Cuba, dissidenti: tra poco l’Esercito porrà fine al comunismo

Il premio Sakarov Fariñas dice che l’Esercito è pronto a guidare l’abdicazione, perchè i dirigenti temono un effetto Libia e nessuno vuole fare la parte di Gheddafi. Il modello “egiziano” andrebbe bene a Raul Castro, ma Fidel ancora non ci sta

In marcia: l'esercito cubano va a est o a ovest? (foto: AFP PHOTO/Juan Barreto/Getty Images)

In marcia: l’esercito cubano va a est o a ovest? (foto: AFP PHOTO/Juan Barreto/Getty Images)

Può l’Isola che non c’è diventare d’improvviso una terra emersa qualunque, senza pagare il prezzo del dramma? Molti giurerebbero di no, ma Leonardo Fariñas, l’attivista anti-Castro diventato famoso per un lungo sciopero della fame in cui chiedeva la liberazione di alcuni detenuti politici, ha rivelato ieri da Miami che le forze armate cubane sono già al lavoro per gestire una transizione verso il disgelo ed evitare la guerra civile.

Secondo quanto ha dichiarato lo stesso giornalista, nella nomenklatura di L’Avana starebbe da qualche mese ristagnando il timore che la moda delle primavere arabe finisca col tramontare sul Malecon e che succeda a Cuba quello che è già successo in Libia: una sanguinosa guerra civile in cui muoiono un sacco di cubani, tra cui anche presidente o chi ne fa le veci.

Dopo aver riportato in vita Castro dalla famosa emorraggia che qualche anno fa lo allontanò dal potere, almeno formalmente, sarebbe tragico pensare a una sua fine analoga a quella del rais Muammar Gheddafi. Davanti a chi gli chiede come faccia ad essere così sicuro delle informazioni che diffonde, Fariñas risponde di essere andato a scuola con diversi di coloro che oggi sono diventati alti ufficiali delle Forze Armate cubane e di avere approfondito le relazioni quando lui stesso fu militare e andò in viaggio di addestramento in Angola e in Unione Sovietica.

Da allora, l’attivista dice di vantare «un rapporto d’amicizia con tutti loro» e di aver saputo in via extra-ufficiale che lo Stato Maggiore sarebbe disposto ad alzarsi come forza terza, tra il governo e il popolo, un pò come accaduto in Egitto, e di aprire una stagione di riforme democratizzanti, che sarebbero l’anticamera all’occidentalizzazione del sistema. In merito, ci sarebbe già l’ok di Raul Castro, il quale ammetterebbe per esempio l’ingresso di «20 o 25 parlamentari d’opposizione al Congresso», segnando una svolta epocale in quella che finora è stata la politica comunista nei confronti delle destre americaneggianti.

A frenare questo disgelo, sarebbe l’ostinazione nostalgica di Fidel Castro. Lo ribadisce Fariñas, che parla dal feudo storico della dissidenza cubana, la città di Miami, che ha potuto raggiungere grazie a uno dei segnali di cedimento: il permesso di espatrio indiscriminato concesso dalle autorità, che ha visto, per esempio Yoani Sanchez arrivare recentemente in Italia. Nell’ottica dei dissidenti, quindi, una scomparsa naturale di Fidel sarebbe, come affermano molti da molto tempo, lo scatto necessario alla trasformazione.

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