Droga: da anni la Dea fa accordi coi narcos messicani

L’agenzia antidroga statunitense ha organizzato almeno 50 incontri con narcotrafficanti tra il 2000 e il 2012, tutto senza consultare Città del Messico. Nell’inchiesta che rivela questi fatti, El Universal sostiene che lo scopo fosse quello di usare le stesse bande per eliminare le loro concorrenti. Il cartello di Sinaloa è il più beneficiato.

(foto: la rete)

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Anni di riunioni, di incontri segreti, di accordi, tutto avvenuto in territorio messicano ma alle spalle sia del suo governo che dei suoi abitanti, tutto per ottenere informazioni dagli stessi trafficanti di droga contro i loro rivali.  Agenti della Dea, l’agenzia antidroga statunitense, e ufficiali del dipartimento di giustizia hanno incontrato per anni in segreto membri dei cartelli messicani della droga in più di 50 riunioni avvenute tra il 2000 e il 2012. Ovvero durante la presidenza di Vincente Fox prima e Felipe Calderon poi, entrambi presidenti provenienti dal partito conservatore PAN e definiti da sempre fedeli a Washington. Con questi stessi presidenti, in diverse occasioni pubbliche e sempre a livello istituzionale e internazionale, le massime autorità statunitensi hanno stretto negli anni accordi di collaborazione per la lotta al narcotraffico. Almeno questo era ciò che avveniva davanti alle telecamere e ai fotografi. Sorrisi, strette di mano, promesse e abbracci. A luci spente, però, la strategia era differente: armare il nemico, appoggiarlo, nutrirlo per riuscire ad abbattere altri nemici.

Negli ultimi 12 anni la DEA ha mantenuto rapporti costanti con le organizzazioni criminali e ha ottenuto come risultato l’inasprimento della guerra, la violazione della sovranità territoriale messicana e grandi nomi arrestati. Intanto, i morti aumentavano e ogni mese migliaia persone venivano ammazzate per una guerra tra bande che era cominciata come una disputa per il territorio ed è finita per diventare un conflitto armato estremamente confuso: l’esercito lotta contro i narcos, i narcos comprano ufficiali dell’esercito, la polizia si divide, i civili muoiono. Dopo il primo anno di “guerra alla droga” – lanciata in particolare nel 2006 dal presidente Calderon per mostrare ai narcos che il Messico non avrebbe ceduto -, la situazione era diventata talmente grave che si decise di proseguire con la lotta per altri cinque, al costo di decine di migliaia di desaparecidos e di 30mila morti all’anno. Sono 2500 al mese, 82 al giorno.

Grazie agli accordi con la DEA, il cartello di Sinaloa ha ottenuto armi – che si saranno aggiunte a quelle già possedute – immunità negli Usa per i suoi uomini e la garanzia che qualcuno li avrebbe aiutati a eliminare gli avversari, facilitando la definitiva vittoria di un’organizzazione criminale sulle altre e il conseguente monopolio del mercato. «Senza la presenza delle autorità messicane, come invece stabilito dagli accordi bilaterali stipulati, gli agenti della DEA si sono incontrati con membri dei cartelli della droga in territorio messicano al fine di ottenere informazioni sui loro nemici e allo stesso tempo creare una rete di informatori narcotrafficanti facendo loro firmare un accordo di cooperazione – la cui validità era soggetta al risultato – in modo che in futuro potessero ottenere diversi benefici, compresa la caduta dei capi d’accusa negli Stati Uniti», afferma il quotidiano El Universal dalle sue pagine dopo un’indagine durata un anno e basata su interviste, ricerche e studio di documenti ufficiali messicani e nordamericani. Molti di questi documenti erano collegati al processo di Jesus Vincente Zambada-Niebla, figlio di uno dei massimi capi del cartello di Sinaloa, Ismael “El Mayo” Zambada.

Secondo quanto affermato dallo stesso Zambala-Niebla, durante la sua reclusione in un carcere di Chicago, il governo degli Usa strinse un patto con il cartello di Sinaloa, il più potente del Messico guidato da uno degli uomini più pericolosi (e ricchi) del pianeta Joaquin “El Chapo” Guzman, con il quale si impegnava a finanziare e armare i narcotrafficanti in cambio di informazioni di prima mano sulle organizzazioni rivali. «Il 17 marzo del 2009 ho incontrato per circa 30 minuti in una stanza d’hotel a Città del Messico Vincente Zambala-Neibla insieme ad altre due persone, l’agente David Herrod e un’altra fonte con cui lavoravo dal 2005 – afferma l’agente della DEA Manuel Castañón – durante l’incontro ho parlato per conto della DEA. L’agente Herrod non parla spagnolo. Il giorno dopo ho saputo che Zambada-Neibla era stato arrestato all’alba dai militari messicani. Il giorno successivo, con altri tre agenti abbiamo incontrato Zambada-Neibla nella prigione dove era stato rinchiuso. Lui reiterò la sua volontà di cooperare, disse che non voleva stare in Messico. Quella fu l’ultima volta che parlai con lui».

La Dea non ha voluto rilasciare dichiarazioni sui fatti rivelati in questi ultimi giorni. E non si sa se mantenga tutt’ora rapporti con i cartelli della droga.

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