Cuba è pronta per l’unione gay: lo dice la figlia di Raul Castro

La sessuologa Mariela Castro, figlia del presidente cubano, ha lanciato la pietra dello scandalo sull’isola: I tempi sono maturi per una rivoluzione nella rivoluzione, adesso ci vuole la legge

Baile: alle danze cubane manca ancora un pò di diversità (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Baile: alle danze cubane manca ancora un pò di diversità (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Sospinta dal vento delle libertà di genere che batte tutto il mondo occidentale, la figlia del presidente cubano Raul Castro, Mariela, ha spiazzato il cosiddetto esilio in Florida e chi con loro canta le pene del comunismo nel resto del mondo, dicendo che l’isola «è pronta per l’unione gay». Sebbene circa un mese fa, Cuba avesse dato notizia dell’elezione in un consiglio comunale della prima transessuale della sua storia, la presunta discriminazione degli omosessuali resta ancora una delle principali critiche che vengono rivolte al governo rivoluzionario di Fidel e Raul Castro.

Ma se all’improvviso l’amore degli uomini con gli uomini e delle donne con le donne venisse legalizzato da uno stato che alcuni vogliono divenuto troppo monolitico per sopravvivere al passo del tempo, allora forse anche la società, in cui certo la discriminazione è presente, si vedrebbe messa difronte, com’è successo altrove, al fatto che il bacio tra due persone dello stesso sesso e il suo riconoscimento dal punto di vista anagrafico, fiscale ed amministrativo è un fatto innocuo per la società e per i suoi valori, che spesso sono in sè disdicevoli.

Anche se le parole di Mariela Castro, che si dedica al complesso quanto gradevole mestiere di sessuologa, si riferiscono solo all’unione di fatto e non al matrimonio, non devono comunque essere prese alla leggera: Cuba resta un paese comunista e, per una lunga serie di ragioni, forse non tutte cattive, niente viene detto per caso, tantomeno da una figura pubblica a 360° come la figlia del presidente, che per essere maliziosi potremmo anche ricordare essere la nipote dell’ex presidente, comandante Fidel Castro, dietro le quinte dal 2006.

Ma possiamo parlare di un vero successo dei diritti, per una frase estemporanea, che in sè non ha valore giuridico, non crea alcun pericoloso precedente e potrebbe restare la fatidica lettera morta? Se si dà un occhiata intorno, ci sono buoni motivi per sostenere che si. È vero infatti che centinaia di coppie gay si sono sposat a Rio de Janeiro e a Washington nello stesso giorno in cui Mariela parlava a L’Avana, e che, per esempio in Argentina, il matrimonio gay è possibile anche per gli stranieri privi di residenza.

Ma se ci spostiamo in Messico, vediamo gli applausi per il fatto che la Corte Suprema sia intervenuta sulla legittimità di una norma di diritto matrimoniale, creando un vuoto legale di cui hanno approfittato finora 3 coppie di omosessuali, le quali passano la palla alle altre, che però non possono contare su alcuna legge. In Cile, invece, il matrimonio gay non solo non è legale, ma è stato anche proibito. Un fatto che ha portato l’associaizione per i diritti GLBT, Movilh, a denunciare lo Stato. In Jamaica, vicino a Cuba, si realizzano manifestazioni dichiaratamente omofobiche e si organizzano linciaggi ai gay.

Quindi, la tutto sommato timida legge cubana per le unioni di fatto, che nel maggio scorso Mariela aveva detto godesse dell’aprovazione del padre, potrebbe essere comunque una svolta per le tradizioni locali, su certi aspetti, come la sessualità, ancora molto conservative. Quel che resta da fare è metterla in pratica, naturalmente, basterebbe la volontà politica del presidente o di suo fratello, che hanno negli ultimi anni dimostrato di voler onestamente lavare il peccato dei primi anni di rivoluzione, in cui i gay furono in parte perseguitati, per risolvere il problema.

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