Dissidente in dittatura

Da oggi Leopoldo Lopez non è più un politico dell’opposizione, ma un dissidente. Nicolas Maduro non è più un presidente, ma un dittatore e i venezuelani non sono più cittadini, ma sudditi. Si è discusso a lungo dentro e fuori dal Venezuela, dentro e fuori dai giornali e da internet, e anche in questa agenzia di notizie, se quella che governa Caracas sia una democrazia o una dittatura. Questo dibattito fa pensare che probabilmente il Venezuela non sia più né l’una né l’altra cosa, ma da oggi è certamente un po’ più dittatura che democrazia.

Il problema è che stanotte Leopoldo Lopez è stato condannato a quasi 14 anni di carcere, per aver chiamato le piazze a protestare pacificamente contro gli abusi del governo. In quel 12 febbraio 2014 in cui il Venezuela si affacciava ai Moti di San Valentino, il corteo studentesco convocato da Lopez fu aggredito da sostenitori del governo, gruppi di parapolizia e veri e propri agenti, che sono stati filmati mentre sparavano sulla folla. L’attacco degenerò in una giornata di scontri e in mesi di proteste, che il 18 febbraio di quell’anno portarono in carcere il leader e con lui molti altri nei mesi successivi.

In Venezuela si è votato diverse volte negli ultimi anni e il chavismo ha vinto il 90% delle elezioni. In Venezuela però non è possibile dissentire dalla linea di governo: i giudici sono un’appendice del potere esecutivo, il voto è un inesorabile meccanismo clientelare, i parlamentari d’opposizione vengono destituiti, i sindacalisti licenziati, i giornalisti denunciati, gli imprenditori e gli studenti arrestati. Leopoldo Lopez, che ha cercato di unirli tutti per protestare, è da oggi e per i prossimi 13 anni e 9 mesi, un dissidente in carcere.

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