mercoledì 20 set 2017

Fujimori: la figlia del dittatore ributta il Perù nel passato

Il ritorno al potere della Donald Trump con gli occhi a mandorla e l’accento sudamericano è ora una minaccia concreta. Perché, solo 16 anni dopo la caduta di Fujimori, il Perù vuole farsi governare da sua figlia, senza nemmeno chiederle una condanna aperta al regime?

Saluti dal passato: Keiko Fujimori ha vinto il primo turno delle presidenziali peruviane, 16 anni dopo la caduta del regime di suo padre Alberto. (foto: La Rete)

Saluti dal passato: Keiko Fujimori ha vinto il primo turno delle presidenziali peruviane, 16 anni dopo la caduta del regime di suo padre Alberto. (foto: La Rete)

Il simbolo con cui Keiko Fujimori ha vinto le elezioni peruviane di domenica è una «kappa» bianca su sfondo arancione. Si potrebbe pensare che la figlia quarantenne dell’ex dittatore Alberto Fujimori, abbia scelto la propria iniziale per marcare la differenza col passato, come a dire: io sono in primo luogo Keiko, una Fujimori nuova di zecca. Tuttavia, questo logo è identico a quello con cui la donna aveva già perso le presidenziali del 2011 e l’arancione è lo stesso che suo padre usò per la campagna del ’90, quando inaugurò un decennio di oscurantismo, corruzione e terrorismo di Stato.

Com’è possibile che dopo quattro presidenti democraticamente eletti e giunti a fine mandato, questo Paese, la cui storia è infestata dalle dittature militari, scelga ora di votare la figlia dell’ultimo dei suoi despoti? Gli analisti dicono che nel ballottaggio del 7 giugno, la maggioranza degli elettori farà di tutto perché questo non accada, arrivando anche a tapparsi il naso e scegliere il neoliberale e veterano ministeriale, Pedro Pablo Kuczynski. All’indomani del primo turno, però, quasi il 40% degli aventi diritto giura invece di volere un altro Fujimori presidente.

La strategia di Keiko è stata quella di spendere gli ultimi anni promuovendo la propria immagine in giro per il territorio nazionale. Così, ha compreso meglio dei suoi avversari quali siano i problemi di una popolazione per il 20% povera, in cui il 75% dei lavoratori è in nero, che primeggia nell’export di coca e metalli, ma dove industria e servizi sono ancora deboli.

Invece che assecondare chi voleva da lei una condanna pubblica alle malefatte del padre, Keiko si è limitata a chiamare «errori» i crimini per cui questi sta scontando 25 anni di carcere e a firmare un impegno a non liberarlo in caso venga eletta. Il suo argomento è che Fujimori sbagliò nel dare carta bianca al capo dell’intelligence Vladimiro Montesinos, ma non sapeva della sterelizzazione forzata di 330 mila donne d’etnia quechua, delle squadre di sicari che ammazzavano gli oppositori politici o che la stampa fosse stata comprata.

Su questi punti, però, diversi ex funzionari del governo paterno l’hanno smentita in tribunale. D’altra parte, la famiglia Fujimori viveva proprio dentro l’edificio del servizio segreto e nel ’94 la stessa Keiko ci mise la faccia, quando i genitori divorziarono e Alberto la volle come first lady. Sua madre Susana era fuggita dalla corruzione dilagante di cui era stata testimone e per questo dice di esser stata torturata.

Gli scheletri nell’armadio, però, hanno avuto meno peso sull’opinione pubblica peruviana che le promesse di campagna. Nell’ultimo discorso, Keiko ha detto: «Dedicherò i primi cento giorni di mandato ai cento comuni più poveri», e ha aggiunto anche l’assegnazione di nuove case popolari, acqua potabile per bassifondi e paesini, meno tasse a piccole imprese e negozianti, incentivi al lavoro giovane, internet nelle scuole e legalizzazione delle miniere clandestine che inquinano l’Amazzonia.

Poi, ha urlato: «Saremo drastici coi criminali. Come i contadini furono convocati a lottare contro il terrorismo, ora chiamerò i cittadini contro la delinquenza». Parlava della guerra scatenata da suo padre contro i sovversivi di Sendero Luminoso e dell’MRTA. La folla è esplosa in un boato. Ci furono 70 mila morti, un terzo dei quali per mano dell’esercito. Molti peruviani credono si debba fare lo stesso con ladri, narcos e stupratori. I restanti connazionali temono un ritorno ai vecchi tempi.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa.

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