla fede dichiarata, si passa ad esaminare la loro vera natura politica. I più coerenti, da questo punto di vista formale, sono stati senza dubbio i fratelli Castro. Loro, a differenza di tutti gli altri, sono arrivati al potere direttamente dalla selva, senza cioè dover sopportare alcun interregno democratico di altre forze, ma attraverso una rivoluzione che tuttora li vede al governo.

Il primo gennaio del 1959, il Movimiento 26 de Junio entrò infatti a L’Avana, segnando la fine della dittatura di Batista e installando l’ordinamento che ancora perdura sull’isola. Quando nel 2006 Fidel Castro si ammalò e dovette ritirarsi dalla prima linea politica, suo fratello Raul assunse la carica ad interim, venendo designato poi a capo dello Stato dal parlamento nel 2008.

Molto diversamente, invece, sono andate le cose con Dilma Rousseff. La ragazza di buona famiglia e sani principi proletari che fu arrestata dalla dittatura brasiliana nel 1970 come membro del COLINA (Comando de Liberacion Nacional) e per questo torturata, fa oggi parte del partito di sinistra PT (Partido de los Trabalhadores), la forza che l’ha portata fino a presiedere il Planalto, ma è innegabile che si sia molto allontanata dalle posizioni anti-capitaliste della gioventù.

Così è anche per Josè Mujica. Il contadino rivoluzionario che tanto si ammira in Europa per la sua umiltà, ha oggi riempito di saggezza quell’anima che traboccava nelle azioni paramilitari dei Tupamaros e che lo portò a ben due evasioni dalle lunghe prigionie a cui lo sottomise il regime militare. Risultato, oggi Pepe è ammirato più per la sua capacità diplomatica e per il buon senso di cittadinanza, che per gli atteggiamenti iconoclasti del suo passato.

Ad ogni modo, la fede che più di ogni altro ha vacillato nel corso degli anni, è stata senz’altro quella di Daniel Ortega. L’animoso guerrigliero sandinista, ha infatti occupato un posto di prima fila nella guerra per la liberazione del Nicaragua dalla dittatura della famiglia Somoza. Tuttavia, nel corso degli anni è stato investito da ogni tipo di accuse di corruzione e, per quanto riguarda la simbologia politica stretta, ha commesso uno dei crimini rivoluzionari più aberranti della storia, sostituendo l’inno della guerra civile con la nona sinfonia di Behetoven e, nella campagna elettorale del 2006, ha barattato il rosso e il nero storici della bandiera sandinista, con un più riformista rosa confetto.

Dall’ultimo arrivato Sanchez Ceren non c’è da aspettarsi grandi cose. È già stato ministro e vicepresidente nel Salvador, dopo aver fondato le Forze di Liberazione Popolare Farabundo Martì ed esserne diventato il capo in seguito all’arresto della prima cucciolata di dirigenti. Molti nella sinistra lo hanno addirittura accusato di cercare in modo insistente l’amicizia degli Stati Uniti, un’amicizia che comunque non è mai stata ricambiata a causa delle morti e gli attentati che ha compiuto durante la guerra e le bandiere a stelle e strisce che ha bruciato poi.

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