mercoledì 20 set 2017

Donne e bambini come schiavi: i maoisti di Sendero Luminoso combattono ancora

26 bambini, 11 donne e 2 uomini: questo il gruppo liberato pochi giorni fa da un campo di lavoro in Perù. Alcuni di loro erano stati rapiti più di trent’anni fa dalle comunità contadine della zona in cui si nasconde il gruppo terrorista di Sendero Luminoso, altri erano nati lì

Tratti in salvo: i pioneritos liberati pochi giorni fa da un campo di Sendero Luminoso (foto: Andina)

Tratti in salvo: i pioneritos liberati pochi giorni fa da un campo di Sendero Luminoso (foto: Andina)

La diserzione di un giovane militante di Sendero Luminoso, la sua fuga attraverso la giungla, la resa alle autorità e settimane di delicato lavoro d’avvicinamento da parte dell’Esercito, sono stati i presupposti che hanno portato la settimana scorsa alla liberazione di 26 bambini e 13 adulti dal «campo di produzione» in cui hanno passato la maggior parte della loro vita. Qui, quel che resta del gruppo terrorista che insanguinò il Perù negli Anni Ottanta e Novanta, li addestrava alla guerriglia e li obbligava a lavorare la terra.

«Sono praticamente tutti figli di ribelli e di contadine rapite nei dintorni – ha detto il viceministro della Difesa, Ivan Vega, mentre la comitiva sfilava con sguardi straniti su un eliporto improvvisato in un campo da calcio. Raggiunto dai soldati giovedì scorso, in un momento in cui i capi del Partito Comunista Militarizzato del Perù non erano presenti, il gruppo ha reagito con diffidenza alla mano tesa degli uomini che da sempre gli hanno insegnato a combattere. Alla fine, però, donne e bambini si sono convinti a partire, vedendo le foto che mostravano alcuni loro ex commilitoni in buona salute, dopo aver abbandonato le fila della sovversione.

«Siamo state lì per più di trent’anni», ha detto una delle madri, mentre il bimbo che teneva per mano confermava con un: «Sì, fin da piccoli». Tra loro, il più giovane ha solo un anno, mentre le più attempate sono un gruppo di suore, sequestrate nel 1985 dal loro convento e costrette ad aiutare la causa rivoluzionaria col lavoro manuale. Più o meno in quel periodo, la Tv pubblica di Lima mostrò per la prima volta i «pioneritos», cioè le truppe giovanili della falange armata che, di lì al 2000, avrebbe portato avanti una guerra in cui sono morte 70 mila persone, la metà delle quali per mano loro, il 30% per colpa dello Stato e il 20% a causa di altri miliziani.

Nelle molte liberazioni di bambini soldato che si sono susseguite in tempi recenti, quest’ultima è la maggiore. «Non è vero che sono prigionieri. Nascono e crescono in seno alla rivoluzione», disse qualche anno fa un guerrigliero raggiunto da una troupe nella selva. La «scuola popolare» a cui Sendero Luminoso sottomette i «pioneritos», però, ha caratteristiche discutibili. I bimbi passano i giorni cantando slogan come «impugna il fucile per la tua felicità» o «marxismo, leninismo, maoismo, ma soprattutto maoismo».

Sui loro quaderni, ci sono esercizi di dettato da «L’arte della guerra» di Sun Tzu e i giochi di gruppo includono esercitazioni coi moschetti di legno. Sebbene Victor Quispe Palomino, attuale capo di un movimento che oggi ha circa 600 soldati più le famiglie, giuri di non far scendere in battaglia nessuno al di sotto dei 15 anni, impressionano le immagini di Carlos al suo fianco, che ne ha appena compiuti 16 e imbraccia un lanciagranate Milkor, capace di distruggere una casa a 500 metri di distanza.

Non più di 12 anni, aveva per esempio un ragazzino trovato morto nel ’91, mentre installava una bomba. Ancora meno, ne avevano alcuni dei guerriglieri che i testimoni dell’attacco alla base militare di Sanabamba, del 9 aprile 2009, hanno visto dare il colpo di grazia a parte dei 25 soldati caduti. Da quel momento a oggi, le ostilità sono diminuite e Sendero Luminoso ha ucciso in tutto 50 persone, tra militari e poliziotti. Secondo le autorità di Lima, la sua principale occupazione ora è quella del narcotraffico, in un paese che è primo al mondo per produzione di cocaina. Loro, nascosti nell’impervia valle dell’Apurimac e dell’Ene, smentiscono: «Imponiamo solo una tassa di guerra ai contrabbandieri».

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