Emergenza casa: morire per il metro quadrato in un’Argentina immensa

Nell’ultima settimana sono tornate le occupazioni, i disordini e la morte alla periferia di Buenos Aires. Oggi, ci sono circa 500 famiglie accampate su un lotto abbandonato, che difendono un rettangolo di terra dalla minaccia di sgombero. Lo hanno pagato il prezzo di qualche soldo sottobanco e una promessa di voto, sperando di poterci costruire la loro prima casa abusiva e ingrandire la baraccopoli che gli sta accanto

Terra e libertà: il grido della Buenos Aires sud (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Terra e libertà: il grido della Buenos Aires sud (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

«Gli ha sparato tre colpi in pancia e poi è andato via. È scappato subito, è stato un ombrello (un paraguaiano), ma i suoi amici sono quelli lì. Come se non fosse successo niente, stanno ancora lì a fumare il paco», gli scarti della coca. I due con la tuta e le ciabatte di ordinanza perdono la giornata facendo i curiosi, ma hanno informazioni certe. Vivono in una delle periferie più spoglie di Buenos Aires, l’estrema zona sud, in un gruppo di casermoni da cui si guarda dall’alto in basso i poveracci stranieri delle baraccopoli dei dintorni, come la Villa 20 o la Villa 17. Davanti a loro c’è il profilo seghettato delle prima. Le case in mattoni rossi, le colonne a vista, i ciuffi di tondino che spuntano dalle gettate di cemento armato e i corridoi che interrompono ogni tanto la muraglia, subito bui, subito angustianti, per condurti al centro del mondo variopinto e pericoloso che hanno messo in piedi i poveri.

Un paio d’ore prima dell’alba di venerdì 24 febbraio, un gruppo di 300 famiglie o un migliaio di disperati hanno occupato un terreno adiacente a tutto questo. Uno di loro, è morto sparato in una discussione per futili motivi. Gli altri, hanno tirato dritto e poi diviso la terra in lotti con le fettuccine e ognuno si è seduto sopra alla sua parcella, rivendicando, con quel solenne atto di presenza, una proprietà mai scritta su alcun documento. Il posto era uno sfasciacarrozze della Policia Federal, poi è stato liberato dai rottami perché Madres de Plaza de Mayo (la storica associazione di donne che lottavano per la liberazione dei figli durante la dittatura militare) ci costruisse 1.600 case popolari. Ma il tesoriere di Madres si è intascato tutto, gettando la faccia del gruppo nel fango, e i lavori non sono mai partiti.

Qualcuno ha organizzato l’occupazione, questo è certo. Qualcuno ha dato l’ok. Qualcun altro ha venduto i lotti senza averne il diritto ed altri gli hanno pagati, forse, senza averne con che. Ma chi siano costoro, è indecifrabile. Il presidente della Villa 20 è un tal Nuñez che veste stiloso. Jeans e camicia di jeans per nascondere le sue origini umili, ma un villero che ha fatto i soldi non si vestirebbe mai come lui. Lui vuol sembrare un ragazzo dei quartieri alla moda, un giovane di Palermo, Caballito o Villa Crespo, ma non ha né gli anni, né l’anagrafe. Dicono che abbia fomentato l’usurpazione perché si avvicinano le elezioni, ma è difficile stabilire se sia vero. Un altro capetto della baraccopoli è l’ex pugile Marcelo Chancalay. Picchiava duro Chelito, ma non è mai uscito dai ring nazionali e non ha mai superato suo fratello Fabian, detto Il Bombardiere di Lugano, anche se una volta ha vinto per ko al mitico stadio Luna Park, il tempio della boxe di Buenos Aires, chiudendo poi la carriera con 5 vittorie, 11 sconfitte e un pareggio.

Di lui dicono che abbia costruito il suo potere nella baraccopoli col bastone e la carota: spettacoli di cumbia villera e minacce. Poi, dicono che cambi partito all’occorrenza, senza scrupoli di coscienza. Alcuni sono sicuri che sia stato lui ad organizzare la presa del terreno, mentre altri ci ridono su e dicono di no, che questa volta è arrivato tardi e ha cercato di volgere i fatti a suo favore, offrendo servigi di sgombero informali, dato che la politica ufficiale e il sistema giudiziario non riescono ad arrivare al nulla osta necessario ad entrare con l’antisommossa. Con sto tira e molla di richieste di sgombero da parte del pubblico ministero, apertura di negoziati tra il giudice, i responsabili municipali della questione abitativa e i rappresentanti dell’occupazione si è tirato avanti una settimana.

 

Oggi le famiglie sono almeno mille, con un gran numero di donne e bambini, più qualche adolescente dall’aspetto criminale e il cervello svelto. Fuori dal cancello sfondato dell’accampamento, ci sono più giornalisti che polizia. Il motivo è che circa quattro anni fa, a pochi metri da questo stesso posto, ci fu una delle più grandi occupazioni di terre nella storia della città di Buenos Aires. La tragica Toma del Parque Indoamericano, quando in una settimana estiva uguale a questa, migliaia di paraguaiani, boliviani e peruviani tentarono di occupare un parco enorme, scontrandosi prima con una dura repressione di polizia e poi con un rigetto civile, che portò in tutto ad almeno tre morti, forse di più.

Non si è ancora capito se le persone che ogni notte entrarono al parco per combattere con gli occupanti fossero squadracce organizzate per destabilizzare il governo o gruppi spontaneamente xenofobi. Molti di coloro che occuparono l’Indoamericano all’epoca ed accettarono di andarsene in cambio della promessa di una casa in regola, oggi sono qui. Col passare dei mesi si sarebbero resi conto di essere stati truffati e ora sono molto diffidenti nei confronti delle autorità. Per questo puntigliano sui negoziati, pretendono firme e controfirme, rilasciano mezze promesse e poi mandano tutto gambe all’aria: «resisteremo – dicono i loro capi – ci dovranno portare via con la forza». Tra le loro tende, che giorno dopo giorno stanno diventando sempre meno tali e sempre più baracche, ai piedi delle quali si seminano le prime fondamenta, cammina anche Facundo Di Filippo, un’altra vecchia conoscenza dei giorni dell’Indoamericano.

All’epoca era responsabile della Commissione Case della città di Buenos Aires. Arrivò una delle prime notti dell’occupazione, in un posto in cui i politici non sono ben accetti. Un giornalista locale dice che alla Villa 20 si è scontrato col potere di Chelo Chancalay, difendendo i diritti dei poveracci. Come attuale militante del Colectivo por la Igualdad del Partido Social, c’è da dire che non ha perso quel suo aspetto bonario da re danese. Capisce questi posti complessi molto bene, li sa spiegare, ma non riesce a risolverli e allora viene a sperare che prevalga il buon senso e che la polizia non intervenga.

Nella stessa barca ci sono i ragazzi della Tendencia Piquetera Revolucionaria, giovani trotzkisti dalla testa dura. Veterani delle scuole gratis nelle baraccopoli, delle albe con le bandiere a bloccare le autostrade e le ferrovie per far riassumere gli operai. Nel marasma dell’Indoamericano sono stati gli unici ad ottenere una casa per uno degli occupanti: la moglie di uno dei 3 morti di quei giorni contorti. Oggi girano i vicoli della 20. Natalia Saralegui, uno dei loro attivisti, dice che la Policia Metropolitana è arrivata di notte a perquisire casa per casa, a intimidire la gente. Forse però gli agenti hanno trovato le prove della vendita illegale del terreno occupato, forse, invece, le hanno solo prodotte e ora cercano un capro espiatorio e la sua scusa per sgomberare.

Domani, c’è un nuovo incontro con una proposta risolutiva. Che sbloccherà o non sbloccherà una questione annosa e paradossale: com’è possibile lottare e morire per un metro quadrato, in un Paese enorme come l’Argentina? Wendy, che è paraguaiana, non se l’è chiesto. Manca da una settimana al lavoro ed è convinta di averlo perso. Sua figlia domenica ha compiuto 8 anni e non si è potuto festeggiare, perché lei doveva restare seduta sul terreno. Chi la porta a scuola? «Non ci va a scuola, perché è inaccettabile», riesce a dire dopo tre tentativi, quando il cronista di Pangea News le completa la parola. Che problema ha? Una malattia? Un ritardo mentale? «No, è stata stuprata». Accanto, un gruppo di ragazzi canta una canzone tropicale piena di oscenità. Sono magri, con le maglie da calcio. Uno ha una pistola nella tasca della felpa del Real e si guarda intorno spavaldo. Fuori, da qualche parte, la polizia aspetta un ordine via radio.

Lascia un tuo commento